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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/03/2010  -  stampato il 11/12/2016


Dal Piano Carceri nuove prospettive per il lavoro dei detenuti?

La recente dichiarazione dello stato di emergenza del sistema penitenziario lascia intravedere, per il prossimo futuro, concrete prospettive di un progressivo ampliamento del lavoro di pubblica utilità con l’impiego di soggetti condannati a pene detentive brevi. Gli interventi normativi contenuti nel Piano carceri, approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 gennaio scorso, introducono infatti la possibilità della detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità.

L’impegno assunto dal Governo Berlusconi presuppone il contributo concreto di tutti gli Enti locali per una ricognizione puntuale ed analitica, nel distretto territoriale di competenza, delle opportunità lavorative in cui utilmente impiegare i detenuti in lavori di pubblica utilità, in vista della futura messa a regime del sistema.

Già da tempo il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – ha intrapreso una serie di iniziative sperimentali volte a favorire il reinserimento socio lavorativo di soggetti in espiazione di pena mediante la partecipazione responsabile e consapevole a progetti di lavoro utili alla collettività. Iniziative, queste, che hanno fornito riscontri positivi non solo in termini trattamentali, ma anche nei confronti della cittadinanza che ha visto attivamente impegnati in lavori di pubblica utilità coloro che si sono resi responsabili di reati più o meno gravi.

Si pensi, ad esempio, alla recente operazione di pulizia svolta a Roma lo scorso 8 dicembre in cui un consistente numero di detenuti (nell’ordine delle 60 unità circa) ristretti nella Casa di reclusione e nella Casa circondariale femminile di Roma Rebibbia, hanno provveduto a ripulire aree archeologiche di particolare pregio da sterpaglie e rifiuti.

A ulteriore conferma dell’assoluta valenza positiva di iniziative simili è il recente protocollo d’intesa siglato dalla Regione Lombardia, il Ministero della Giustizia e la Società di gestione Expo Milano 2015 S.p.A. che ha ufficializzato l’impegno delle parti all’assunzione di un considerevole numero di soggetti in espiazione di pena negli istituti penitenziari della Lombardia per l’impiego in tutte le attività lavorative connesse all’organizzazione dell’imponente manifestazione fieristica.

Secondo l’articolo 15 dell’Ordinamento Penitenziario, il lavoro rappresenta l’elemento principale del trattamento e, in quanto tale, deve essere favorito in ogni modo poiché, attraverso esso, il soggetto in espiazione di pena può trovare una nuova affermazione della personalità logorata con la commissione del reato.

La nuova concezione delle soluzioni sanzionatorie, sempre meno afflittive ma più efficaci nel controllo del crimine, può trovare la giusta risposta nei progetti di lavoro di pubblica utilità e di recupero del patrimonio ambientale. I dati di cui disponiamo (aggiornati al 31 dicembre 2008) ci dicono però che la percentuale dei detenuti che lavorano è minima, circa il 24% delle presenze (che, a quella data, erano pari a 58.127 unità detenute).

I detenuti quindi, ed in particolare quelli condannati con sentenza definitiva, vivono una realtà che, lungi dallo scopo rieducativo cui dovrebbe mirare, li abbrutisce sempre più: mesi o addirittura anni trascorsi nell’ozio assoluto, in attesa di ottenere una delle tante misure premiali di riduzione della pena. Allo stato di disagio del condannato come persona si aggiunge il di- sagio dell’Amministrazione penitenziaria (e dello Stato, più in

generale), considerato che ogni detenuto costa circa 250 euro al giorno; spese che, inutile negarlo, sono a fondo perduto, perché il più delle volte a fine pena non riesce a recuperarsi neanche l’irrisorio debito cui sarebbe tenuto il detenuto (debito che si attesta intorno ad euro 0,70 al giorno per la durata della reclusione).

E’ vero che negli ultimi tempi l’Amministrazione Penitenziaria, al fine di sperimentare nuove prospettive trattamentali nei confronti della popolazione detenuta, ha sensibilizzato le strutture periferiche del territorio a intraprendere iniziative volte alla piena attuazione proprio dell’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario. L’attivazione sul territorio nazionale di iniziative inerenti la promozione del lavoro è dunque diventato obiettivo primario che l’Amministrazione Penitenziaria persegue al fine del coinvolgimento consapevole e responsabile dei soggetti in espiazione di pena in attività lavorative volte all’integrazione e al reinserimento nella comunità sociale.

Tutto questo nella convinzione che il lavoro è uno degli elementi determinanti su cui fondare percorsi di inclusione sociale non aleatori. Impiegare in detenuti in progetti di recupero del patrimonio ambientale e in lavori di pubblica utilità è una delle richieste storiche del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, motivata dalla necessità concreta di dare davvero un senso alla pena detentiva.

I detenuti hanno prodotto danni alla società? Bene, li ripaghino mettendosi a disposizione della collettività ed imparando un mestiere che potrebbe essere loro utile una volta tornati in libertà. E allora, se è vero – come è vero - che il lavoro è potenzialmente determinante per il trattamento rieducativo dei detenuti (perché li terrebbe impiegati per l’intero arco della giornata durante la detenzione - ore che oggi passano nell’ozio quasi assoluto -; perché permetterebbe loro di acquisire un’esperienza lavorativa utile fuori dalla galera, una volta scontata la pena), perché non provare a percorrere anche questa strada? In Parlamento giacciono svariate proposte di legge finalizzate proprio ad introdurre strumenti legislativi concreti per il lavoro penitenziario dei detenuti, utile per il loro riscatto morale ed umano ma anche per la collettività, esonerandola almeno in parte dal mantenimento dei condannati.

Possibile che proposte di legge di buon senso di questo tipo, che peraltro sono state presentate da tutti gli schieramenti politici, anziché essere approvate nel tempo più breve e con la più ampia maggioranza parlamentare, debbano restare negli archivi di Camera e Senato?