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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/03/2010  -  stampato il 05/12/2016


I detenuti muoiono e l’amministrazione viene condannata a risarcire i danni

La decima sezione civile del Tribunale di Milano, con una sentenza firmata dal giudice Andrea Manlio Borrelli, figlio del più famoso Francesco Saverio Borrelli, ha condannato l’Amministrazione penitenziaria a risarcire i famigliari di un detenuto morto nel carcere di Pavia per aver inalato gas.

La condanna ammonta ad oltre 140.000 Euro, in favore della mamma del detenuto morto e delle due sorelle che, congiuntamente, avevano citato in giudizio il ministero della Giustizia.

Alfio Miguel Bosco, questo il nome del detenuto morto, arrestato per furto, fu portato nel carcere di Pavia dove, la stessa sera dell’ingresso, tentò una prima volta di togliersi la vita. «Estrasse dalla tasca dei pantaloni un laccio da scarpe e se lo strinse attorno al collo tentando di fissarne un’estremità alle sbarre dell’inferriata di chiusura del locale, senza riuscirvi per il pronto intervento dell’agente e dell’infermiera in servizio ».

Questo è quanto si legge dagli atti e dalla ricostruzione fatta dal giudice nella sentenza. Miguel Bosco era (fumatore e) tossicodipendente da eroina e cocaina, stupefacenti che aveva assunto anche la sera prima, nonché assuntore di psicofarmaci. Il Bosco fu visitato dal medico che lo definì «Soggetto ansioso, depresso, tossicodipendente da cocaina ed eroina endovenosa, fortemente aggressivo, insofferente, eretistico» e ne prescrisse la «Attenta sorveglianza da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria.» Lo stesso medico indicò come medio il rischio di suicidio da parte del Bosco e fece richiesta urgente di colloqui di sostegno per il medesimo.

La mattina del giorno successivo all’arresto, dopo essere uscito dalla cella per recarsi al magazzino del carcere, prima, e all’ufficio matricola, poi, Bosco, rientrato in cella, scrisse qualcosa su un foglio, che si mise in tasca, e, chiesto al compagno di cella di alzare il volume della televisione, si ritirò nel bagno, da dove, poco dopo, iniziò a propagarsi forte odore di gas.

Gli agenti della Polizia Penitenziaria, intervenuti prontamente, trovarono il detenuto esanime e, vicino a lui, fu rinvenuta la bomboletta di gas, il cui possesso è consentito ai detenuti, al fine di scaldare bevande e cibi, secondo quanto previsto dall’ordinamento penitenziario.

Nonostante i tentativi rianimatori Bosco decedette per «Avvelenamento acuto secondario all’inalazione di gas tossico (verosimilmente butano e propano). Nessuno del personale penitenziario – scrive il giudice – si era preoccupato di verificare che Bosco non si procurasse la disponibilità della bomboletta di gas, nonostante essa fosse un bene che, secondo le regole del carcere stesso, era sottoposto a un regime particolare di registrazione, di custodia (“in apposito locale”) e di utilizzo (…)

E’ opinione di questo giudice che, negli ordinamenti “democratici” di tipo europeo (con tale espressione intendendosi quelli che hanno da tempo fatto proprio il principio dell’habeas corpus e nei quali, a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo, è scomparsa la pratica del supplizio), alla custodia del ristretto per ragioni di giustizia ineriscano, sul piano giuridico, obblighi “di protezione” a carico dell’istituzione penitenziaria».

Secondo quanto scrive il giudice, al carcere è attribuita dall’ordinamento (anche) una dose di potere sul corpo della persona. Secondo quanto afferma l’autorità giudicante nel carcere si rinchiude il corpo per privare l’individuo di una libertà considerata un diritto e insieme un bene. Tale potere sul corpo è di diversa ampiezza e cogenza, a seconda del grado di compressione della libertà personale che ciascuna categoria di istituzione è autorizzata a porre in essere in vista dell’assolvimento della funzione assegnatale. (…) Quanto maggiore è il potere attribuito all’istituzione di conformare (comprimendo) la libertà personale dell’individuo affidatole, tanto maggiore è l’obbligo dell’istituzione medesima di prendersi cura (quantomeno) del corpo della persona soggetta al potere stesso. Detto potere conformativo della libertà individuale è massimo nella istituzione carceraria: il corpo è qui irretito in un sistema di costrizioni, di obblighi e di divieti, ai quali deve necessariamente soggiacere. Al dovere di custodia della persona del detenuto gravante sulla struttura penitenziaria, dunque, non possono non inerire obblighi accessori che, in lessico giuridico, sono definibili di protezione. Secondo quanto afferma il giudice tali obblighi sono direttamente proporzionali al grado di privazione della libertà personale. Tali obblighi di protezione comprendono la tutela dell’incolumità del detenuto che deve essere salvaguardata oltre che dalla violenza di terzi (altri detenuti, guardie carcerarie (è quanto scrive il giudice nella sentenza), inquirenti ecc.), anche da eventuali gesti autosoppressivi o autolesivi. (… ) L’amministrazione penitenziaria, titolare del potere sul corpo del detenuto, ha l’obbligo giuridico di vigilare affinché il detenuto non compia (neanche) gesti di questo tipo. Il giudice ha ritenuto che nel caso di specie vi siano state negligenza e imprudenza imputabili all’istituzione carceraria; esse appaiono essere state in rapporto causale con l’evento (morte autoprocurata di Miguel Bosco). (…) Se è vero che le deposizioni testimoniali di personale penitenziario assunte nel presente giudizio non consentono di ritenere che vi sia stata negligenza degli agenti di custodia (è quanto scrive il giudice) nell’effettuare i periodici passaggi di controllo (ogni 15 minuti circa), è pure vero che costituisce grave colpa, sotto i menzionati profili della imprudenza e della negligenza (…) l’omissione di vigilanza che ha consentito a Bosco di avere la disponibilità della bomboletta di gas (propano e butano) poi risultata fatale.

Secondo quanto scrive il giudice l’Amministrazione penitenziaria sarebbe comunque responsabile di avere lasciato che Miguel Bosco avesse la libera disponibilità di uno strumento idoneo a consentirgli di suicidarsi, ovvero di trovare la morte per un uso distorto dello strumento stesso.

Pertanto, il giudice ha condannato l’amministrazione a risarcire il danno patito dalle congiunte (madre e sorelle) del defunto.

L’Amministrazione è stata condannata a risarcire 80.000 Euro in favore della mamma e 20.000 Euro per ciascuna delle sorelle.

A ciò si deve aggiungere la rivalutazione monetaria dovuta agli interessi maturati sulle somme anzidette che ammontano a 11.907,98 Euro in favore della mamma e 2976,99 in favore della sorella. A tali somme si aggiungono le spese processuali, quantificate in 540,00 Euro per esborsi, 1980,00 per diritti e 6800,00 per onorari.

Si tratta, evidentemente, di una sentenza sconvolgente per i contenuti e, soprattutto, per il rischio, più che concreto, che possa essere avviato un procedimento, nei confronti del personale coinvolto nella vicenda, qualora fosse riscontrata, nei loro confronti, la colpa grave.

E’ una sentenza sconvolgente se si pensa anche al fatto che, stante quanto affermato dal giudice nella sentenza, i famigliari di tutti coloro che muoiono in carcere in circostanze analoghe a quelle di Miguel Bosco, e dal 2000 ad oggi ci sono state più di 500 morti per suicidio, possono citare in giudizio l’Amministrazione e sperare di ottenere il risarcimento danni.

Come vedremo in seguito il caso di Miguel Bosco non è isolato.