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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2016  -  stampato il 03/12/2016


Sindacato dei detenuti: possibile che si costituisca anche in Italia?

Che in Germania i detenuti si siano organizzati in vere e proprie organizzazioni sindacali  ponendo in essere forme di protesta collettive per rivendicare condizioni di lavoro più eque non può sorprendere più di tanto, visto che su una popolazione detentiva di circa 66.000 ristretti 41.000 sono impiegati in attività lavorative, e i restanti  detenuti non sono occupati per raggiunti limiti di età pensionabile o perché inabili al lavoro.

Invero, il sindacato confederale dei detenuti (GG/BO) è stato fondato nel maggio del 2014 da due detenuti (un tedesco e uno straniero) nel carcere giudiziario di Berlin-Tegel: da allora è cresciuto fino a raccogliere circa 800 iscritti in una quarantina di carceri, compresa una sezione in Austria.

Per venire all’Italia e con riferimento al lavoro inframurario non appare ravvisabile nello status di detenuto alcun limite all’iscrizione ad associazioni sindacali già esistenti, sempre che  le organizzazioni sindacali non prevedano preclusioni statutarie legate all’accettazione dell’iscrizione, quale l’incensuratezza o al più generico concetto di buona condotta morale e civile.

Allo stesso modo, nulla vieta che gli stessi detenuti costituiscano organizzazioni sindacali associandosi fra di loro, in applicazione del principio costituzionale sulla libertà di associazione sindacale ex articolo 39 Cost..

Circa la possibilità di riconoscere il diritto di sciopero al detenuto che svolge un lavoro inframurario in dottrina si registrano opinioni difformi; da un lato vi è chi sostiene che questo debba essere riconosciuto anche ai detenuti che lavorano all’interno del carcere, non sussistendo, al riguardo, alcuna incompatibilità con lo stato di detenzione, mentre dall’altro vi è chi ritiene impossibile il ricorso allo stesso, sia perché in contrasto con l’obbligatorietà del lavoro, sia per ragioni di ordine e sicurezza del penitenziario, benché l’ordinamento penitenziario del 1975 e il successivo regolamento di esecuzione del 1976 abbiano concepito il lavoro in modo completamente nuovo: pur ribadendo l’obbligatorietà di quest’ultimo, infatti, il lavoro diventa parte integrante del trattamento rieducativo, venendo a perdere quel carattere di sofferenza  ulteriore rispetto alla restrizione della libertà. 

Senza dubbio, invece, il diritto di scioperare deve essere riconosciuto, indistintamente, in capo a tutti gli internati e detenuti ammessi a svolgere attività lavorativa extramuraria, in quanto l’unica differenza intercorrente tra lavoro penitenziario all’esterno e lavoro libero risiede nella particolare condizione soggettiva del prestatore d’opera, condizione che non può tuttavia incidere sul piano delle relazioni tra detenuto lavoratore ed impresa datrice di lavoro.

In particolare, nell’ipotesi in cui il detenuto lavoratore aderisca ad uno sciopero, il soggetto in regime di semilibertà sarà tenuto ad informare la direzione dell’Istituto per gli adempimenti consequenziali, mentre per il condannato ammesso al lavoro all’esterno ex articolo 21 O.P. l’astensione dal lavoro si tradurrà nella permanenza in Istituto, salva la possibilità di chiedere un eventuale permesso per partecipare a manifestazioni o ad assemblee indette in occasione delle sciopero.  

Il lavoro penitenziario, infatti, si può distinguere in due grandi categorie, in cui il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa funge da elemento scriminante:

Lavoro intramurario, termine con cui si indica ogni attività lavorativa svolta all’interno dell’istituzione carceraria;

Lavoro extramurario, che indica il lavoro svolto dal detenuto all’esterno delle mura del penitenziario.

All’interno del primo genus si distingue poi fra lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, anche detto lavoro domestico, in quanto destinato a far funzionare l’apparato carcerario e quello alle dipendenze di terzi.

In ordine al secondo genus la distinzione da operare è tra lavoro all’esterno ex articolo 21 O.P. (art. 48 reg. Esec.) e lavoro extramurario in regime di semilibertà.

Nondimeno, in Italia è difficile che possano darsi forme di associazionismo sindacale o che il fenomeno possa attecchire, non fosse altro perché i detenuti che lavorano all’interno degli Istituti penitenziari italiani, nonostante la legge Smuraglia e successive integrazioni e modificazioni, continuano a rimanere un numero modesto  rispetto alla popolazione detenuta complessiva, anche volendo tenere conto del  numero di detenuti che lavorano, dentro e fuori dal carcere, per ditte o cooperative esterne.

 

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