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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/12/2015  -  stampato il 06/12/2016


Poliziotto penitenziario chiede venga riconosciuto il mobbing della CC Reggio Calabria: TAR respinge il ricorso

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria

Sezione Staccata di Reggio Calabria

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 303 del 2013 proposto da:

F.G., rappresentato e difeso dall'Avv. Vincenzo Milea, con domicilio eletto presso lo studio di quest'ultimo in Reggio Calabria, via Mercato n. 57/A Catona;

contro

Ministero della Giustizia, in persona del Ministro pro tempore;

Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria  - Provveditorato Regionale per la Calabria di Catanzaro, in persona del legale rappresentante pro tempore;

Direzione Casa Circondariale di Reggio Calabria, in persona del legale rappresentante pro tempore; tutti rappresentati e difesi ex lege dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Reggio Calabria, presso i cui Uffici, in via del Plebiscito n. 15, hanno legale domicilio;

per l'accertamento

del diritto del ricorrente al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti agli episodi vessatori qualificabili come mobbing posti in essere dalla Direzione della Casa Circondariale di Reggio Calabria.

Visti il ricorso ed i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell'Amministrazione  Penitenziaria  - Provveditorato Regionale per la Calabria di Catanzaro e della Direzione Casa Circondariale di Reggio Calabria;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 ottobre 2015 la dott. Donatella Testini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

1. Con l'odierno ricorso, notificato in data 16 maggio 2013 e depositato il successivo 30 maggio, il sig. F.G. chiede accertarsi e dichiararsi l'illiceità della condotta mobbizzante, meglio descritta in epigrafe, tenuta dall'Amministrazione con conseguente condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti che quantifica, rispettivamente, in Euro 127.191,16 e 795.714,16.

Espone il ricorrente di essersi arruolato nel Corpo di Polizia  penitenziaria  in data 24 marzo 1994.

Dopo il periodo di addestramento presso la Scuola di Parma, ha lavorato presso diversi istituti  penitenziari  ed infine è stato trasferito a Reggio Calabria in data 19 maggio 1997, entrando a far parte del locale Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, essendo in possesso di patente del Corpo Cat. D nonché di attestati di frequenza di appositi corsi di formazione.

In relazione alla problematica oggetto della presente controversia, il ricorrente, in via di sintesi, evidenzia che:

- a partire dall'anno 2004 e fino ad oggi, iniziava ad essere sottoposto, continuamente e sistematicamente, ad una serie di azioni disciplinari;

- dopo aver subito, in data 29 gennaio 2006 , un intervento di angioplastica con inserzione di stent nell'arteria coronarica, nonostante le reiterate istanze di segno inverso presentate alla Direzione della Casa Circondariale, veniva continuativamente costretto a svolgere ore di lavoro straordinario e missioni fuori sede;

- nonostante le problematiche di salute e le incessanti richieste di essere destinato a servizi compatibili con le stesse, in data 5 maggio 2007 veniva assegnato ad un servizio di sentinella. A nulla sarebbero valse le rimostranze rivolte al Comandante di Reparto che, pur messo a conoscenza della pericolosità dell'attività, costringeva comunque il ricorrente ad eseguire l'ordine di servizio. Dopo due ore di attività, il G. perdeva i sensi e veniva ricoverato presso l'Azienda Ospedaliera "Bianchi - Melacrino - Morelli" di Reggio Calabria.

L'odierno ricorrente, ravvisando negli episodi innanzi esposti condotte illegittime, mobbizzanti e psicologicamente persecutorie chiede il risarcimento dei danni patiti ritenendo sussistenti tutti i presupposti della responsabilità.

Segue la descrizione della patologie depressive cardiologiche e psichiatriche sofferte dal ricorrente, cagionate in tesi, dalla su esposta condotta del datore di lavoro.

Si è costituita in giudizio l'Amministrazione intimata, ampliamente ed esaustivamente argomentando in merito all'infondatezza in fatto e in diritto dell'avversa domanda ed invocandone il rigetto.

La causa viene ritenuta per la decisione alla pubblica udienza del 21 ottobre 2015.

Le censure complessivamente considerate si rivelano infondate e vanno respinte.

2.1. In via preliminare, occorre inquadrare giuridicamente la fattispecie concreta oggetto dell'odierno giudizio.

Per mobbing si intende comunemente la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (cfr. Cass., Sez. I, 10 dicembre 2012, n. 22393).

Il tratto caratterizzante del mobbing è rappresentato dalla sussistenza di una condotta volutamente prevaricatoria da parte del datore di lavoro volta ad emarginare o estromettere il lavoratore dalla struttura organizzativa.

La giurisprudenza è univoca e consolidata nel definire "mobbing" la condotta "del datore di lavoro o del superiore gerarchico complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti di un lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all'ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del lavoratore, tale che ne consegua un effetto lesivo della sua salute psicofisica e con l'ulteriore conseguenza che, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro, va accertata la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, dati: a) dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio; b) dall'evento lesivo della salute psicofisica del dipendente; c) dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell'integrità psicofisica del lavoratore; d) dalla prova dell'elemento soggettivo e, cioè, dell'intento persecutorio (Cons. St., sez. IV, 6 agosto 2013, n. 4135; sez. VI, 12 marzo 2012, n. 1388)" (Cons. Stato, III Sez. sent. n. 576/2015; in senso conforme, ex multis, T.A.R. Piemonte - Torino, Sez. I, sent. n. 1168/2015).

Deve trattarsi, in altre parole, di un comportamento che abbia "lo scopo di perseguitare un lavoratore per emarginarlo; il mobbing è sostanzialmente un processo sistematico di cancellazione della figura del lavoratore portato avanti attraverso una continua eliminazione dei mezzi e dei rapporti interpersonali necessari al lavoratore per svolgere la sua normale attività lavorativa, lesivo della dignità professionale e umana del lavoratore, dignità da intendersi sotto l'aspetto materiale, psicologico, fisico" (cfr. T.A.R. Abruzzo - L'Aquila, Sez. I, 10 marzo 2015, n. 145).

Ciò considerato, nel caso in esame del tutto inconsistente appare la prospettazione di una condotta qualificabile come mobbing ai danni del ricorrente da parte dell'Amministrazione resistente.

Questo Collegio osserva che le scelte amministrative censurate dall'odierno istante non lasciano trasparire alcun intento evidentemente persecutorio, dato che i poteri esercitati non dimostrano quei caratteri di esorbitanza e pretestuosità che, come innanzi detto, sono necessari per integrare la fattispecie di illecito da mobbing.

2.2. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro, infatti, sono rilevanti (cfr. Cassazione, Sez. Lav., 17 febbraio 2009, n. 3785):

- la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;

- l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;

- il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore;

- la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.

2.3. In relazione al primo dei predetti elementi, consistente nella sistematicità dei comportamenti vessatori nei confronti del dipendente e nella individuabilità di una precisa strategia persecutoria, la giurisprudenza richiede, in particolare (cfr., in termini, T.A.R. Piemonte, Sez. I, 10 luglio 2015, n. 1168):

"- il riscontro di una diffusa ostilità proveniente dall'ambiente di lavoro, posta in essere attraverso una pluralità di condotte frutto di una vera e propria strategia persecutoria, avente di mira l'emarginazione del dipendente dalla struttura organizzativa di cui fa parte;

- non ricorre mobbing, pertanto, qualora le circostanze addotte ed accertate non consentano di individuare, secondo un principio di verosimiglianza, il carattere persecutorio e discriminante del complesso delle condotte compiute;

- in particolare, tale condotta illecita non è ravvisabile quando sia assente la sistematicità degli episodi, ovvero i comportamenti su cui viene basata la pretesa risarcitoria siano riferibili alla normale condotta del datore di lavoro, funzionale all'assetto dell'apparato amministrativo (o imprenditoriale nel caso del lavoro privato), o, infine, quando vi sia una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale (Cons. Stato, Sez. VI, 6 maggio 2008 n. 2015; T.A.R. Piemonte, Sez. I, 8 ottobre 2008, n. 2438).

In relazione al secondo e al terzo elemento di cui sopra, rappresentati dall'esistenza di un danno cagionato al dipendente quale diretta conseguenza del comportamento vessatorio persecutorio dei propri superiori gerarchici, la giurisprudenza ha enucleato i seguenti principi:

- in ordine all'onere della prova da offrirsi da parte del soggetto destinatario di una condotta mobbizzante, quest'ultima deve essere adeguatamente rappresentata con una prospettazione dettagliata dei singoli comportamenti e/o atti che rivelino l'asserito intento persecutorio diretto a emarginare il dipendente, non rilevando mere posizioni divergenti e/o conflittuali, fisiologiche allo svolgimento di un rapporto lavorativo (TAR Lombardia, Milano, sez. I, 11 agosto 2009 n 4581; TAR. Lazio, Roma, III, 14 dicembre 2006 n. 14604);

- in altri termini, il mobbing, proprio perché non può prescindere da un supporto probatorio oggettivo, non può essere correlato in via esclusiva, ma neanche prevalente, al vissuto interiore del soggetto, ovvero all'amplificazione da parte di quest'ultimo delle normali difficoltà che connotano la vita lavorativa di ciascuno (cfr. TAR Lazio, Roma, Sez. I, 7.4.2008 n. 2877);

- in particolare, nell'esaminare i casi di preteso mobbing, il giudice deve evitare di assumere acriticamente l'angolo visuale prospettato dal lavoratore che asserisce di esserne vittima: da un lato, infatti, è possibile che i comportamenti del datore di lavoro, pur se oggettivamente sgraditi, non siano tali da provocare significative sofferenze e disagi, se non in personalità dotate di una sensibilità esasperata o addirittura patologica; dall'altro, è possibile che gli atti del datore di lavoro (pur sgraditi) siano di per sé ragionevoli e giustificati in quanto indotti da comportamenti reprensibili dello stesso interessato, ovvero da sue carenze sul piano lavorativo, o da difficoltà caratteriali, etc.. (TAR Perugia, Sez. I, 24 settembre 2010 n. 469),

- in altre parole, non si deve sottovalutare l'ipotesi che l'insorgere di un clima di cattivi rapporti umani derivi, almeno in parte, anche da responsabilità dell'interessato; tale ipotesi può, anzi, essere empiricamente convalidata dalla considerazione che diversamente non si spiegherebbe perché solo un determinato individuo percepisca come ostile una situazione che invece i suoi colleghi trovano normale;

- tale cautela di giudizio si impone particolarmente quando l'ambiente di lavoro presenta delle peculiarità, come nel caso delle Amministrazioni militari o gerarchicamente organizzate (come i Corpi di Polizia), caratterizzate per definizione da una severa disciplina e nelle quali non tutti i rapporti possono essere amichevoli, non tutte le aspirazioni possono essere esaudite, non tutti i compiti possono essere piacevoli e non tutte le carenze possono essere tollerate: infatti, in questa situazione un approccio condizionato dalla rappresentazione soggettiva (se non strumentale) fornita dall'interessato può essere quanto mai fuorviante.

In relazione all'imputazione soggettiva dell'onere della prova, la giurisprudenza afferma la natura contrattuale della relativa azione risarcitoria, dal momento che quest'ultima rinviene il proprio presupposto nell'espletamento dell'attività lavorativa da parte del soggetto asseritamente leso e nella ritenuta violazione, da parte del datore di lavoro, dell'obbligo su di esso incombente ai sensi dell'art. 2087 c.c..

Pertanto, alla luce dei principi affermati dall'art. 1218 c.c., grava sul lavoratore l'onere di provare la condotta illecita e il nesso causale tra questa e il danno patito, mentre incombe sul datore di lavoro il solo onere di provare l'assenza di una colpa a sé riferibile.

Con l'ulteriore conseguenza che nel caso in cui il lavoratore ometta di fornire la prova anche solo in ordine alla sussistenza dell'elemento materiale della fattispecie oggettiva (condanna stabilmente persecutoria nei propri confronti), difetterà in radice uno degli elementi costitutivi della fattispecie foriera di danno e del conseguente obbligo risarcitorio, con l'evidente conseguenza che il risarcimento non sarà dovuto, irrilevante essendo, in tal caso, ogni ulteriore indagine in ordine alla sussistenza o meno del nesso eziologico fra la condotta e l'evento dannoso (cfr., in tal senso, Cons. Stato, sez. VI, 13.4.2010 n. 2045)".

3.Tanto premesso, nel caso di specie, il ricorrente ha lamentato, in particolare, i seguenti comportamenti di natura persecutoria.

3.1. In relazione all'assenza ingiustificata alla visita fiscale del 10 agosto 2005, gli sarebbero state applicate, per il medesimo episodio, ben due sanzioni, quali la decadenza dal trattamento economico per un giorno e la censura.

La prospettazione è errata.

Dalla violazione dell'obbligo di essere reperibili alla visita fiscale richiesta dall'Amministrazione deriva la decadenza dal trattamento economico ex art. 5 della L. n. 683 del 1983, nella misura del 100% per un giorno (come lo stesso ricorrente afferma a pag. 2 del ricorso).

Tale decadenza, come correttamente evidenziato dall'Avvocatura dello Stato, non costituisce sanzione disciplinare, ma è effetto automatico dell'assenza, previa valutazione della sussistenza di eventuali giusti motivi, non provati nel caso di specie (cfr. all. n. 5 del fascicolo documentale di parte resistente).

Tale assenza può assumere anche una rilevanza disciplinare laddove non siano state osservate le disposizioni di cui all'art. 2 del D.Lgs. n. 449 del 1992, attinenti al comportamento che la Polizia  Penitenziaria deve tenere nell'espletamento del servizio, oltre che le disposizioni dell'ordine di servizio n. 16 del 22 marzo 2004 (all. n. 4 del fascicolo documentale di parte resistente), con il quale l'Amministrazione ha disposto l'obbligo di avvisare preventivamente l'ufficio della necessità di allontanarsi dal domicilio durante le fasce orarie di visita.

La Direzione era, dunque, ben legittimata ad avviare il procedimento sanzionatorio (l'unico) conclusosi con l'applicazione della sanzione minima della censura (all. n. 6/a del fascicolo documentale di parte resistente).

Non vi è, in definitiva, alcuna duplice sanzione disciplinare per il medesimo fatto storico.

3.2. Il ricorrente è stato destinatario dell'ulteriore provvedimento disciplinare di censura prot. n. 29290 del 5 dicembre 2005, annullato in autotutela solo sei anni dopo (all. nn. 17 e 25 del fascicolo documentale di parte ricorrente) e previa instaurazione di giudizio amministrativo.

Ritiene il Collegio che tale episodio non sia idoneo di per sé a disvelare alcun intento persecutorio in quanto l'esercizio del potere di riesame, anche a distanza di tempo, rientra nel fisiologico fluire della vita amministrativa: il fondamento stesso di tale potere costituisce una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale rispetto all'asserito animus nocendi.

3.3. Le medesime considerazioni valgono anche per il successivo provvedimento disciplinare di censura del 30 agosto 2011 (all. n. 35 del fascicolo documentale di parte ricorrente), anch'esso annullato in via di autotutela il successivo 5 dicembre (all. n. 37).

E' d'uopo soggiungere, peraltro, che il "ripensamento" dell'Amministrazione, sebbene in pendenza di giudizio, è ragionevolmente sintomo della volontà di emendare precedenti errori, allorchè individuati, piuttosto che di trovare una facile "via fuga" dinanzi al fallimento di una strategia mobbizzante già attuata e, per così dire, scoperta dalla presunta vittima.

3.4. In data 16 agosto 2005, il Direttore della Casa Circondariale ha inviato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria (all. n. 7 del fascicolo documentale di parte resistente), la nota prot. n. 21219 con la quale segnalava che alcuni fogli di viaggio per rimborso di spese di missione non erano stati compilati in modo conforme alla normativa vigente dal personale.

Il procedimento penale avviato non solo nei confronti del ricorrente, ma anche di altri cinque dipendenti, si concludeva con l'archiviazione disposta dal G.I.P. in data 16 agosto 2010.

Anche in tale ipotesi, non è plausibile quanto sostenuto dal G. circa la volontà persecutoria: l'Amministrazione si è limitata a segnalare (doverosamente) all'Autorità giudiziaria una vicenda non chiara, rappresentando, peraltro, fatti non nominativamente addebitati al ricorrente.

3.5. Dopo aver subito, in data 29 gennaio 2006 , un intervento di angioplastica con inserzione di stent nell'arteria coronarica, nonostante le reiterate istanze di segno inverso presentate alla Direzione della Casa Circondariale, il ricorrente sarebbe stato continuativamente costretto a svolgere ore di lavoro straordinario e missioni fuori sede, in ispregio delle sue richieste e delle sue condizioni di salute.

Emerge ex actis la non corrispondenza di tale circostanza di fatto alla realtà.

A far data dal 2007 (il ricorrente è stati operato nel 2006 e a partire dal 21 marzo 2007 ha richiesto una riduzione di straordinario e di trasferte, cfr. all. n. 40 del fascicolo documentale di quest'ultimo), le ore di straordinario e di trasferte si sono radicalmente ridotte: dal prospetto riassuntivo del 24 maggio 2011 (doc. n. 48 del medesimo fascicolo documentale) si evince che delle 1986 ore di straordinario totali ben 1100 sono state svolte prima delle sue richieste, così come delle 199 missioni fuori sede ben 152 sono avvenute prima che ne richiedesse la riduzione.

A ciò aggiungasi che nel periodo 2007 - 2013, il G. ha effettuato un numero di ore di lavoro straordinario ben inferiore a quello dei colleghi (all. nn. 19 - 28 del fascicolo documentale di parte resistente) e che sono in atti i provvedimenti di accoglimento delle istanze presentate al fine di svolgere turni di sei ore in ambito locale e nella fascia oraria 8 - 14 (all. nn. 10/14 dela fascicolo di parte resistente).

3.6. In siffatto contesto, l'episodio del malore sofferto durante il servizio di sentinella del 5 maggio 2007 appare meramente occasionale; lo stesso ricorrente, inoltre, a pag. del 7 del ricorso introduttivo afferma che solo in un'altra occasione è stata assegnato al medesimo servizio, il che denota l'intento dell'Amministrazione di accogliere le richieste del G. nei limiti di quanto possibile in funzione del personale a disposizione e delle esigenze di servizio.

4. Alla luce dei suddetti singoli avvenimenti riferiti dal ricorrente (nonché delle ulteriori vicende legate alla sottoposizione a tre visite fiscali continuative e alle difficoltà di accesso al proprio fascicolo personale) e delle argomentazioni esposte dall'Amministrazione resistente, ritiene il Collegio che non sia possibile rinvenire il richiesto effettivo collegamento fra i suddetti episodi in attuazione di una precisa strategia persecutoria da parte dei superiori gerarchici: ogni singolo episodio, infatti, è ragionevolmente funzionale all'assetto organizzativo dell'apparato amministrativo ed all'esercizio non distorto del potere datoriale.

L'Amministrazione, peraltro, ha provato ulteriori circostanze (la proposta di conferimento al G. di una ricompensa in data 18 giugno 2009 - all. n. 8 - e l'adozione di giudizi ottimali durante il periodo in cui egli afferma di essere stato vessato - all. da 9/A a 9/H) dalle quali si evince la normalità della condotta datoriale e l'assenza di un disegno persecutorio.

5. Giova evidenziare, infine, che sebbene la relazione peritale di parte prodotta in giudizio dal ricorrente (dott. Matarazzo in data 5 ottobre 2012, doc. 23) ricolleghi causalmente la patologia a carico dell'apparato cardiovascolare di quest'ultimo all'attività lavorativa svolta e alle avverse condizioni ambientali riferite dall'interessato, si tratta, tuttavia, in entrambi i casi, di affermazioni apodittiche, generiche e, a ben vedere, contraddittorie atteso che lo stesso dott. Matarazzo, a pag. 2 della relazione, afferma che il G. già nel 2003, e dunque prima dell'asserito inizio della condotta mobbizzante, "cominciava a presentare diversi episodi di angina spontanea".

Anche le affermazioni in punto di sindrome ansioso - depressiva appaiono sia prive di

ogni indagine sulla possibile origine endogena della patologia in dipendenza di taluni aspetti congeniti della personalità del paziente, tali da indurre nel soggetto percezioni enfatizzate e distorte di eventi di per sé neutri che estremamente generiche, che estremamente generiche: basti pensare che il perito afferma che tale sindrome "è inquadrabile nei disturbi dell'umore del DSM IV", ma non individua non solo il singolo disturbo, ma finanche l'asse di riferimento.

In conclusione, oltre alla prova di un comportamento persecutorio e mobbizzante dell'Amministrazione manca anche quella del danno asseritamente sofferto dal ricorrente e del nesso di causalità tra l'uno e l'altro.

6. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso va respinto in quanto infondato in fatto e in diritto.

7 Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria - Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente alla refusione delle spese di giudizio in favore del Ministero della Giustizia, che liquida in Euro 1.500, 00 (millecinquecento/00), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 21 ottobre 2015 con l'intervento dei magistrati:

Roberto Politi, Presidente

Filippo Maria Tropiano, Referendario

Donatella Testini, Referendario, Estensore