www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/06/2016  -  stampato il 10/12/2016


Gli incarichi dirigenziali si dovrebbero avvicendare periodicamente. Al Dap questa regola non vale

l grado di efficienza e l’autorevolezza di un Paese, di un’amministrazione o di un’azienda si misurano evidentemente dalla capacità dei propri dirigenti; dalla loro professionalità, dalla loro competenza, dalla capacità che hanno di rendere il Paese, l’amministrazione o l’azienda che guidano, efficiente, organizzata e capace di rispondere alle esigenze delle persone, del mercato e dei propri dipendenti.

Quando una squadra di calcio non gioca bene, e non riesce a fare risultato, i dirigenti cambiano l’allenatore. Quando un leader perde autorevolezza viene sostituito. Quando un’azienda non fa più profitto e va in perdita, per evitare il fallimento, si cambiano i dirigenti.

A questa buona regola fa eccezione l’amministrazione penitenziaria, dove a pagare sono sempre e solo i più deboli, quelli che costituiscono i gradini più bassi della scala gerarchica, qualche volta quelli intermedi, ma mai, o quasi mai, i dirigenti.

Ci sono dirigenti che da oltre dieci anni, alcuni anche da più di venti, stanno sempre nello stesso posto, sia nelle sedi periferiche, sia al Dipartimento, dove, oltretutto, alcuni di essi credono e riescono a far credere di essere gli unici detentori della conoscenza, gli unici depositari del sapere. Si creano troppo spesso dei veri e propri centri di potere che nessuno riesce a scalfire: è noto, infatti, che passano i politici, passano i manager, ma i vecchi burocrati restando sempre al proprio posto, diventano i veri detentori del potere di un’amministrazione, perché sono quelli che conoscono tutto di tutti, quelli ai quali ogni nuovo capo che arriva deve andare a chiedere consigli e notizie.

Sono i moderni consiglieri del “Principe” di turno, il quale, sempre più indaffarato a gestire il potere personale, lascia che questi facciano il bello e il cattivo tempo, coltivino i propri interessi piuttosto che quelli generali, tutelando alcune categorie a scapito di altre.

Eppure le regole ci sono, ma nell’amministrazione penitenziaria non si applicano.

Le altre amministrazioni, simili alle nostre, ovvero le altre Forze i polizia, ogni tre/quattro anni cambiano i vertici delle varie strutture, siano esse periferiche o centrali, da noi no: ogni ufficio diventa personale, ogni poltrona sembra inchiodata al fondoschiena del dirigente di turno, tanto in periferia quanto al Dipartimento. Ogni capo Dipartimento o dirigente generale che arriva dichiara di voler fare la mobilità dei dirigenti; adesso sono stati anche individuati i posti di funzione e, in base alla tabella allegata al DM di riorganizzazione, al Dipartimento ci sono circa venti dirigenti in esubero, ma tutti continuano a rimanere al proprio posto, mentre nelle sedi periferiche ci sono dirigenti che continuano a dirigere due e anche tre carceri.

Tutto cambia perché nulla cambi.

Ogni dirigente è un centro di potere, spesso autoreferenziale, al punto da decidere anche se e come applicare gli accordi, se applicarli in maniera ragionevole oppure arbitraria, a seconda degli interessi coinvolti. E’ evidente che maggiori sono gli interessi coinvolti, maggiori sono i danni che tali dirigenti possono fare. Eppure sarebbe quantomeno ragionevole, se non opportuno, cambiare incarico periodicamente ai dirigenti, ma evidentemente nell’amministrazione penitenziaria tali regole di buon senso e di opportunità non vengono applicate, considerato che, come dicevamo poc’anzi, ci sono alcuni dirigenti che da oltre dieci anni, forse anche di più, occupano sempre gli stessi uffici. Si tratta, tra le altre cose, di dirigenti che, a nostro avviso, negli anni non hanno mostrato nessuna autorevolezza, capacità di gestione e organizzativa, tale da giustificare la loro permanenza in quegli incarichi.

Purtroppo, chi avrebbe dovuto valutarli, i “Principi” di turno, ha preferito turarsi il naso e continuare a tenersi dirigenti poco capaci e poco efficienti, ma in grado di garantire loro quella continuità necessaria e funzionale alla gestione del potere, senza essere troppo distratti dall’azione amministrativa quotidiana che richiede impegno e dedizione, oltre che competenza. Il risultato è evidente: lo sfascio di un’amministrazione dello Stato che svolge un ruolo e una funzione delicatissimi.

Molti istituti penitenziari sono allo sbando, senza una guida autorevole e capace di garantire la quotidiana applicazione delle regole. Dirigenti che agiscono in barba ad ogni accordo e ad ogni regola di buon senso. Prendiamo ad esempio la recente rivolta avvenuta nel carcere di Piacenza, ad opera di alcuni detenuti tunisini. I sindacati, dopo aver attentamente verificato la notizia, hanno denunciato l’accaduto, evidenziando che qualche detenuto avrebbe inneggiato all’ISIS e ad Allah; la direzione, nonostante la relazione di un appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria che attesta di aver sentito tali frasi, invece di limitarsi a segnalare il tutto alle autorità competenti, ha fatto una smentita pubblica attraverso l’ANSA, nella quale ha affermato che quanto denunciato dai sindacati non corrispondeva al vero. Ma una relazione di un pubblico ufficiale, seppur in presenza di altre che dicono il contrario, non è assistita da presunzione di verità, fino a querela di falso?

A Verona, dopo aver rinvenuto decine di cellulari nel carcere, un detenuto riesce addirittura a farsi un selfie, insieme ad altri compagni di detenzione.

Noi del Sappe scriviamo decine di lettere di denuncia sui problemi esistenti nei vari istituti e l’ufficio relazioni sindacali, spesso, ci risponde con due righe dicendo che va tutto bene.

Qualche dirigente del Dipartimento ha scritto il progetto di riallineamento dei funzionari del Corpo, e lo ha fatto firmare al Capo del Dipartimento, prevedendo la retrodatazione economica di alcuni commissari, senza che vi fosse, per tutti, la relativa copertura economica.

E’ già la seconda volta che in un concorso pubblico della Polizia Penitenziaria vengono scoperte persone con i quiz già fatti, ovvero con marchingegni vari, ma i concorsi continuano ad essere gestiti sempre allo stesso modo. Sono solo alcuni dei tantissimi esempi, ma il problema di fondo è che quei dirigenti continuano a restare al proprio posto, da troppi anni, e con un fardello di inefficienze sulle spalle.

 

La selezione darwiniana dei dirigenti del DAP

 

Dirigenti del Dap incapaci di confrontarsi sulle idee, sulle opinioni, sulle proposte e sulle critiche

 

In un Paese normale dopo lo scandalo dei dati falsi sulla capienza delle carceri qualcuno sarebbe stato messo alla porta ...