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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/04/2016  -  stampato il 08/12/2016


Sanzioni disciplinari e mobbing: Poliziotto penitenziario perde ricorso al TAR

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

sezione staccata di Salerno (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 721 del 2013, proposto da:

-OMISSIS-, rappresentato e difeso dagli avv. Sabrina Mautone e Francesco Maione, con domicilio eletto in Salerno, via Arce n. 122, presso l'avv. D'Urso;

contro

Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria , rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliato in Salerno, corso Vittorio Emanuele n.58;

per l'annullamento

del Provv. n. 13 del 26 febbraio 2009, per l'accertamento che il ricorrente è stato fatto oggetto di una illecita condotta di mobbing e per la conseguente condanna dell'Amministrazione al risarcimento del danno

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione  Penitenziaria ;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 15 marzo 2016 il dott. Ezio Fedullo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo

Espone il ricorrente, Assistente Capo del Corpo di Polizia  Penitenziaria , attualmente in servizio presso la Casa di Reclusione di Avellino sita in Bellizzi Irpino (AV), di essere stato destinatario, allorché era in forze all'Istituto penitenziario di Sant'Angelo dei Lombardi, di un rapporto disciplinare da parte del Sovrintendente D'Aloiso Alessandro, il quale gli ha contestato in data 23.1.2009 di aver utilizzato n. 3 fogli di carta, di un rapporto disciplinare dell'11.2.2009, redatto dall'Ispettore Maietta Sergio, il quale gli ha contestato di non aver indossato i distintivi di qualifica corrispondenti alla propria, mai ricevuti in dotazione, e di un ulteriore rapporto disciplinare in data 23.2.2009, formulato dal Sovrintendente Cupo Giuseppe, il quale gli ha contestato di non aver svuotato il vassoio del pranzo nei bidoni.

Allega inoltre il ricorrente che in data 26.2.2009, avendo egli segnalato l'assenza di alcuni detenuti dalle aule in cui si tenevano i corsi scolastici, il Direttore dell'Istituto ha provveduto a revocare immotivatamente l'incarico di addetto alla sorveglianza alle attività scolastiche, da lui ottenuto in seguito ad interpello (mobilità interna), assegnandolo poi all'ordinario servizio d'istituto.

Espone ancora il ricorrente che le istanze di accesso agli atti presentate nel corso degli anni, con particolare riferimento alla suddetta procedura di rimozione, sono state sempre respinte con motivazioni diverse tra loro, da ultimo con riferimento al disposto dell'art. 3, comma 1, lett. b) D.M. n. 115 del 1996: ebbene, nonostante il relativo ricorso sia stato accolto dal T.A.R. con la sentenza n. 42/2012, la Direzione della Casa Circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi ha emesso un nuovo provvedimento di diniego, diversamente motivato ed ugualmente annullato dal T.A.R. con la sentenza n. 741/2012, cui hanno fatto seguito ulteriori note ostative da parte della Direzione dell'Istituto Penitenziario.

Deduce ancora il ricorrente che qualsiasi informativa o relazione da lui inviata agli organi competenti della Casa Circondariale rimaneva senza esito o veniva ritenuta tardiva.

Espone altresì che, tornato in servizio dopo un periodo di convalescenza riconosciuto dalla C.M.O., ha ricevuto un nuovo rapporto disciplinare in data 20.12.2010, redatto dal Sovrintendente Mirabella Cristian Angelo, ed ancora un altro, in data 2.11.2011, da parte del Vice Sovrintendente Angelo Imbriale, che gli ha contestato una presunta assenza dal servizio.

Deduce quindi che in data 1.8.2012 non gli è stato consentito di usufruire della mensa obbligatoria di servizio, mentre è stato destinatario di un nuovo procedimento disciplinare concernente i fatti del 14.8.2012, allorché con diversi rapporti disciplinari gli veniva contestata una "interferenza" telefonica nel normale servizio d'istituto ai danni dei colleghi, mentre in realtà le telefonate avevano una durata non superiore a dieci minuti ed erano relative a turni e disposizioni di servizio.

Continua il ricorrente allegando che "sembrerebbe" che, in conseguenza dei fatti esposti con nota 83 MOD 99 M.I. del 16.8.2012, egli sia stato esonerato dal servizio fino alla convocazione presso la C.M.O. di Caserta, mentre in pari data gli è stata immotivatamente ritirata la pistola Beretta in dotazione.

Da ultimo, prosegue il ricorrente, a soli sette giorni di distanza dal distacco presso la Casa di Reclusione di Bellizzi Irpino, ovvero in data 7.1.2013, dalla Direzione della Casa circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi è stato elevato nuovo rapporto disciplinare, in quanto egli aveva richiesto di affiggere presso la bacheca dello spaccio un comunicato sindacale, ed un ulteriore rapporto disciplinare avente pari data è stato elevato in relazione ad un pignoramento presso terzi notificato all'amministrazione, sebbene la normativa non attribuisca più a tali fatti rilevanza disciplinare.

I fatti esposti, deduce il ricorrente, hanno inciso sulle sue condizioni psicologiche, essendosi egli visto dequalificare per effetto dell'attribuzione di compiti che non rientravano nella sua declaratoria professionale e nelle sue competenze di ruolo e posto in un costante stato di mortificazione.

Lamenta ancora che gli è stata inibita qualsiasi interrelazione con i superiori gerarchici e con i colleghi della medesima qualifica, ai quali non può rivolgere la parola senza che si elevi nei suoi confronti un rapporto disciplinare.

Deduce ancora che, in relazione ad una semplice domanda di ferie, sono stati rappresentati ostacoli insormontabili e lamenta la mancata applicazione dell'art. 52 D.Lgs. n. 165 del 2001.

Espone altresì che è stato vittima di una forma persecutoria tradottasi nelle ripetute condotte di colleghi e dei superiori gerarchici tese a causare la sua discriminazione ed emarginazione, fino ad arrivare allo svuotamento del suo ruolo professionale all'interno della Casa circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi ed alla preclusione di qualsiasi possibilità di crescita professionale, costringendolo a chiedere il distacco presso la Casa circondariale di Avellino.

Espone che gli accertamenti medici svolti hanno appurato il nesso di causalità tra lo stato "mobbizzante" e la depressione di cui soffre, che a seguito delle vessazioni subite è stato costretto ad assentarsi dal lavoro a causa dei gravi disturbi psichici accusati, con conseguente deperimento del bagaglio professionale e delle esperienze lavorative acquisite, che il comportamento dell'amministrazione, la quale ha omesso di vigilare e tutelare l'integrità psico-fisica del lavoratore, ha concorso alla lesione del diritto del ricorrente di estrinsecare pienamente la sua personalità nell'ambito lavorativo.

La domanda risarcitoria formulata, sulla scorta dei fatti esposti, ha in particolare ad oggetto:

- il danno biologico connesso allo stato ansioso di tipo reattivo di cui soffre il ricorrente unitamente ad un episodio depressivo maggiore;

- il danno esistenziale conseguente al deterioramento delle condizioni di vita del lavoratore;

- il danno alla professionalità conseguente alla dequalificazione attuata.

La difesa erariale si oppone invece all'accoglimento del ricorso, eccependo anche l'inammissibilità della domanda di annullamento dell'ordine di servizio n. 13 del 26.2.2009 e producendo in ordine ai fatti dedotti in ricorso la relazione istruttoria del Direttore della Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.

Il ricorso quindi, all'esito dell'udienza di discussione, è stato trattenuto dal collegio per la decisione di merito.

Motivi della decisione

Il ricorso in esame ha ad oggetto la domanda del ricorrente, appartenente al Corpo della Polizia  Penitenziaria , di risarcimento del danno da cd. mobbing, asseritamente attuato nei suoi confronti dai superiori gerarchici e dai colleghi dell'istituto di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, nonché di annullamento dell'ordine di servizio n. 13 del 26.2.2009.

In primo luogo, deve essere dichiarata inammissibile perché intempestiva, in accoglimento della corrispondente eccezione della difesa erariale, la domanda di annullamento dell'ordine di servizio n. 13 del 26.2.2009, risultando esso notificato in pari data al ricorrente.

Quanto alla domanda risarcitoria, con la quale la parte ricorrente chiede il ristoro dei danni subiti per effetto del comportamento "mobbizzante" di cui asserisce essere stato vittima nel corso del servizio prestato presso la Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, deve premettersi una breve panoramica giurisprudenziale sull'argomento de quo.

Al riguardo, è sufficiente richiamare, per la sua specifica attinenza al rapporto di pubblico impiego e per la esaustività della ricostruzione in essa operata, la recente sentenza del Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 4394 del 21 settembre 2015, la quale così enuclea la fattispecie, priva di riferimenti normativi precisi, del mobbing: "il mobbing, nel rapporto di impiego pubblico, si sostanzia in una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente nell'ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all'ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del medesimo dipendente, tale da provocare un effetto lesivo della sua salute psicofisica (Cons. Stato, Sez. VI, 12/3/2015 n. 1282). Pertanto, ai fini della configurabilità della condotta lesiva da mobbing, va accertata la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, dati: a) dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio; b) dall'evento lesivo della salute psicofisica del dipendente; c) dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell'integrità psicofisica del lavoratore; d) dalla prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio. La sussistenza di condotte "mobbizzanti" deve essere qualificata dall'accertamento di precipue finalità persecutorie o discriminatorie, poiché proprio l'elemento soggettivo finalistico consente di cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti, o anche in una sequenza frammista di provvedimenti e comportamenti, quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione od emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito che è imprescindibile ai fini dell'enucleazione del mobbing (Cons. Stato, Sez. III, 14/5/2015 n. 2412). Conseguentemente un singolo atto illegittimo o anche più atti illegittimi di gestione del rapporto in danno del lavoratore, non sono, di per sé soli, sintomatici della presenza di un comportamento "mobbizzante" (Cons. Stato Sez. VI, 16/4/2015 n. 1945). Sul piano processuale, la condotta che da luogo a mobbing deve essere allegata nei suoi elementi essenziali dal lavoratore, che non può limitarsi davanti al giudice a dolersi genericamente di esser vittima di un illecito, ovvero ad allegare l'esistenza di specifici atti illegittimi, ma deve quanto meno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il giudice - eventualmente, anche attraverso l'esercizio dei suoi poteri ufficiosi - possa verificare la sussistenza, nei suoi confronti, di un più complessivo disegno preordinato alla vessazione o alla prevaricazione. La ricorrenza del mobbing deve essere, dunque, esclusa tutte le volte che la valutazione complessiva dell'insieme delle circostanze addotte (ed accertate nella loro materialità), pur se idonea a palesare, singulatim, elementi od episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere esorbitante ed unitariamente persecutorio e discriminante del complesso di condotte poste in essere".

Tanto premesso, deve rilevarsi che, alla luce delle allegazioni attoree, non risultano adeguatamente comprovati gli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria dedotta in giudizio.

Il ricorrente pone infatti essenzialmente a fondamento della domanda risarcitoria i plurimi episodi disciplinari dai quali è stato interessato ed il demansionamento asseritamente subito per effetto, in particolare, del citato ordine di servizio, con il quale gli è stato revocato l'incarico di sorveglianza nell'ambito dei corsi scolastici organizzati a vantaggio della popolazione detenuta.

Ebbene, quanto al primo segmento della supposta fattispecie di mobbing, nessuna concreta deduzione viene articolata per dimostrare che le contestazioni disciplinari formulate nei confronti del ricorrente hanno avuto carattere attuativo di un unitario disegno vessatorio e persecutorio elaborato ed eseguito ai suoi danni dai titolari del potere disciplinare: a fronte, infatti, della puntuale individuazione, sulla scorta dei provvedimenti disciplinari e degli atti di contestazione che ne hanno preceduto l'adozione, delle rispettive ragioni determinanti, il ricorrente non solo si è astenuto dal contestarne tempestivamente la legittimità nella pertinente sede giurisdizionale, ma non ha fornito alcun serio elemento di prova per dimostrare che essi hanno costituito espressione dell'uso distorto del potere disciplinare, finalizzato, piuttosto che alla stigmatizzazione di comportamenti dissonanti rispetto alle regole di condotta del personale della Polizia  Penitenziaria , a collocare il dipendente interessato in uno stato di arbitraria soggezione e mortificante isolamento (in proposito, non possono ritenersi sufficienti le deduzioni formulate con la memoria difensiva del 14.3.2016, vuoi perché parziali, siccome riferite ad un solo episodio disciplinare, vuoi perché generiche, in quanto intese ad evidenziare apoditticamente l'"inconsistenza dei fatti" sui quali gli addebiti disciplinari si basano ovvero la "pretestuosità" degli stessi).

A tanto deve aggiungersi, ad inficiare ulteriormente la ricostruzione di un disegno persecutorio perpetrato ai danni del ricorrente, che i provvedimenti disciplinari volti ad irrogare sanzioni diverse dalla censura sono stati adottati da un organo terzo (ovvero dal Provveditore Regionale) rispetto all'apparato penitenziario nel quale la lamentata fattispecie di mobbing si sarebbe realizzata, previa rituale acquisizione delle giustificazioni dell'interessato.

Quanto invece al secondo profilo, relativo alla lamentata dequalificazione professionale di cui sarebbe stato vittima il ricorrente, deve osservarsi in primo luogo che essa è del tutto genericamente lamentata, non essendo individuate le specifiche mansioni, estranee rispetto alla qualifica professionale del medesimo e peggiorative del suo status lavorativo, che gli sarebbero state illegittimamente affidate (solo nella memoria del 14.3.2016, invero, si afferma, in mancanza di congrui elementi dimostrativi, che l'assegnazione del ricorrente ad altra unità non sarebbe stata accompagnata da "alcuna specifica mansione").

Ciò vale, deve precisarsi, anche in relazione all'ordine di servizio n. 13 del 26.2.2009, con il quale è stato revocato al ricorrente l'incarico di sorveglianza nell'ambito dei corsi scolastici organizzati a beneficio dei detenuti, non venendo precisamente allegati in ricorso i compiti, a lui assegnati in sostituzione di quello, che avrebbero comportato la lamentata deminutio professionale.

In ogni caso, l'assenza nella suddetta determinazione di indici sintomatici del preteso mobbing si desume dalla nota prot. n. 1/Ris del 4.2.2009 della Dirigente Scolastica dell'Istituto Comprensivo Statale "Vittorio Criscuoli", dalla quale si evincono le ragioni che hanno indotto la Dirigenza dell'Istituto penitenziario a provvedere alla sostituzione del ricorrente (cfr. all. n. 11 della produzione statale del 2.2.2016): anche da questo punto di vista, quindi, emerge il mancato assolvimento da parte del suddetto dell'onere probatorio a lui facente capo, essendosi limitato ad affermare il carattere arbitrario del suddetto ordine di servizio, senza confutare puntualmente i documentati motivi che ne sono alla base.

Ugualmente non significative, ai fini della dimostrazione della allegata fattispecie di mobbing, sono le resistenze opposte dall'amministrazione al soddisfacimento dell'interesse ostensivo del ricorrente: in ogni caso, gli atti da essa adottati, inerendo ad una posizione meramente strumentale (quale appunto il diritto di accesso), sono a priori inidonei ad assurgere a rilevante fattore causale ai fini della mortificazione del suo status professionale, che il ricorrente addebita all'amministrazione intimata.

Né è chiarito dallo stesso ricorrente il collegamento tra l'affermata azione "mobbizzante" dell'amministrazione e gli accertamenti medici cui egli è stato sottoposto da parte della C.M.O. (accertamenti che sembrerebbero afferire alla dimostrazione del danno nella sua oggettiva sussistenza, piuttosto che alle sue modalità produttive), mentre il ritiro (provvisorio) dell'arma in dotazione appare spiegabile, più che con il predicato intento persecutorio, con l'esigenza di verificare preliminarmente l'idoneità al servizio del ricorrente, cui quegli accertamenti erano preordinati.

Ancora, al fine di escludere ogni rapporto causale tra le presunte condotte "mobbizzanti" e la patologia psichiatrica di cui è affetto il ricorrente, basti richiamare quanto osservato (e documentato) dall'amministrazione intimata con la prodotta relazione istruttoria, nel senso che già nell'anno 1995 (ben prima, quindi, dei fatti allegati in ricorso come causativi della infermità, allorché il ricorrente era in servizio presso il diverso Istituto penitenziario di Secondigliano) gli è stata diagnostica la "sindrome depressiva ansiosa reattiva", indicata tra i pregiudizi di cui chiede il ristoro da parte dell'Amministrazione.

Per concludere, le deduzioni attoree risultano complessivamente insufficienti a dimostrare la concretizzazione ai danni del ricorrente di una fattispecie di mobbing, con i rigorosi requisiti qualificanti individuati dalla giurisprudenza, ed in particolare che le patologie sofferte dal ricorrente, piuttosto che essere ascrivibili ad una condotta datoriale preordinata ad attentare al suo equilibrio psico-fisico, non siano invece l'effetto del modo in cui ha soggettivamente vissuto le spiacevoli evenienze disciplinari in cui è stato coinvolto e, più in generale, le difficoltà connesse al peculiare contesto lavorativo in cui si trovano ad operare gli appartenenti al Corpo della Polizia  Penitenziaria.

Il ricorso deve quindi essere respinto, mentre sussistono giuste ragioni, tenuto conto della peculiarità dell'oggetto della controversia, per disporre la compensazione delle spese di giudizio sostenute dalle parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione staccata di Salerno, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 721/2013:

- dichiara l'inammissibilità della domanda di annullamento del Provv. n. 13 del 26 febbraio 2009;

- respinge la domanda di condanna al risarcimento del danno;

- compensa le spese di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Salerno nella camera di consiglio del giorno 15 marzo 2016 con l'intervento dei magistrati:

Amedeo Urbano, Presidente

Giovanni Sabbato, Consigliere

Ezio Fedullo, Consigliere, Estensore