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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/02/2016  -  stampato il 04/12/2016


Destituzione dal servizio: TAR da ragione al DAP

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1382 del 2005, proposto da:

P.G., rappresentato e difeso dagli avv. Stefano Nimpo, Demetrio Verbaro, con domicilio eletto presso Demetrio Verbaro in Catanzaro, Via Vittorio Veneto, 48;

contro

Ministero della Giustizia, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Distr.le Catanzaro, domiciliata in Catanzaro, Via G.Da Fiore, 34;

per l'annullamento del decreto di destituzione dal servizio n. 0182304/2005/18578 del 25

ottobre 2005 adottato dal Ministero della Giustizia;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero della Giustizia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 18 dicembre 2015 il dott. Emiliano Raganella e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con ricorso notificato in data 1 dicembre 2005 il ricorrente ha chiesto l'annullamento previa sospensione dell'efficacia del decreto di destituzione dal servizio n. 0182304/2005/18578 del 25

ottobre 2005 a firma del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, nonché di ogni altro atto presupposto connesso e/o consequenziale;A sostegno del gravame, il ricorrente si è affidato, essenzialmente, al seguente motivo di diritto: violazione del termine perentorio per la conclusione del procedimento previsto dalla L. 27 marzo 2001, n.97 e dal D.Lgs. n. 449 del 1992. Si è costituito in giudizio il Ministero della Giustizia chiedendo il rigetto del ricorso. Con ordinanza del 26 gennaio 2006 n. 61, il Collegio ha respinto la domanda cautelare di sospensione del provvedimento impugnato, ritenendo che da una sommaria delibazione, è da ritenere che all'Amministrazione sia attribuito per l'irrogazione della sanzione disciplinare della destituzione a seguito di sentenza penale di condanna, un arco temporale di complessivi 270 giorni per l'inizio e la conclusione del procedimento disciplinare e che le altre censure non appaiono suscettibili di favorevole considerazione.

All'udienza pubblica del 18 dicembre 2015 la causa veniva trattenuta in decisione.

Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.

Con il primo motivo di ricorso deduce la violazione del termine perentorio per la conclusione del procedimento previsto dalla L. 27 marzo 2001, n.97 e dal D.Lgs. n. 449 del 1992.

Il motivo è infondato.

E principio consolidato in giurisprudenza che "L'art. 9, comma 2, L. 7 febbraio 1990 n. 19 prevede un termine di 180 giorni, decorrente dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna, per l'avvio del procedimento disciplinare o per la prosecuzione del procedimento sospeso, e un termine di 90 giorni per la conclusione del procedimento; peraltro il termine di 180 giorni, entro il quale deve essere iniziato il procedimento disciplinare, si cumula con il termine di 90 giorni previsto per la conclusione dello stesso, con la conseguenza che è concesso all'Amministrazione un termine complessivo di 270 giorni per concludere il procedimento disciplinare"( Consiglio di Stato, sez. III, 13/05/2015, n. 2374).

Considerato, dunque, che il termine complessivo è di 270 giorni, è infondata la lamentata violazione in ordine alla conclusione del procedimento disciplinare, in quanto, il procedimento si è concluso ben prima dei 270 giorni poiché il primo atto della procedura è datato 18 maggio 2005, mentre il decreto di destituzione è del 25 ottobre 2005.

Secondo una consolidata giurisprudenza, inoltre, '" l'art. 1392 D.Lgs. n. 66 del 2010 individua un preciso dies a quo per l'avvio e per la conclusione del procedimento di disciplinare militare, facendo riferimento alla data della comunicazione all'Amministrazione procedente della sentenza penale irrevocabile in forma integrale" ( T.A.R. Bari, (Puglia), sez. I, 17/02/2015, n. 261)

Nel caso di specie, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, i termini per l'avvio del procedimento decorrono dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto conoscenza del passaggio in giudicato della sentenza e non dalla data di pubblicazione, in base al principio dettato dalla

Corte Costituzionale con sentenza n. 186 del 24 giugno 2004 per cui il procedimento disciplinare può essere iniziato o, sospeso, riassunto nei termini di legge decorrenti dalla data di comunicazione all'Amministrazione della sentenza irrevocabile.

Con il secondo motivo di ricorso deduce la violazione degli art. 5 della L. n. 97 del 2001. Eccesso di

potere per difetto di motivazione.

La censura è infondata.

L'accertamento della sussistenza del fatto contenuto in una sentenza penale irrevocabile di condanna ex art. 653 comma 1 bis, c.p.p. ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alla p.a.; il che vale a dire che i fatti compiutamente accertati nella sede penale vanno assunti nel procedimento disciplinare senza che sugli stessi l'Amministrazione possa procedere a nuovi e separati accertamenti, trattandosi di dati irremovibili, dovendo la p.a. procedere solo all'autonoma e discrezionale valutazione della loro rilevanza sotto il profilo disciplinare.

(ex plurimis T.A.R. Napoli, (Campania), sez. VI, 13/01/2015, n. 164).

Sotto altro profilo in sede disciplinare, posto che l'Amministrazione dispone di un ampio potere discrezionale nell'apprezzare autonomamente la rilevanza dei fatti cointestati, il sindacato giurisdizionale sul provvedimento adottato deve essere limitato alla legittimità dell'azione amministrativa, attraverso la verifica se il procedimento sia supportato da adeguata motivazione ed approfondimento dei risvolti emersi in sede disciplinare (T.A.R. Roma, (Lazio), sez. I, 14/04/2015, n. 5419).

Nel caso de quo e il reato commesso dal ricorrente (l'appropriazione di un bene pubblico da chi

agisce per ragioni del suo ufficio avendone la disponibilità) è sintomo di una personalità sprezzante ai doveri minimi che devono contrassegnare l'agire dell'impiegato pubblico (dover di fedeltà alle istituzioni pubbliche). Ne discende che, nel caso di specie, la sanzione inflitta dall'amministrazione, con congrua e puntuale motivazione, si deve ritenere proporzionata con la gravità della condotta

dell'appartenente al Corpo penitenziario.

Si soggiunga, a definire la personalità del ricorrente, che nei suoi confronti pende altro procedimento penale per reati di assoluta gravità quale il reato di cui agli artt. 99, 110 e 629 commi 1 e 2 (con riferimento al 628) c.p.

Alla stregua delle considerazioni svolte il ricorso deve essere rigettato.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio nei confronti del Ministero resistente che sono liquidate in Euro 2.000,00 oltre accessori nella misura di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio del giorno 18 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:

Guido Salemi, Presidente

Emiliano Raganella, Referendario, Estensore

Raffaele Tuccillo, Referendario