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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/11/2015  -  stampato il 04/12/2016


Perché è giusto sospendere la “Torreggiani”

Fin dall’inizio dell’applicazione della “Torreggiani” ovvero, dare la possibilità ai detenuti di stare fuori dalla cella per almeno otto ore, e dando loro libertà di movimento all’interno delle Sezione, abbiamo sollevato dei dubbi sulla bontà di tale innovazione.

     Infatti, la nostra esperienza lavorativa “secolare” fatta di conoscenza del detenuto attraverso l’osservazione in sezione, di conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi dei detenuti, di attenzione morbosa alla sicurezza attraverso controlli meticolosi del personale che arriva dall’esterno, fatta di perquisizioni ordinarie e straordinarie (a proposito, si fanno ancora le perquisizioni generali straordinarie?), di battiture di inferriate di conta numerica con apertura di cancelli e blindati anche di notte, nel giro di appena due anni è stata spazzata via da una sentenza che ha imposto un nuovo modo di intendere la pena, un nuovo modo lavorativo da incardinare in vecchie e anguste strutture cadenti, con spazi angusti e con personale superstite (con una carenza di 7.000 unità di P.P.) alla soglia dei cinquant’anni e in molte carceri oltre quella soglia se non è stato riformato o morto in servizio.

      Hanno voluto far passare, o  meglio imporre un messaggio: ovvero che attuando la “vigilanza dinamica” (introdotta per recuperare unità di P.P. e non perché dia garanzie di qualcosa) si conosce meglio il detenuto. Ma come? Se per un secolo abbiamo lavorato a stretto contatto con i detenuti in sezione, dialogando con loro, studiando il loro comportamento e riuscendo (in quel modo) a conoscerlo davvero bene per portare la conoscenza all’interno delle equipes di trattamento, allora abbiamo sbagliato? Oggi ci dicono che il modo esatto per la conoscenza del detenuto è quello di due persone che girano all’interno dell’Istituto per i vari reparti (la famosa pattuglia) con tutti i detenuti fuori dalle celle. Mah!

     Ci hanno imposto, perché l’Europa ce lo impone, di aprire le celle, almeno per otto ore al giorno e offrire ai detenuti la possibilità di andare ai passeggi per più ore, alle socialità, alla biblioteca ai corsi di formazione, alle sale artigianali, facendo finta di non conoscere che le strutture dell’80% delle carceri non sono idonee per attuare questo tipo di sistema. Non ci sono spazi se non quelli riadattati in qualche modo per venire incontro alle esigenze dei detenuti; socialità e palestre anguste, spacciate per luoghi di ritrovo per i detenuti ai sensi della Torreggiani.

    Che dire poi della teoria delle camere di pernottamento? Ovvero di far stare i detenuti fuori dalla cella tutto il santo giorno per poi ritirarsi la sera a dormire appunto in quella che non diventa più una cella ma solo una camera di pernottamento. Allora mi chiedo: stare fuori per fare cosa? Per giocare a dama o a carte tutto il giorno o per fare 20 chilometri di passeggiata al giorno?

     E se anche mettessimo in atto tale teoria, dove troveremmo il personale di P.P. alle otto di sera, per chiudere i detenuti in cella?

     Ma la cosa che i nostri vertici del DAP non riescono ad ammettere è il fallimento delle “celle aperte”, il flop dei patti trattamentali (i detenuti li firmano ma non li rispettano). Nelle carceri sono aumentate di colpo probabilmente del 3.000% le aggressioni ai detenuti e al personale; molti detenuti vivono nel terrore perché prevaricati da altri detenuti grazie alla promiscuità nelle sezioni e alla possibilità di spaziare all’interno del perimetro, e gradirebbero avere la cella chiusa (tanti lo chiedono riservatamente all’agente di sezione per evitare che altri detenuti prepotenti, non visti dall’agente, entrino nella loro cella, violando la loro privacy). In mezzo a tale bailamme si inseriscono anche i detenuti extra comunitari, o i fanatici dell’islam, che grazie a questo modello di pena, vengono facilmente a contatto tra di loro facendo opera di proselitismo, cosa che gli riuscirebbe più difficile se le celle restassero chiuse proprio come ai tempi di mio nonno.

    Ci sarebbero anche altre motivazioni di sicurezza per chiedere la sospensione dell’applicazione da ciò che deriva dalla sentenza Torreggiani, ma credo che il pericolo più attuale ovvero quello del proselitismo islamico nelle carceri debba far riflettere i nostri vertici del DAP e spiegando le motivazioni all’Europa (che oggi arriva a restringere le libertà personali in nome della sicurezza) ammettere il “parziale” fallimento di questa politica e ritornare sui propri passi rinnegando la vigilanza dinamica (che serve solo a scaricare responsabilità per recuperare qualche agente) e facendoci chiudere le celle come ai bei tempi.