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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/11/2015  -  stampato il 10/12/2016


Signor Capo del D.A.P.: siamo tutti bravi fin quando va tutto bene!

Mi sono emozionato tantissimo, sabato, quando al TG1 il collega Antonio Caputo, ferito dall’ergastolano Perrone, evaso rocambolescamente dall’Ospedale di Lecce, disteso sulla barella ha dichiarato di essere orgoglioso di appartenere al Corpo di Polizia Penitenziaria.

L’orgoglio di indossare questa divisa è quello che ci tiene ancora uniti, nonostante aleggi un senso di abbandono in periferia, infatti dalle prime indiscrezioni sulle indagini (dovute) che gli inviati del DAP dovranno svolgere, trapela già qualche dubbio sulla entità della scorta. Era adeguata per un criminale così pericoloso?

Ma prima che l’ira del DAP si abbatta sul Coordinatore del NTP di Lecce, o sul Comandante di quell’Istituto o anche sul Direttore vorrei invitare, il Capo del Dipartimento, il nuovo Vice Capo (vecchia zimmarra) e chi si dovrà occupare del caso a fare delle riflessioni, prima di giudicare l’operato di chi verrà (per atto dovuto) indagato.

Fa specie, infatti, sentire qualche magistrato che intervistato, fa una considerazione che è come scoprire l’acqua calda, ovvero che Fabio Perrone è un pericoloso ergastolano e pertanto la scorta, così come formata, probabilmente non era sufficiente.

Vorrei ricordare ai nostri vertici del DAP, ma anche a quel Magistrato, che il personale del NTP con in testa i loro coordinatori è quello che assicura la presenza dei detenuti in udienza e che spesso, quasi giornalmente, a causa della carenza di organico e delle assenze improvvise (malattie) le composizioni delle scorte, visto l’altissimo numero di servizi espletati dal NTP, risultano inadeguate. A questo punto ci sono due scelte: o fermare la traduzione e non portare il detenuto in Tribunale, perché il caposcorta pretende l’applicazione del Modello Organizzativo o portare il detenuto in Tribunale, assicurando l’udienza, con meno uomini di scorta, pur di far funzionare la macchina della giustizia. E spesso è una responsabilità che si prende in prima persona il Coordinatore del NTP. Nascono quindi delle diatribe con il Comandante di Reparto al quale il Coordinatore chiede uomini al fine di comporre adeguatamente le scorte. A questo punto ci sono due scelte: o lasciare scoperti i posti di servizio all’interno a discapito della sicurezza (che ormai come più volte ribadito è diventata un optional – sempre che non succeda nulla) ma assicurando il detenuto in udienza, o Non dare alcun uomo al NTP facendo saltare l’udienza.

Ora, se salta l’udienza, probabilmente sarà quello stesso Magistrato che, intervistato, nutre dei dubbi sull’adeguatezza della scorta per quel detenuto pericoloso, che aprirà immediatamente un fascicolo, indagando il Comandante o il Coordinatore del NTP.

Ricordo le traduzioni in Tribunale eseguite con le auto per mancanza di furgoni, senza che questo abbia indignato mai nessuno.

Ricordo ancora l’ira di un giudice per i ritardi con i quali le scorte arrivavano in Tribunale (a causa della penuria di mezzi e delle difficoltà a comporre le scorte) con rimbrotto orale pubblico e nota di biasimo per iscritto alla Direzione (non ci dovrebbero essere difficoltà per i nostri inviati del DAP ad acquisire analoghe relazioni di servizio presso tutti i Nuclei d’Italia.

Ma di tutto questo travaglio interno agli Istituti  non importa a nessuno, tranne quando qualcosa va storto. E allora c’è da interrogarsi su di chi siano le vere responsabilità per aver lasciato che le carceri, a causa della mancanza di uomini, mezzi e risorse economiche, implodessero al loro interno.