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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/02/2010  -  stampato il 10/12/2016


Quasi 150 anni dopo tornano di attualitą le teorie di Cesare Lombroso. Altri scienziati sostengono che criminali si nasce, non si diventa.

Quasi 150 anni dopo tornano di attualità  le teorie di  Cesare Lombroso. 

Altri scienziati sostengono che criminali si nasce, non si diventa.
 
Si torna a parlare di cervello criminale e non più di mente criminale, nuovamentenella convinzione che la criminalità possa essere un tratto innato della personalità o, quantomeno, sviluppata nel primissimo periodo di vita.
Il gene della criminalità sarebbe residente nella corteccia prefrontale, laddove è possibile dedurre se un soggetto è un potenziale assassino o un futuro criminale.
 
Questa sconvolgente teoria scientifica sarebbe stata formulata dopo una lunga ricerca effettuata su bambini, nei quali (secondo i ricercatori) sarebbero individuabili i primi segnali di devianza.
La teoria, però,  è tutt’altro che originale visto che, già nel lontano 1871, il fisico italiano Cesare Lombroso, scoprendo l’anomala configurazione del cranio (simile a quello di api, roditori ed uccelli) durante l’autopsia del cadavere del bandito Giuseppe Villela, teorizzò che i criminali erano tali perché nati cattivi, a seguito della regressione ad uno stato primitivo dell’evoluzione.
 
Pur tuttavia, nel corso del ventesimo secolo, le teorie di Lombroso vennero confutate sulla base di accuse di  eugenetica e fascismo, nel mentre la criminologia si andava orientando verso teorie sociologiche basate  su fattori esterni all’uomo che ne influenzano l’agire.
Adrian Raine, professore di criminologia dell’Università di Philadelphia, è ritornato, oggi, ad applicare la neuroscienza alla criminologia.
L’interesse di Raine in questo campo pare sia nato riflettendo sul  fatto che egli stesso da piccolo fu protagonista di alcuni crimini  infantili insieme a un gruppo di coetanei  e che i suoi amici, a differenza di lui, divennero veramente dei criminali . Ovviamente, a seguito di questa evenienza, si convinse che la differenza tra di loro non poteva essere di origine sociologica.
Il Prof. Raine eseguendo numerosi esami  di scansione celebrale su molti detenuti, ebbe modo di scoprire che la loro corteccia prefrontale (deputata alla regolazione degli impulsi, delle decisioni e dei sentimenti) funzionava male.
In effetti, tutti quanti possiedono istinti violenti, ma la corteccia prefrontale serve proprio a tenerli a bada, a meno che non sia rotta.
Sempre Raine, ha scoperto che altri criminali soffrivano di deficit di capacità emotiva, individuandone alcuni che,  più che non distinguere il bene dal male, non sentivano il bene o il male  a causa di una ridotta funzionalità dell’amigdala.
Secondo Raine controllare il cervello fin da piccoli sarebbe un buon modo per prevenire  gli istinti criminali, anche se il cervello degli infanti è sempre malleabile e perciò ha sempre modo di cambiare per un certo periodo di tempo. Peraltro,  gran parte del problema sarebbe già presente durante la gravidanza.
La ricerca è stata effettuata su detenuti danesi, molti con madri che fumavano o bevevano durante la gravidanza, alcuni nati in modo forzato o con mancanza di ossigeno, altri abbandonati dalle madri.
Un altro fattore riscontrato, sempre di origine biologica, è la totale assenza di paura nel processo mentale, che a volte può aiutare (come nel caso degli sportivi), ma, insieme ad altri fattori , è un ulteriore grave rischio per la liberazione di istinti criminali.