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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/12/2015  -  stampato il 07/12/2016


Uscite dall’ombra, sciogliete il Corpo e dateci la possibilità di transitare in un’altra forza di polizia

Con le procedure di attuazione della riforma del Ministero della Giustizia stiamo assistendo ad una scientifica azione di distruzione della Polizia Penitenziaria.

Infatti, nulla di concreto è partito dal Dipartimento, affinché il vertice politico potesse valutare positivamente la proposta, perché tutto quello che è arrivato a via Arenula è stato valutato carta straccia.

Del resto, la scientifica distruzione del Corpo, è una vera e propria partita politica.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria avrebbe potuto avere un ruolo strategico, tanto più in una fase come quella attuale, ma questo è stato impedito dal basso profilo degli attori.

Il Dipartimento avrebbe dovuto avere un progetto comprensibile, una mission chiara, ma così non è stato.

Pochi tra coloro che sono stati a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono stati scelti per competenze specifiche in ambito penitenziario, anche se abbiamo assistito a nomine a volte in antitesi.

Faccio due piccoli esempi:

Nicolò Amato, Capo Dap dal 1983 al 1993, ovvero per lunghi dieci anni, aveva le idee chiare.

Basta leggere il suo libro Diritto, delitto, carcere del 1987.

(“Diritto Delitto Carcere” - Nicolò Amato - edizioni Giuffrè 1987)

Sandro Margara aveva anche lui le idee chiare, anche se in antitesi, infatti si propose esclusivamente quale garante di una pena rispettosa dei vincoli e delle finalità costituzionali.

Margara, al vertice del Dipartimento c’è stato poco meno di due anni.

Per fortuna fu rimosso dall’allora Ministro della Giustizia Oliviero Diliberto che lo definì troppo poco incline alla sicurezza e troppo incline al trattamento.

Dal 1983 al vertice è sempre stato un magistrato, che troppo spesso è finito sotto le grinfie dello spoil system.

Purtroppo, quasi tutti i governi, sia di destra che di sinistra, hanno politicizzato un incarico che per sua natura avrebbe dovuto essere, e rimanere, tecnico.

L’Amministrazione Penitenziaria gestisce un Organismo militarmente organizzato, con funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria,  come l’Arma dei Carabinieri o la Polizia di Stato, che è una struttura fortemente centralizzata e gerarchica, con la differenza sostanziale che il vertice ed i vari dirigenti non appartengono alla stessa categoria e non hanno, quindi, nelle corde quel modus operandi tipico di chi dovrebbe fare prevenzione e sicurezza, rimanendo piuttosto inclini all’assistenza …

Questione di punti di vista direbbe qualcuno … questione di sostanza dico io.

Al Dipartimento hanno voce in capitolo il Capo e i Direttori Generali delle singole Direzioni Generali.

Da loro dipende la gestione di 50 mila lavoratori, 80 mila tra detenuti e soggetti in misura alternativa, nonché la gestione e la manutenzione di 205 istituti di pena, la costruzione di eventuali nuovi istituti, i rapporti con gli Enti locali, con le Procure, con le cooperative e le associazioni di volontariato.

Più che incardinare il Dipartimento in un progetto di riforma all’interno del Ministero della Giustizia, sarebbe stato forse più logico che il Governo optasse per un progetto DAP.

Il problema, magari, era a chi affidare quel progetto.

Servirebbe un progetto che trasformi il modello della carcerazione, ma non con stronzate logisticamente improponibili come la vigilanza dinamica (perché è inutile girarci intorno, la vigilanza dinamica è una stronzata vera), che punti sulla responsabilità dei detenuti e del personale, che azzeri le pratiche attuali, che punti ad aprire le celle e non a chiuderle, in pratica un progetto che dia forza all’Esecuzione Penale Esterna tramite la Polizia Penitenziaria e che preveda la detenzione (seria) solo per i soggetti veramente pericolosi, quelli che non sono in alcun modo recuperabili.

Per un progetto così, era importante chi sarebbe stato il Capo DAP ma era importante anche chi doveva essere il Capo del Personale, chi doveva dirigere la Formazione, chi doveva gestire l’Ufficio Detenuti, chi doveva tenere i rapporti con gli Enti Locali e le Regioni e chi, infine, si doveva occupare di bandire e seguire gli appalti milionari.

Insomma serviva un’idea forte e dai contorni netti ed invece, purtroppo, ci troviamo davanti ben altra realtà.

Il Capo del Dipartimento è un funzionario pubblico di primissima fascia.

È tra le figure di vertice dello Stato. Ha un trattamento economico e previdenziale anch’esso di primissimo livello.

Sulla sua nomina dovrebbe esserci trasparenza, valutazione dei meriti e delle competenze complesse.

Può essere un magistrato ma non deve esserlo per forza.

È ragionevole che sia un magistrato a tenere i rapporti con le Procure, ma non è questa la principale attività di un Capo dell’Amministrazione Penitenziaria.

I detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41-bis, secondo comma, saranno circa 500/700.

Quelli ristretti in sezioni di alta sicurezza sono circa 6/8 mila.

Tutti gli altri sono detenuti comuni, molti dei quali privi di una particolare struttura criminale, che andrebbero gestiti con misure alternative serie e controllati dalla Polizia Penitenziaria, non certo dagli assistenti sociali e dagli educatori, i quali hanno un ruolo sì determinante, ma che non può essere certamente quello del controllo di polizia …

Il problema è che c’è molta superficialità, poca buonafede e scarsa voglia di restituire al Paese soggetti rieducati e contemporaneamente proteggerlo da coloro che non hanno alcuna intenzione a partecipare attivamente ad un percorso che consenta il reintegro nella società.

E alla fin, fine c’è anche da spezzare una lancia in favore dei reclusi.

Quali iniziative concrete vengono poste in essere per consentire il reintegro?

E che prospettive di lavoro vengono date loro, visto che la disoccupazione è a livelli che definire preoccupanti è utopia, perchè siamo ad un livello che definirei catastrofico.

Insomma, il problema è proprio strutturale.

Andrebbe azzerato tutto, ad iniziare dalla classe politica, che a sua volta ha generato una classe dirigenziale indecorosa.

Nella dirigenza pubblica, infatti, vive e vegeta un elevato numero di soggetti che determinano le sorti politiche ed economiche dell’apparato statale, che in una qualsiasi multinazionale privata avrebbero avuto vita assai breve, anzi, non avrebbero avuto proprio accesso, neanche nei ruoli esecutivi.

Ecco, servirebbe un Diliberto … che aveva intenzione di svincolare la Polizia Penitenziaria; servirebbe un Francesco Di Maggio che aveva le medesime idee; servirebbe un Nicolò Amato … insomma, servirebbero in molti, tranne quelli attuali!

E tenete presente che rimpiangere Diliberto o Amato ... non è proprio il massimo, per cui rendetevi conto di quanto è basso il livello attuale nei rispettivi ruoli …

A questo punto sarebbe più opportuno porre fine a questa agonia.

Chi sta tramando nell’ombra esca allo scoperto e faccia sciogliere il Corpo.

Date a tutti noi la possibilità di transitare in un’altra forza di polizia (come sta facendo la Forestale) e mettevi a giocare con le carceri private …