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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/01/2016  -  stampato il 06/12/2016


Amputazione delle dita e dei diritti: delle persone detenute e dei direttori penitenziari

Riceviamo e pubblichiamo per dovere di cronaca questo intervento dalla dott.ssa Antonella Tuoni, una direttrice penitenziaria, che si ricollega in qualche modo alla "minaccia" dei direttori penitenziari pubblicata ieri da L'Espresso: Direttori delle carceri minacciano sciopero e dimissioni di massa: sono contro il decreto di riorganizzazione della Giustizia

 

1990: un uomo uccide. E' psicotico. Viene dichiarato totalmente infermo di mente e condannato a scontare dieci anni in un ospedale psichiatrico giudiziario.

2015: gli ospedali psichiatrico giudiziari devono chiudere il 31 marzo.

2016: l'omicida psicotico è ancora ristretto in un ospedale psichiatrico giudiziario. Altri, più fortunati, forse, sono stati trasferiti nelle cosiddette residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Altri hanno reclamato poiché sono ancora internati in un ospedale psichiatrico giudiziario e, alcuni di loro, grazie a tale reclamo, vengono trasferiti nei pochi posti resi disponibili in fretta e furia dalla regione che non ha fatto quello che la legge le imponeva; lui, lo psicotico omicida,  no, non firma il reclamo, sta chiuso in cella, non esce quasi mai e, quando lo fa, sta prevalentemente da solo.

Alle tre del mattino chiama l'agente di servizio. Si è bruciato le dita del piede.

Le dita sono carbonizzate e gli vengono amputate.

Chiusura degli OPG: la solita messinscena che crea più problemi di quanti ne risolve

Contemporaneamente, è in corso la riforma del Ministero della Giustizia, come si legge anche sul sito. Gli Stati generali si sono riuniti (non si sa con quale esito) e alla vigilia di natale 2015 viene licenziato lo schema di decreto ministeriale che ridisegna il dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria; già nel giugno dello stesso anno, per effetto di un decreto del Presidente del Consiglio, tale dipartimento ha subito pesanti tagli. Viene stabilizzata la figura del direttore di istituto penitenziario 'viaggiatore', responsabile di due, tre istituti, a volte anche molto distanti tra loro. Inizia un concitato scambio di mail fra i dirigenti penitenziari: sono consapevoli della delicatezza del loro ruolo istituzionale di servitori dello Stato, ma sono stanchi di dovere esercitare tale ruolo senza un contratto, che aspettano inutilmente da dieci anni; contratto che non significa solo "retribuzione proporzionata alla quantità e qualità" del loro lavoro, come recita l'articolo 36 della Costituzione, ma anche chiarezza delle regole e meritocrazia; come possono loro serenamente assicurare il rispetto dei diritti nelle strutture di cui sono responsabili se sono loro stessi privati di tali diritti? Sono da rottamare, ormai tutto ciò abbia più di quarant'anni lo è e loro li hanno, considerato che l'ultimo concorso risale al 1997;  inondano di mail di dissenso l'indirizzo di posta elettronica del Ministro: quel decreto, secondo loro, peggiorerà le già precarie condizioni in cui versa il sistema dell'esecuzione penale, condizioni che i direttori condividono, oltre che con le persone colpite da un provvedimento restrittivo della libertà personale, con tutti i colleghi poliziotti ed amministrativi.

Anche io, dirigente penitenziario e prima ancora cittadino, come l'uomo che si è bruciato le dita in un ospedale psichiatrico giudiziario che dovrebbe essere chiuso, oggi, sono amputata.

I suoi diritti sono i miei diritti e chi non li rispetta  è responsabile della sua e della mia amputazione.

Ma questa storia, che è una storia vera, interessa a qualcuno che non ne sia il protagonista?

Firenze, 16 gennaio 2016

Antonella Tuoni