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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/05/2016  -  stampato il 03/12/2016


Avanzamenti regalati: io ho ormai ho perso la fiducia, ma non la voglia di combattere per le regole uguali per tutti

Cara Redazione, ti scrivo perché dopo 27 anni di servizio non so più cosa pensare e soprattutto a cosa credere.

Ti scrivo affinché possa raccogliere il mio sfogo, la mia voce, e farla tua, in nome della rettitudine, della onestà e della professionalità di tanti altri colleghi come me.

Dopo l’ennesima disarmante notizia degli “avanzamenti regalati ai furbetti”, che non hanno compiuto nulla di eroico o di memorabile, bensì svolgono ordinariamente le loro funzioni come la massa, ma a differenza di quest’ultima, si trovano vicini ai gruppi di potere, ho deciso di dare voce alla mia amarezza ...

Questo è lo sfogo di chi come me, in tanti anni, ha cercato sempre di credere nei propri sogni e negli ideali che gli venivano insegnati, per ritrovarsi, ora, con un pugno di mosche in mano, disilluso e sconfortato, senza più sogni né ideali.

Questo è lo sfogo di chi ha sempre ritenuto che la parola premialità dovesse coniugarsi con impegno, con rendimento e con risultato, concetto peraltro molto sostenuto nella recente legislazione.

Peccato che le regole, anche le più sostenute, valgano solo per le persone più "sfigate", condannate a restare nella polvere e non sull’altare, perché ritenute scomode, senza protezione né raccomandazione.

Questa è la mia storia, una storia tra tante, forse banale rispetto a quella di altri colleghi, che, con il loro profondo impegno, la loro sentita dedizione e spirito di sacrificio, hanno contribuito alla realizzazione di quegli ideali (nei quali io ormai non credo più) mettendo a disposizione la loro immagine e la loro professionalità in modo assolutamente gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Mi sono trovato spesso di fronte al pericolo vero e proprio, fronteggiando situazioni estremamente rischiose, e ritrovandomi alla fine di tutto sempre danneggiato e beffato nello spirito. Eppure ho sempre continuato a crederci.

Ho avuto la fortuna, più di una volta, di salvare la vita ai detenuti, sia in istituto e anche in tribunale, quando ancora le traduzioni venivano effettuate dai Carabinieri.

Paradossale fu che, in questa occasione, di tutta risposta dall’Amministrazione, non arrivò alcun encomio né null’altro. Ma solo l’obbligo di sottopormi al test dell’HIV al fine di scongiurare il pericolo di eventuali denunce da parte del detenuto.

Ho subito anche minacce da esponenti della criminalità organizzata e dalle loro famiglie e sono rimasto solo, senza che nessuno si facesse carico del pericolo che correva la mia persona. Mentre ho assistito personalmente alle famose buste anonime con dentro un bossolo, indirizzate ai dirigenti all'approssimarsi dello scadere del loro "programma di protezione" che gli facevano prolungare il periodo di tutela e addirittura la scorta; utili solo per placare i loro complessi di inferiorità.

Nel mio peregrinare da una sede all’altra, da un istituto all’altro, dal G.O.M., alla sede centrale, sono stato fautore, solo e insieme ad altri colleghi, di numerose iniziative volte ad accrescere il prestigio dell’Amministrazione, realizzando spesso risparmi di spesa nell’ottica della “spending rewiev”.

E tutto questo passando sempre inosservato nonostante la pubblicità e la risonanza che certi eventi hanno comunque procurato.

Tutto ciò fa parte dei rischi del mestiere? Tutto ciò rientra nel tipo di lavoro che mi sono scelto? Sì, certo.

Ma allora, per l’ennesima volta, all’ennesima beffa, mi domando di nuovo: perché ciò che per molti è ordinarietà che passa inosservata per altri diventa sinonimo di premialità e di riconoscimento?

Perché le azioni, le più quotidiane, svolte solo da determinati personaggi, vengono fatte passare come le più eroiche e le più meritevoli, quando nulla hanno di eroico né di meritevole?

Cara Redazione, è ora di farla finita. Di farla finita sul serio. Di rendere merito solo a chi vada veramente reso merito. Solo a chi, al di fuori del servizio, ha compiuto o ha sventato chissà quale pericolo per spirito di mera abnegazione e non per ottenere una contropartita in cambio.

E’ora di farla finita. Almeno noi, che ancora abbiamo una dignità da difendere, non arrendiamoci! Non diventiamo schiavi del servilismo più subdolo. Non diventiamo complici di questi sporchi giochi.

Combattiamo affinché le regole siano per tutti uguali. Affinché vi sia ancora un briciolo di speranza che quegli ideali tanto osannati nei comunicati, nelle ministeriali, nei corsi di formazione, abbiano ragione di esistere.