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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/03/2016  -  stampato il 08/12/2016


In attesa del bicentenario della fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria

Correva l’anno 1817 e delle Famiglie di Giustizia, nelle Regie Patenti, si scopriva l’esistenza! Emergeva, cioè, in tutta la sua portata, storica ed evolutiva, l’esistenza di un drappello di servitori della Legge all’interno del settore più angusto, da sempre considerato il tabù: il carcere, quel luogo di perdizione dei dannati e della vittoria del bene sul male, temuto dai più, agognato da tanti e conosciuto fino ad allora, come professione, da nessuno!

Ed era FORSE un anno di grandi sogni, con poca ricchezza ma evidentemente tanta forza: emergeva l’innovazione penitenziaria senza precedenti, quel coraggio che ufficializza una professione articolata e complessa, destinata a mediare tra la sofferenza dei reclusi e la sete di giustizia dei liberi!

Molto il tempo trascorso da allora, tante le evoluzioni, di non eguale portata o caratura, numerose le involuzioni. Tanti sono gli attori intervenuti nel mondo penitenziario: i custodi, i guardiani del Regno d’Italia, gli Agenti di Custodia, la Polizia Penitenziaria! Tutti figli di quelle Famiglie di Giustizia portate alla ribalta, per avere luce, quasi duecento anni or sono.

E se anche il 2017, nella ricorrenza di questo bicentenario, fosse un anno di grandi sogni, con poca ricchezza ma evidentemente tanta forza? Se fosse, nonostante la cronica carenza di fondi, l’anno della ribalta per il Corpo di Polizia Penitenziaria, in fondo nipote, bistrattato, di una importante evoluzione dei tempi che furono? Se fosse l’anno di postivi risultati, oggettivi riconoscimenti, concrete prese di coscienza anche per questo Corpo così relegato, di fatto, nell’ombra di lunghi corridoi e di padiglioni sempre meno decorosi?

Immagino un anno rivoluzionario, con cambiamenti dotati della stessa portata storica del 1817. In primis, la più eloquente sebbene legata ad un aspetto solenne e formale: la riconquista di uno spazio, oramai perso da anni, che continua a chiamarsi “Festa annuale del Corpo di Polizia Penitenziaria” ma che, di fatto, è divenuta l’occasione per le indebite sfilate dei Dirigenti al potere. Una Festa spesso costretta all’interno delle mura di cinta, sovente in nome di quelle notorie esigenze di economicità e che, ad attenzionare solo per un attimo gli sprechi cui quotidianamente si assiste soprattutto a livello centrale, prendono sempre più le sembianze di una leggenda metropolitana.

Ci vorrebbe una Festa del Corpo “esplosiva”, capace di riportare al centro ogni singolo appartenente, ancor più quello che non popola le ingolfate scrivanie. Una Festa che sappia risvegliare concretamente l’orgoglio dell’appartenenza, dell’umile lavoro svolto, dal 1817, nelle patrie galere; lo stesso orgoglio che promana dagli sguardi fieri del plotone passato in rassegna, vestito di tutto punto, ben addestrato a movimenti sincronizzati ed attento all’esecuzione di quanto appreso durante l’addestramento in piazza d’armi. Un plotone effettivamente rappresentativo dei 206 Istituti penitenziari, cui confluiscono, gli Uomini e le Donne che quotidianamente lavorano nelle sezioni detentive ed avverso il quale nulla può il burocrate estensore del provvedimento di missione con vitto ed alloggio a carico dell’Amministrazione penitenziaria.

“I have a dream”: mi piacerebbe poter festeggiare questo bi-centenario alla luce del sole, magari come accadeva negli anni migliori, proprio al centro della parte più bella della città. Sugli spalti, quali ospiti d’onore, per poter assistere da pulpito privilegiato, il Presidente della Repubblica, i figli, le mogli, i mariti, i genitori degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria e tutt’intorno gente comune, folla curiosamente stupita da cotanta presenza e dall’assenza delle auto blu dirigenziali. E mentre suona quell’Inno d’Italia, le stonate voci, a squarcia gola, raccontano la fierezza d’un mestiere nato in un tempo lontano, fatto di quotidiane amarezze, notorie difficoltà e solerti accortezze. Raccontano di un mondo dove, ora come allora, essenziale resta il ruolo dell’appuntato più anziano, che, al di là delle nozioni libresche, tende la mano a quella guardia appena arrivata per insegnare il mestiere, quello del quotidiano più puro. Raccontano di un mondo che guarda al futuro, presentando a tutti le sue nuove leve schierate in prima fila, pronte ad ereditare un mestiere difficile ma dignitoso che li accompagnerà per tutta la vita o, per dirla con le parole di Leopardi “ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte” .

Ho un sogno ...chissà che si avveri: in fondo, per festeggiare il bi-centenario nel 2017, c’è ancora un po’ di tempo affinché le coscienze maturino!