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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2016  -  stampato il 10/12/2016


La festa del Corpo nasce a tavola

La Festa del Corpo per il bicentenario è alle porte e nelle attese di qualcuno l’evento sembra quasi sorpassare l’analoga celebrazione prevista per il prossimo maggio. E’ stato persino pensato un Comitato, come quelli che si aggirano per i piccoli Paesi in occasione del Santo Patrono.

Tante le aspettative: chissà quali effetti speciali saranno messi in campo; chissà quale bella sorpresa salterà fuori dal cilindro del mago per render indimenticabile questa bella circostanza!

Basterebbe poco: sarebbe alquanto speciale se in una similare occasione potesse riproporsi quell’atmosfera sentita e partecipata che si respirava, fino a qualche anno fa, in occasione dell’annuale del Corpo nei periodi precedenti l’organizzazione.

Non una sterile riproposizione, tutt’altro!

Sarebbe un vero e proprio revival, un toccasana per quello spirito di Corpo ormai perso nei corridoi scuri e nelle sezioni anguste dei penitenziari, tra gli assembramenti di detenuti spesso ingestibili.

Già, perché proprio da ciascun penitenziario partirebbe un collega, il migliore tra quelli in servizio nelle rotonde, nei padiglioni e nelle garitte, scelto accuratamente dal Comandante del Reparto dopo il superamento di una serie di test: primo fra tutti, la fierezza nell’indossare l’uniforme nel quotidiano e non solo in particolari occasioni!

In secondo luogo, perché non meno importante, la scelta ricadrebbe sul collega con il più rilevante bagaglio d’esperienza, tassativamente fatto di vita quotidiana, trascorsa tra il disagio sociale e le carenze del sistema, e costruito respirando quell’aria spesso rarefatta delle sezioni. Requisito minimo imprescindibile, dunque, è l’aver percepito il freddo delle chiavi d’ottone giallo e l’aver sentito il suono dei cancelli chiudersi alle spalle quando, per prender servizio, diventa inevitabile attraversare più sezioni  

Tutti provenienti da un istituto penitenziario, insomma, quasi fosse la carica dei “206” su Roma!

Tutti schierati in quella assolata piazza d’armi alla viglia del ferreo addestramento, in attesa della solenne ramanzina, spesso presagio di qualche marachella di gruppo, e tutti ben istruiti sulla necessità di non costituire particolare esborso per l’Amministrazione!

E d’altro canto quel “vitto ed alloggio a carico dell’Amministrazione”, filosofia di base, è di per sé l’humus più importante per la buona riuscita della Festa: l’impossibilità di andare a cena fuori e l’eguale antipatia per la mensa fa nascere il gruppo spingendo i più ad organizzare cene fai da te, soprattutto di lunedì di ritorno da casa, nei corridoi della caserma, proprio in quell’ala della palazzina meno piena di persone.

Ognuno, su quei tavoli, piano piano mette la propria energia, il proprio ingegno e la propria arte: il ragù della nonna fatto la domenica precedente, il vino dello zio appena spillato, i taralli pugliesi della mamma, il salame calabrese ed i cinque tipi di dolci locali: che “doloroso” dovere!!!!

Ogni boccone unisce, fa ridere, affiata! Rende ilare anche la fatica della marcia in piazza d’armi con quell’istruttore che non è più solo tanto antipatico e che, pian piano, diventa membro del gruppo ….. e della tavola!

Ogni forchettata lega le esperienze con un unico filo che passa all’interno delle patrie galere e tra le mille peripezie vissute e, fortunatamente, superate.

A tavola, ognuno racconta di sé, sorride dell’altro, rincontra vecchie conoscenze e tutto d’un tratto rivive il mito di colleghi leggendari noti, per gesta, e tramandati di bocca in bocca.

La tavola lega gli sforzi di tutti ed attiva una bella sinergia, che tornerà utile durante la marcia. La sfilata del gran giorno sarà molto più che una parata: ognuno si sentirà parte di qualcosa di più di un misero assembramento ed andrà in scena un bello spettacolo carico di emozione.

La vera Festa del Corpo, dunque, nasce a tavola, in caserma e nulla possono, su essa, la carenza di risorse e la paura di sbagliare: in fondo nulla può essere più difficile di quello che quotidianamente ciascuno ha vissuto in prima linea, all’interno delle sezioni. 

Poco importa se il tempo scorre veloce; poco conta se in poco più di sette giorni debba farsi un gran miracolo per uniformare quei figli di un percorso ‘militare’ difforme, poco avvezzi a tanta forma e sempre inclini a perder tempo!

La “tavola” sa fare di più! Rende orgogliosi del proprio vissuto e negli anni a seguire, nelle occasioni di incontro, sarà fonte di bei ricordi che serviranno per dimenticare i bocconi amari del ritrovato quotidiano!

Sulla tavola, insomma, si fonda la sostanziale riscossa, la vittoriosa esecuzione della parata figlia dei tanti momenti difficili passati in sezione!

Da qualche anno la crisi ha tarpato le ali a questo spirito: in nome del risparmio non si attinge più alle patrie galere e si affida ai nuovi allievi l’onere di calcare i sampietrini. Buona l’idea, perché trattasi senz’altro di giovani leve, più performanti, meno appesantite e più disponibili alla fatica fisica.

Manca però il collante, quel vincente spirito di Corpo, quello vero, nato nel quotidiano combattere da questa parte del cancello che resterà impresso per sempre nelle emozioni di ciascuno e che fa, di una parata, un emozionante spettacolo.

Manca l’aver raccontato, davanti ad una nduja, della rissa scoppiata nel cortile passeggi nel giorno di Natale appena cinque minuti prima di smontare!

E se manca questo collante poco altro servirà per fare una bella figura.

Speriamo che dal cilindro del mago possa uscire questa bella sorpresa: il rispristino di quella usanza secondo la quale le emozioni sono portate in parata dagli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio, presso gli istituti, da anni e tutti i giorni.