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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/10/2015  -  stampato il 03/12/2016


Stati Generali delle carceri, parla Glauco Giostra: 40 anni di fallimenti della gestione penitenziaria

Stati generali dell’esecuzione penale al giro di boa. Dopo cinque mesi di lavori i coordinatori e gli esperti riuniti dal ministro Andrea Orlando per fotografare e migliorare il sistema carcere italiano tirano le somme con una serie di rapporti di medio termine: diciotto, uno per ogni Tavolo, attraverso i quali sviscerare criticità e prime proposte per adeguare l’esecuzione della pena agli standard internazionali. I rapporti sono stati pubblicati in queste ore sul sito del ministero della Giustizia.

Glauco Giostra, coordinatore del comitato scientifico degli Stati generali, ex componente del consiglio superiore della magistratura e ordinario di procedura penale all’università La Sapienza di Roma, traccia per Redattore sociale un primo bilancio sull’attività di questi cinque mesi.

Quali sono state le difficoltà maggiori incontrate nel percorso e quanto c’è ancora da fare?  
Il nostro ordinamento penitenziario compie 40 anni e volendo fare un grossolano bilancio, potremmo sintetizzare: quarant’anni vissuti e portati male. I fermenti innovativi, rappresentati dal disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario e da questi Stati generali, non mancano, ma restano gli inquietanti interrogativi di sempre sintetizzati in una domanda: come è possibile che oggi l’aratro della riforma insista sugli stessi solchi aperti dalla legge penitenziaria di quarant’anni fa? Ci sono, è vero, altri segnali incoraggianti. Il sistema penale, sia pure a fatica e con non poche battute di arresto, si sta allontanando dall’idea che il carcere costituisca sostanzialmente l’unica risposta sia in termini di pena, che di custodia cautelare. Ma la difficoltà maggiore resta quella di mutare il clima culturale: bisogna cioè educare la collettività ad una diversa cultura della pena.

ANTIDOTI CONTRO L’ALLARMISMO

18 Tavoli, 200 esperti, coordinatori, audizioni, una piattaforma web per interagire, la macchina organizzativa è partita senza problemi?  
Naturalmente, trattandosi di una iniziativa inedita e di grande respiro, non sono mancate le difficoltà di avvio, per quanto riguarda la metodologia di lavoro e per il profilo organizzativo. Né mancheranno nel prossimo futuro ostacoli, passaggi a vuoto, inconcludenze, risultati non del tutto soddisfacenti, resistenze politiche e culturali. Talvolta si dovrà orazianamente prendere atto che le ali sono più grandi del nido. Almeno un obiettivo, tuttavia, sarà comunque conseguito per il solo fatto che di esecuzione penale e, in particolare di carcere, si parli a lungo e a tutti i livelli. Nel nostro quotidiano si preferisce ignorare l’esistenza stessa del carcere, salvo poi risuscitarlo dall’ombra quando efferati fatti di cronaca ce ne ricordano o ce ne fanno invocare la necessità. Solo allora, e per breve tempo, si torna a “vedere” il carcere, come il luogo dove rinchiudere illusoriamente tutti i nostri mali e le nostre paure. Puntare a lungo i riflettori sul carcere e sull’esecuzione della pena significa, invece, costringere la società a guardare, a conoscere, a capire per prepararla a giudicare e a sollecitare le scelte di politica penitenziaria con maggiore consapevolezza.

In che modo si dovrebbe sollecitare il mutamento del clima culturale da lei auspicato?  
Soprattutto offrendo alla società gli antidoti contro quegli allarmismi che gabellano per irrinunciabili presidi a tutela della sicurezza pubblica le restrizioni dei diritti dei reclusi, smantellando – dati alla mano - il luogo comune che si traduce nello slogan “più carcere, più sicurezza sociale”. La collettività potrà allora apprendere, forse con sorpresa, che, secondo i più accreditati studi socio-criminologici, non vi è alcuna relazione tra il tasso di incarcerazione e il livello di criminalità e di sicurezza sociale; che secondo le indagini di vittimizzazione solo il 4-5% degli autori di reato è ristretto nelle patrie galere; che il ricorso alle misure alternative al carcere abbatte drasticamente l’indice di recidiva, sino quasi ad annullarla se accompagnata da una attività lavorativa. 
E’ necessario spiegare che l’evasione o l’azione criminosa di un soggetto ammesso a una misura alternativa (evenienza statisticamente molto rara) non è necessariamente frutto di un errore del magistrato che l’ha concessa o, ancor meno, di una disfunzione del sistema, ma è il tributo che si paga a una scelta di politica penale che, dati alla mano, offre enormi vantaggi proprio in termini di sicurezza (drastico abbattimento delle ipotesi di recidiva), oltre che di vivibilità del carcere, nonché di migliore allocazione delle risorse. Bisogna spiegare alla collettività su quali principi si basa la politica della pena seguita, quali possibili prezzi comporti, quali inaccettabili effetti produrrebbe un diverso approccio fobo-demagogico al problema.

IL RUOLO DELL’INFORMAZIONE

Da qui, l’esigenza degli Stati generali.  
Sì, è con questa consapevolezza che il Ministro della giustizia ha voluto affiancare, alla riforma legislativa in corso, l’iniziativa inedita degli Stati generali dell’esecuzione penale.Da ormai cinque mesi il sistema carceri è al centro di analisi e dibattiti. L’intento è quello di promuovere una consultazione pubblica, tramite il portale del ministero della giustizia, in modo che anche sulla base di questo “ascolto democratico”, naturalmente aperto anche a coloro che l’esperienza carceraria stanno vivendo o hanno già vissuto, i responsabili dei Tavoli possano elaborare proposte e idee, da sottoporre al Comitato scientifico, che dovrà valutarle e compendiarle in un articolato prodotto finale.

 “Cambiare il senso comune”. Quindi in primo piano il rapporto con i media. In che modo è organizzata la comunicazione?  
Gran parte del successo di questa sfida culturale dipenderà dal ruolo che sapranno svolgervi i mass media. Il numero e le modalità di presentazione delle notizie riguardanti il crimine e la pena; la capacità di offrire un’informazione completa e statisticamente documentata. Con questa consapevolezza si è cercato di promuovere tutte le iniziative (convegni, pubblicazione di articoli su quotidiani e su riviste specializzate, questionari, visite ai penitenziari) – materiale disponibile nel sito del Ministero della giustizia – che potessero far arrivare la voce della società nel carcere e la voce del carcere alla società. Sul medesimo sito sono appena stati pubblicati i rapporti di medio termine che i Tavoli tematici hanno elaborato per dare conto del lavoro sin qui svolto. Si sta anche pensando ad un incontro con gli operatori dell’informazione per un confronto sulle migliori modalità per far giungere all’opinione pubblica un messaggio corretto della realtà carceraria e dell’esecuzione della pena, per riaffermare i principi della carta di Milano e se possibile andare anche oltre nella direzione indicata da questo importante protocollo deontologico.
Al termine dei lavori, i diciotto Tavoli presenteranno un report su cui sarà sollecitato, nelle forme più capillari ed efficaci, il contributo di tutti coloro che hanno proposte, critiche, integrazioni da suggerire. Anche alla luce di questi contributi esterni sarà elaborato un documento finale, che sarà presentato in una o più giornate, e con modalità ancora da definire, alla collettività.

IL PILASTRO VOLONTARIATO

Carcere e volontariato: “… una specificità del nostro Paese molto apprezzata dai partner europei”. Ma il volontariato, che in diversi casi in carcere occupa un ruolo di primo piano nella promozione delle attività culturali e trattamentali, in una situazione di crisi come questa non rischia di assumere un ruolo di supplenza che non gli è proprio e di mascherare le carenze delle istituzioni pubbliche?  
D’accordo, sia sul ruolo fondamentale svolto dal volontariato nel carcere, sia sul rischio che sia chiamato a sopperire alle carenze delle istituzioni pubbliche. Quanto al primo profilo, non è certo senza significato la circostanza che al volontariato sia dedicato uno dei tredici criteri della Delega penitenziaria all’esame del Parlamento: vuol dire che si considera giustamente il volontariato uno dei pilastri portanti di ogni riforma credibile del sistema. Quanto al secondo, mi sembra che nella modifica apportata dalla Camera dei deputati si colga la consapevolezza del rischio in questione e la volontà di scongiurarlo. L’incipit di tale criterio, infatti, non recita più “previsione di un più ampio ricorso alvolontariato”, bensì “previsione di una maggiore valorizzazione del volontariato”. A significare che il miglioramento del sistema dell’esecuzione penale non va perseguito facendo “quantitativamente” più affidamento sul volontariato, bensì riconoscendo maggiormente il valore ed il significato del suo apporto.

PRIMA DI PARLARE “BISOGNA AVERE VISTO”

Qual è stato finora il messaggio più difficile che ha dovuto veicolare? E a chi era diretto?
L’obbiettivo ultimo è quello di abbassare i ponti levatoi psicologi tra società fuori e dentro il carcere. Sempre in un’ottica di crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sarebbe auspicabile che si riuscissero a creare occasioni in cui la collettività possa avvicinarsi al carcere per non percepirlo più come una sorta di extraterritorialità sociale, un enclave del male, del pericolo, della sacrosanta sofferenza. Per conoscere di quale sordida e misera materialità sia fatta la giornata del recluso, quanto disperante e demotivante sia per alcuni condannati l’impossibilità di sognare un domani degno di essere vissuto. «Bisogna aver visto», ammoniva Calamandrei, prima di parlare di pena e di carcere.
La conoscenza avvicina sempre le persone e allontana le paure. Il messaggio più importante dobbiamo riuscire a comunicarlo a noi stessi, affinché non pensiamo di superare le mille insicurezze e le mille paure che il tempo attuale ci propone, rinchiudendole entro ben presidiate mura carcerarie. Crederlo o farcelo credere è tanto facile, quanto sbagliato.

di Teresa Valiani - Redattore Sociale - 13 ottobre 2015