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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/01/2016  -  stampato il 04/12/2016


Alfonso Sabella testimone al processo "trattativa": decreto nomina Di Maggio non conforme alle regole

Loris D’Ambrosio, l’ex consigliere di Giorgio Napolitano deceduto nel 2012, ebbe un ruolo nella stesura del decreto costruito ad hoc per nominare Francesco Di Maggio vice capo del Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria), una nomina voluta da una “forte volontà politica”. A dirlo è stato l’ex pm ed ex assessore alla Legalità del Comune di Roma Alfonso Sabella proprio al processo trattativa in corso a Palermo. “Ho saputo personalmente da D’Ambrosio della sua conoscenza del decreto, mentre veniva fatto o poco prima. – ha raccontato il magistrato – Mi fece chiaramente capire che lui aveva avuto un ruolo nella stesura, che era perfettamente consapevole che avessero creato un decreto non proprio conforme a quello che erano le norme”.

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Si tratta di una conversazione risalente “all’inizio del 2012”, ben prima che i dialoghi di D’Ambrosio con l’ex ministro Nicola Mancino (tra gli imputati al processo trattativa Stato-mafia) diventassero di dominio pubblico. Una questione, quella della nomina di Di Maggio, affrontata anche dal magistrato Gabriele Chelazzi (colui che si occupò delle indagini sulle stragi del ’93, deceduto nel 2003) durante l’interrogatorio a D’Ambrosio. Nel verbale, però, non c’è traccia del fatto che l’ex consigliere fu presente quando il testo venne preparato nella stanza di Liliana Ferraro, all'epoca direttore degli Affari penali di via Arenula, circostanza per la prima volta emersa dalle conversazioni registrate dalla Procura di Palermo. “Sono certo di averlo saputo personalmente da D’Ambrosio – ha specificato Sabella – se ne avesse parlato a Chelazzi mi viene il dubbio ma con me non ne fece misteri. Non entrò però nei dettagli” di quale fu la parte politica che fece pressioni per la nomina. Di Maggio, infatti, nonostante non avesse i titoli per l’incarico al Dap, subentrò di forza insieme ad Adalberto Capriotti (colui che nel giugno ’93 scrisse al ministro Giovanni Conso di non prorogare i provvedimenti di 41 bis per trecento boss mafiosi).

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Con Chelazzi, ha ricordato Sabella, “era nato un rapporto molto forte, mi confrontavo spesso con lui. Poco prima di morire mi disse che voleva iscrivere sul registro degli indagati il generale Mario Mori (tra gli ex ufficiali del Ros alla sbarra al processo, ndr) per favoreggiamento aggravato, dopo averlo esaminato come persona informata dei fatti” in relazione alle vicende del ’92 e ’93.

La dissociazione
Una lettera scritta dall’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, firmata dall’allora ministro della giustizia Piero Fassino (siamo a maggio 2000) venne recapitata negli uffici del Dap quando Sabella vi lavorava insieme a Giancarlo Caselli. Nella missiva si parlava di “concordare una strategia unica di dissociazione”, da parte di alcuni boss mafiosi al 41 bis, solo a seguito di un incontro con altri quattro storici capomafia all’interno del carcere. La possibilità dell’estensione della dissociazione anche ai mafiosi ha sempre fatto gola a Cosa nostra. Nel leggere la lettera, ha ricordato Sabella, “saltai sulla sedia”, ricordando che già nel ’96 il boss Carlo Greco (allora intercettato e tra i boss che avanzarono la richiesta) “parlando con i suoi disse che la dissociazione era la strada giusta”.

Nello stesso periodo, ha proseguito il teste, a Palermo era giunta una richiesta di autorizzazione “da parte di Biondino (ex capomandamento di San Lorenzo, ndr) di svolgere servizio all’interno del carcere”. Il boss avrebbe così avuto accesso, nella sua attività di pulizie inframurarie, alle celle in cui erano detenuti alcuni dei capimafia che più premevano per la dissociazione. Biondino, tra l’altro, all’epoca divideva a Rebibbia la cella con Antonino Imerti, ‘ndranghetista che qualche giorno prima aveva chiesto al direttore dell’ufficio detenuti di parlare con lui in quanto intendeva dissociarsi. Sabella si oppose al tentativo di concedere la dissociazione ai boss mafiosi e, ha raccontato, “scrissi una lettera al capo del dipartimento (allora era Giovanni Tinebra, ndr) ma di lì a poco il mio ufficio venne soppresso”.

Gli anni a Palermo
Dal ’93 al ’99, alla Procura di Palermo diretta all’epoca da Giancarlo Caselli, “ci furono grandi risultati” nella cattura di diversi latitanti di spicco come “Mico Farinella, arrestato nel ’94, Leoluca Bagarella a giugno ’95, Antonino Mangano reggente del mandamento di Brancaccio, Fifetto Cannella, Peppuccio Barranca, Pietro Romeo, Giovanni Garofalo… il 20 maggio ’96 fu arrestato Giovanni Brusca, grazie alla cui collaborazione arrestammo pure Carlo Greco” racconta Sabella, ricordando gli anni da magistrato nel capoluogo siciliano.

Successivamente, ha proseguito, “prendemmo Pietro Aglieri, nel ’97, e Vito Vitale (mafioso che stava ordendo un attentato contro lo stesso Sabella, ndr) ad aprile ‘98”. Gli unici nomi che rimanevano nella lista dei latitanti di prim’ordine “erano Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano”. La centralizzazione delle indagini (un solo sostituto o un solo pool di magistrati si occupava esclusivamente della cattura di un boss latitante), ha raccontato ancora Sabella, “diede risultati straordinari” e con la polizia giudiziaria esisteva “un’ottima collaborazione”, soprattutto con i carabinieri territoriali e la Squadra Mobile. Non fu così, invece, ha precisato l’ex pm, con il Ros dei Carabinieri di Palermo, che vantava l’esclusiva sulle indagini volte alla cattura di Provenzano, e con il quale anche per le altre forze di polizia “era impossibile lavorarci”. Il mancato arresto a Mezzojuso nel ’95 dovuto alla scelta degli ufficiali di non procedere all’operazione (tra cui proprio Mario Mori, per questo imputato e assolto in primo grado in un procedimento a parte insieme a Mauro Obinu) non fu l’unico episodio poco chiaro nella gestione delle attività investigative da parte del Reparto operativo speciale. “Venne fuori che avevano visto Farinella due o tre volte e che questo non venne arrestato – ha raccontato Sabella – la giustificazione del Ros fu che non avevano personale sufficiente ma per me fu forzata, e ad un certo punto rischiammo di perderlo. Per questo mi arrabbiai molto, fu un momento di frizione con il Ros”, il cui metodo non prevedeva di “comunicare direttamente con l’autorità giudiziaria, mentre con la Dia sapevamo immediatamente cosa succedeva”. Tutte perplessità che Sabella esternò ad alcuni colleghi, tra cui il procuratore aggiunto Guido Lo Forte. “In quel periodo a Palermo ci chiedevamo il perché dell’esclusiva solo ad una forza di polizia per la ricerca di Provenzano. Sicuramente Teresi fece un ragionamento a Caselli di questo tipo, ma anche qualche altro collega”.

Di Provenzano, ha aggiunto il teste “non me ne occupai mai” in quanto le indagini erano assegnate “ai dottori Pignatone, Principato, e per un periodo anche a Natoli” anche se “era inevitabile che qualche mia attività investigativa si incrociasse con quelle che riguardavano Provenzano”, come l’esistenza di una spaccatura tra la fazione di zu’ Binnu e l’ala stragista riconducibile a Riina e Bagarella. Non seppe mai, Sabella, “della vicenda Ilardo (boss confidente che diede indicazioni per la cattura di Provenzano, poi ucciso, ndr)  nemmeno nelle riunioni in Dda, a parte qualche battutina da caffè in Procura”.

Il processo è stato rinviato al 14 gennaio per la deposizione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e del senatore Massimo Brutti.

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