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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/06/2016  -  stampato il 02/12/2016


Fumo passivo in carcere: continua la battaglia del Sappe. Diffida al DAP preliminare alle denunce penali

C’è un luogo in cui la legge Sirchia del 2003 è sospesa. Non c’è una statistica ufficiale, ma quando si entra in un carcere la sensazione è che i detenuti abbiano perso molti diritti eccetto quello di fumare. A tredici anni dall’entrata in vigore della normativa, gli istituti detentivi sono l’unico luogo chiuso in cui è ancora consentito fumarsi una sigaretta. Nel 2013, il medico pisano Francesco Ceraudo ha pubblicato sulla rivista Ristretti Orizzonti gli unici dati dispobinili: «Nei rilievi determinati dall’Agenzia regionale di sanità della Toscana, il 70,2% dei detenuti (regionali, ndr) fuma, mentre il consumo di tabacco tra la popolazione libera è del 23,2%». Non solo. «Il consumo medio giornaliero di sigarette – scrive Ceraudo - è pari a 21,7 tra i detenuti e a 13,6 per chi sta fuori». Insomma, «in carcere è veramente difficile smettere di fumare». In un contesto ambientale in cui la noia e lo stress si accompagnano a situazioni di sovraffollamento e traumi personali, la sigaretta diventa la prima “compagna” di detenzione e il carcere diventa anche il luogo in cui si inizia a fumare.

Una situazione già denunciata dal Sappe (Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria) in un comunicato del 2012. A pesare, in particolare, la situazione a cui sono sottoposti gli agenti di Polizia Penitenziaria durante il servizio: «Il personale che lavora nelle sezioni detentive alla stregua dei detenuti non fumatori, è costretto a respirare per 8,9 ore al giorno il fumo passivo emanato dai detenuti». Nello stesso documento il Sappe punta il dito contro il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap): «L’unica cosa che hanno fatto i signori dirigenti è stata quella di emanare una circolare, inapplicata, in cui si invita a dividere i detenuti fumatori da quelli non fumatori cosa impossibile, considerato il sovraffollamento delle carceri e la mancanza di un qualsiasi spazio». Il riferimento è quello a una circolare del 2004 che riprende i contenuti di un testo del 1994 dal titolo Il fumo nell'ambiente carcerario. Tutela dei detenuti non fumatori in cui si riconosce il problema ma, in attesa di «una regolamentazione della materia» in cui vengano stabiliti principi generali di riferimento validi per tutti gli istituti di pena, «si raccomanda alle Direzion per quanto possibile, di far soggiornare in celle separate i detenuti che chiedono di non convivere con i fumatori».

«Ai detenuti non possiamo dire niente perché sono legalmente autorizzati a fumare dallo Stato italiano», denuncia Federico Pilagatti, segretario regionale Sappe della Puglia. Nel 2013, Piligatti ha dato voce alla famiglia di un collega di 43 anni morto per tumore ai polmoni nonostante non avesse mai toccato una sigaretta in vita sua: «Il 6 giugno ci sarà la seconda udienza al tribunale amministrativo di Lecce e se a fine anno riusciremo ad avere giustizia nei confronti dello Stato si tratterà di una sentenza storica a livello Europeo». Nel 2015, la Gran Bretagna è corsa ai ripari. Per evitare possibili cause di risarcimento, ha esteso il divieto di fumo ai detenuti e fornito a quest’ultimi la possibilità di utilizzare il ceretto alla nicotina. «Il paradosso – continua Pilagatti – è che nelle varie sezioni del carcere sussiste il divieto di fumo. In segreteria, in mensa, in infermeria per esempio non ci si può accendere una sigaretta, ma lo si può fare in cella e in molte aree comuni. Una situazione che d’inverno, quando le finestre sono chiuse per il freddo, diventa insostenibile. Anche a causa dei fumi di cottura, si crea una cappa che sembra la nebbia di Londra».

Per dare un segnale forte, il Sappe della Puglia è pronto a un passo ulteriore: «Stiamo aspettando la scadenza del trentesimo giorno previsto dall’articolo 328 comma 2 del codice penale che dà tempo un mese allo Stato per mettere mano a questa situazione. Poi partiranno le denunce per omissioni in atto d’ufficio, lesioni colpose e omicidio colposo. Perché i danni del fumo passivo – conclude Pilagatti - non si vedono subito, ma sono più pesanti di quelli causati da una sigaretta. Molti colleghi non arrivano alla pensione e chi ci arriva muore poco dopo per gli effetti a lungo termine».

Nonostante il regolamento penitenziario stilato nel 2000 faccia diretto riferimento alle «attività di medicina preventiva», la difficoltà di agire sul tema del tabagismo in carcere ha trovato riscontro anche durante gli Stati Generali dell’esecuzione penale conclusi il 18 aprile scorso. Nel documento finale, la parola “fumo” ricorre solamente due volte entrambe per sottolineare «l’imprescindibile e prioritaria necessità, ai fini della tutela della salute e del benessere psico-fisico in carcere, sia in favore dei ristretti che in favore dei lavoratori, che gli spazi della pena siano conformi a requisiti minimi di vivibilità e abitabilità».

D’altra parte, però, fumare rappresenta un atto di massima libertà (anche per chi sta fuori dal carcere) alla faccia della salute e del portafogli, soprattutto da quando la normativa anti-fumo si è fatta (a ragione) più stringente e persuasiva. Il 20 maggio, per esempio, è entrata in vigore la normativa europea 2014/40con cui i pacchetti di sigarette cambiano formato (addio al pacchetto da dieci) e diventano sostanzialmente anonimi. In tredici paesi europei, Italia compresa, il 65% delle confezioni si ricopre di immagini e scritte che avvertono il consumatore sui danni alla saluti causati dal fumo, il logo passa sulla parte inferiore mentre dagli spazi laterali scompaiono le indicazioni relative a nicotina, catrame e monossido di carbonio contenuti. A quest restyling si accompagnano anche nuovi luoghi vietati. Niente più “stizza” in auto se a bordo ci sono donne incinte o minori, stop alla “paglie” post-esame universitario nelle strutture ospedaliere e scordatevi di accendervi la “cicca” fuori da un reparto di ginecologia, ostetricia e neonatologia mentre si attende di scoprire se il proprio figlio è maschio o femmina. Se proprio non si resiste a una boccata di tabacco, meglio farlo in un luogo aperto e disabitato.

Divieti e raccomandazioni che valgono ancor di più durante la Giornata mondiale senza tabacco (31 maggio). Istituita nel 1988 per celebrare il quarantesimo anniversario della fondazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’evento invita ogni anno i fumatori ad astenersi dal consumare tabacco per almeno 24 ore e decidere una volta per tutte di smettere. In Italia, la data è anche l’occassione in cui l’Istituto superiore di sanità presenta il report annuale sul fumo. In attesa delle cifre del 2015, la quota di fumatori italiani si attesta sui 10 milioni: tanti quanti sono gli abitanti delle province di Roma, Milano e Napoli messi assieme. Il fumatore tipo è uomo (25% della popolazione maschile italiana fuma contro il 16% delle donne) con un età compresa fra i 25 e i 60 anni e consuma in media dalle 10 alle 14 sigarette al giorno. Uno zoccolo duro che ancora persiste in una pratica che costa allo stato 6 miliardi di euro all’anno in spese per la cura e la prevenzione delle malattie causate dal tabagismo e fa circa 700 mila morti all’anno in tutta Europa. Certo, dal 1975 (prima data utile della serie storica Doxa) a oggi il numero di fumatori si è sostanzialmente dimezzato e soprattutto fra le donne si è registrato un calo del 2% nel biennio 2012-14. Trend incoraggianti, sostenuti dalla conferma che le campagne d’informazione anti-fumo costituiscono la ragione più forte per smettere: il 70% degli intervistati che hanno smesso di fumare, l’hanno fatto proprio per la maggiore consapevolezza dei danni provocati dal fumo o per problemi di salute.

Ma come fare ad abbattere la quota di fumatori? «Con la prevenzione, da finanziare con parte delle accise applicate ai tabacchi» risponde Biagio Tinghinopresidente dellla Società italiana di tabaccologia. E se questo non bastasse, si può sempre far ricorso ai medicinali. «Personalmente mi sono speso per divulgare l’efficacia della citisina, un farmaco povero che può essere preparato direttamente dal farmacista – afferma Tinghino – L’uso di citisina non solo abbatte il costo da sostenere per un intero trattamento tradizionale che può arrivare a 300-400 euro, ma in quanto estratto del maggiociondolo è un prodotto totalmente naturale». C’è poi la questione della sigaretta elettronica:«Può rappresentare sicuramente uno strumento utile per smettere di fumare, ma solo se inserito all’interno di un progetto di cura gestito da un professionista. I numeri – ricorda Tinghino – su questo parlano chiaro: negli ultimi cinque anni si sono registrati un milioni i fumatori di sigaretta elettronica a cui tuttavia non hanno fatto da contraltare un milione di fumatori in meno».

linkiesta.it - 31 maggio 2016


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