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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/11/2015  -  stampato il 06/12/2016


Dap: quando la bilancia pende troppo da una sola parte

Non voglio fare del disfattismo gratuito, né demagogia né tanto meno dietrologia (che non serve a niente) ma ho la netta sensazione che il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria sia troppo preso dal garantire diritti ai detenuti, dal proporre innovazioni per i detenuti come Skype per le telefonate, i colloqui pomeridiani e i colloqui festivi, ma anche il collegamento ad internet (se pure controllato e sulla carta quasi sicuro) e poco attento alla situazione reale delle carceri italiane, sia strutturale che gestionale.

Innanzitutto al fine di garantire i colloqui pomeridiani e festivi non si è badato minimamente al fatto che applicando pedissequamente quanto imposto dall’alto, si siano calpestati i diritti dei poliziotti penitenziari, né si è studiato l’impatto che questa nuova procedura poteva avere sull’organizzazione del lavoro; faccio un esempio pratico: se hai una squadra di poliziotti che lavora al reparto Colloqui e la domenica la metti di servizio al SAT al fine di dare più riposi al personale che presta solo servizio al SAT, con il fatto di garantire i colloqui domenicali, una o due volte al mese, il contributo del personale dei colloqui al SAT viene meno, ma questo non è stato rilevato da nessuno. L’importante è andare davanti la Commissione Europea dei diritti dell’uomo con una cartelletta piena di dati statistici e cercare di uscirne bene ed avere il placet dei burocrati di Strasburgo.

Estendiamo i colloqui nel pomeriggio, senza calcolare che d’inverno fa buio alle 17.00 e che il personale nel pomeriggio è ridotto all’osso; ma ormai la sicurezza è un optional. Lo testimoniano le continue e quasi quotidiane aggressioni al personale e una sorta di anarchia gestionale che investe numerose carceri.

Vogliamo Skype per i detenuti ma li facciamo vivere in stanze dai muri scrostati, dagli infissi usurati dove quando piove l’acqua entra e allaga le stanze, dagli intonaci dei tetti che cadono a pezzi. Io penso che prima di pensare ad innovazioni futuristiche bisognerebbe dare a tutti i detenuti condizioni di vivibilità ottimali all’interno delle celle e poi verrebbe tutto il resto. Non è infatti possibile che da due anni pensiamo esclusivamente al benessere dei detenuti, ai metri quadrati delle stanze, ai finanziamenti della cassa delle ammende purchè si facciano progetti per il benessere dei detenuti e nascondiamo poi la testa nella sabbia come gli struzzi e non vediamo che c’è un Corpo di Polizia Penitenziaria che è fatto nella stragrande maggioranza di vecchi, di assistenti capo che muoiono in servizio per malattie cardiovascolari, di persone che vengono riformati per problemi psichici legati all’ansia; senza calcolare il dato statistico trascurabile dei dieci – dodici suicidi l’anno. Un personale di P.P. disorientato dall’improvvisa svolta ultra garantista in favore dei detenuti; personale abituato per vent’anni a lavorare rispettando il concetto di “sicurezza che oggi sembra passato in secondo o terzo piano, e ora  si misura con celle aperte e detenuti a spasso.

Io non voglio contestare il nuovo corso del DAP. Noi sicuramente abbiamo il dovere di adeguarci al cambiamento, ma credo che si stia veramente esagerando in quanto l’ago della bilancia è troppo spostato verso il detenuto, dimenticando che nel pianeta carcere, oltre alla Polizia Penitenziaria (che è la parte più numerosa) ci sono anche numerose altre figure delle quali non si parla ma che tutti insieme contribuiscono, faticosamente a portare avanti gli Istituti.