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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/04/2016  -  stampato il 05/12/2016


La sicurezza sociale e l’impunità dei delinquenti

Italia, il Paese dei ladri impuniti. E’ la sintesi, inconfutabile e preoccupante, dei dati diffusi nel corso delle inaugurazioni dell’anno giudiziario nelle Corti d’Appello, raccolta dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani che ha anche cercato di capirne le ragioni.

I dati, dunque. A Firenze aumentano i furti in casa (+7% in un anno) e le rapine (+13,6%), a Genova pure (di circa l’8%), a Torino salgono leggermente i reati contro il patrimonio e diminuiscono gli arresti per gli stessi fatti, a Bologna ci sono tre rapine al giorno e sono il doppio di quelle di Genova che è ben più grande, a Palermo se ne contano un po’ meno di un anno fa ma sono particolarmente violente, a Bari e a Napoli furti e rapine diminuiscono da un anno all’altro ma solo perché partivano piuttosto alti e comunque sono cresciuti i furti in casa, sostanzialmente stabili a Roma (nella capitale anche il numero di rapine non è variato granché). La tendenza complessiva nazionale è in lieve calo. Secondo i dati, riferiti al 2014, le rapine denunciate sono state Nelle foto: sentenza e condanna circa 39 mila contro le 43 mila di un anno prima (meno 10%), i borseggi invece sono aumentati da 166 mila a 179 mila e si moltiplicano soprattutto a Roma (più 31,5% in un solo anno), i furti in appartamento sono passati da 251 a 255 mila tra il 2013 e il 2014.

Reati predatori, reati indotti probabilmente dalla crisi che difficilmente diminuiranno se l’economia non tornerà a crescere. È la cosiddetta microcriminalità, che poi tanto micro non è per chi i reati li subisce. La rapina, peraltro, è un reato grave anche per il codice e il rischio di finire in carcere, se si viene scoperti, è concreto (in teoria si rischiano da tre a dieci anni, da quattro a venti nei casi più gravi quando ci sono di mezzo armi). Ebbene se allunghiamo la serie storica, il calo di un anno non deve far perdere di vista che le rapine messe a segno in Italia sono all’incirca le stesse del 2001 (38 mila) ma sono aumentate del 25 per cento rispetto a vent’anni fa e raddoppiate rispetto al 1984; scippi e borseggi sono quasi triplicati; i furti in appartamento quasi raddoppiati. Poi c’è la cosiddetta insicurezza percepita che se ne infischia del dato statistico da un anno all’altro. Vede, semmai, che l’autore di ben quattro furti in appartamento nello stesso stabile, a Palermo, viene ripreso dalle telecamere di sicurezza ma nessuno lo arresta. Quindi tornerà. A volte, ma non sempre, ha la pelle di un altro colore e parla un’altra lingua e questo non fa che accrescere l’intolleranza di un Paese sempre più disgregato.

Una criminalità, una delinquenza trasversale, italiana e straniera, sempre più agguerrita e sfrontata, come conferma anche l'imperversare di furti, truffe, scippi e rapine ai danni di persone deboli, per lo più anziani. Dalla coppia di signore ben vestite che si presentano in casa con la scusa del censimento e mentre una fa le domande l'altra ruba nelle stanze, alla truffa dell'inesistente sinistro stradale dove si chiede di ovviare alle pratiche assicurative pagando subito in contanti, le modalità di raggiro sono tante e sempre più inedite e sofisticate. E poi l’aumento di atti bullismo e cyberbullismo verso i più giovani, le violenze verso i disabili e gli anziani ricoverati in strutture dedicate (!) e chi più ne ha più ne metta... Con buona pace degli aumenti di pena minacciati o dispensati periodicamente da una politica strabica (che non vede che quando i ladri finiscono in carcere, ne escono specializzati nel furto) ma soprattutto miope, perché non vede proprio il dato più vistoso, e cioè che nel 95% dei casi i ladri restano "ignoti" alle forze dell'ordine e alla giustizia, come ha rilevato recentemente Donatella Stasio sulle colonne de Il Sole 24 Ore.

Le dosi ulteriori di carcere sbandierate come medicina salvifica dell'insicurezza urbana restano dunque sulla carta e non hanno nemmeno un effetto deterrente. Gli aumenti di pena per i reati di strada sono una costante della politica giudiziaria e della sicurezza quando la cronaca o le statistiche riportano in primo piano la microcriminalità. Misure con una forte carica simbolica ma una scarsa efficacia concreta, poiché non trovano riscontro nella vita quotidiana dei cittadini, ingannati o illusi da slogan bugiardi come quello della "tolleranza zero".

A fronte dell’aumento di reati contro il patrimonio che generano forte allarme, gli arresti nel complesso sono diminuiti di oltre il 20 per cento. Il dato generale risente dell’intervento normativo che ha limitato la custodia cautelare per i reati di detenzione e spaccio di droga quando la quantità sequestrata è minima, cioè quasi sempre nel caso dell’arresto di un pusher in strada. “C’è questo, perché l’arrestato sarà scarcerato il giorno dopo, ma anche una mentalità che cambia”, ha dichiarato proprio a Il Fatto Quotidiano il Pubblico Ministero di Torino Andrea Padalino. “La sfiducia sta nel fatto che si arriverà a un processo e, di conseguenza, maggiori difficoltà a operare con lo strumento dell’arresto, anche se le situazioni caso per caso sono diverse. Per esempio per il furto semplice, senza aggravanti, non è prevista la custodia cautelare e l’arresto è facoltativo. Che lo arresti a fare se domani esce?”.

Ancora più netto il giudizio di Marcello Maddalena, che è stato procuratore capo e procuratore generale a Torino: “Il carcere è l’extrema ratio per chi ha fatto una scelta di vita di carattere delinquenziale. La recidiva conta poco mentre dovrebbe contare parecchio. I reati predatori, più di quelli legati agli stupefacenti, sono tipici di chi ha fatto una scelta di questo tipo, in parte necessitata ma anche legata a un certo modo di vivere. Non può essere addebitato al sistema giudiziario, è stata una scelta del legislatore quella di restringere la custodia cautelare senza garantire maggiori celerità dei processi ed estendere misure alternative che non hanno la stessa efficacia dissuasiva e impeditiva”.

L’ultimo allarme arriva da Antonino Condorelli, procuratore generale di Venezia, che lo ha detto chiaro e tondo: “Sono troppi i reati per cui non possiamo applicare la custodia cautelare in carcere. La polizia può arrestare in flagranza i responsabili, ma poi dobbiamo rimetterli fuori”. In Veneto non si parla d’altro, come ha ricordato Il Corriere del Veneto: nel 2006 due nomadi tentarono di derubare il rigattiere Ermes Mattielli che aprì il fuoco ferendoli gravemente. Risultato? “Il rigattiere fu condannato a risarcire i ladri con 135 mila euro. E fin qui niente da dire”, ha commentato un investigatore che seguì il caso. Ma aggiunge: “Il paradosso è che invece i due ladri pochi giorni fa sono stati fermati per un altro furto. E subito rimessi in libertà. Finora nessuna condanna definitiva. Niente carcere”.

Spesso, soprattutto in campagna elettorale, si parla (a sproposito) di giustizia e certezza della pena. Vogliamo vedere qualche esempio concreto? Dal 2 aprile 2015 non sono più punibili per tenuità del fatto i reati sanzionati fino a 5 anni di reclusione se l’offesa è di scarsa gravità e la condotta non è abituale. E’ stato infatti appositamente introdotto nel codice penale, con il decreto legislativo n. 28 del 16 marzo 2015, un nuovo articolo, il 131 bis, che prevede la non punibilità per particolare tenuità del fatto. Certezza della pena... Non solo. La pena inflitta dal giudice è finta, perché poi se ne fa davvero circa la metà, con l’eccezione degli ultimi quattro anni: questi non si fanno per niente. Non ci si crede, vero? Invece... Art. 48 dell’ordinamento penitenziario: dopo aver scontato metà della pena si è ammessi alla semilibertà. Significa che di giorno si va in giro a lavorare e di notte si torna in prigione a dormire. Trent’anni? Fatti 15, te ne vai la mattina e torni la sera. Già sembra incredibile ma, in realtà, è ancora peggio di così perché... Art. 54: ogni anno di prigione vale nove mesi. Se non hai creato problemi durante la detenzione ogni anno ti abbuonano tre mesi. Quindi i 15 anni teorici (la metà dei 30 che ti hanno dato) sono in realtà undici anni e 25 giorni, fatti i quali te ne vai la mattina e torni la sera. Ma non è vero nemmeno questo perché... Art. 30 ter: ogni anno hai diritto a 45 giorni di permesso (con qualche eccezione). Quindi gli undici anni sono in realtà (più o meno) nove anni e due mesi, fatti i quali te ne vai la mattina e torni la sera. Naturalmente questi calcoli variano a seconda della pena che il giudice ti ha inflitto: più o meno in prigione ci si passa davvero meno di un terzo della pena originaria. Ma non è vero nemmeno questo perché... Art. 47 ter: arrivati a quattro anni dal fine pena teorico si concede la detenzione domiciliare, la pena si sconta in casa propria o in qualsiasi altro luogo che il detenuto richieda. Avete capito bene: quando mancano quattro anni al fine pena, si può stare a casa propria. Certezza della pena...

E allora già non ci mancano i delinquenti ma, ad esempio nel caso dello straniero, se tu arrivi da un Paese nel quale se rubi 5 euro ti fai 5 anni di carcere, il nostro è il Paese di Bengodi. E’ un dato di fatto oggettivo che sono stati numerosi i provvedimenti di legge assunti per ridurre le presenze nelle carceri del nostro paese, a partire dalla legge 199 del 2010 fino ad arrivare ai recenti decreti legislativi sulle depenalizzazioni del 2016. Non dimentichiamoci che in Italia siamo arrivati all’assurdo di riconoscere un indennizzo economico e un nuovo e ulteriore consistente sconto sulla pena ai detenuti ‘costretti’ a stare in celle sovraffollate...

Ribadisco quel che penso e che ho già avuto modo di dire e scrivere, anche su queste colonne. Pensare di risolvere i problemi del sovraffollamento delle carceri con leggi che daranno la possibilità a chi si è reso responsabile di un reato di non entrare in carcere, è sbagliato, profondamente sbagliato e ingiusto. Le soluzioni potevano e possono essere diverse: nuovi interventi strutturali sull’edilizia penitenziaria, l’aumento di personale e di risorse (e invece la Legge di Stabilità 2016 ha ingiustamente bocciato un emendamento per l’assunzione di 800 nuovi Agenti di Polizia Peniteziaria), espulsione dei detenuti stranieri, introduzione del lavoro obbligatorio durante la detenzione, anche modifiche normative sulle disposizioni penale, riservando il carcere ai casi che lo meritano davvero.

Ma intaccare la certezza della pena per coprire le inefficienze e le inadempienze dello Stato è sbagliato, profondamento sbagliato e ingiusto.