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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/05/2016  -  stampato il 06/12/2016


Evasione da Perugia Capanne: Comandante di Reparto vince ricorso contro sanzione disciplinare del DAP

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Prima Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 3596 del 2008, proposto da:

S.M., rappresentato e difeso dall'avv. Alessio Paolucci, presso lo studio del quale elettivamente domicilia in Roma, via Tuscolana, n.1256;

contro

Ministero della giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, rappresentato e difeso dall' Avvocatura generale dello Stato, presso la cui sede domicilia in Roma, via dei Portoghesi, n.12;

per l'annullamento

del decreto del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria n. 0086553-200/4781/DS01, matr. 93450, del 22 gennaio 2008, che ha irrogato al ricorrente la sanzione disciplinare della pena pecuniaria nella misura di 1/30 di una mensilita' dello stipendio e degli altri assegni a carattere fisso e continuativo.

Visto il ricorso;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della giustizia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del 12 aprile 2016 il cons. Anna Bottiglieri e uditi per le parti i difensori come da relativo verbale;

Svolgimento del processo

Con il gravame all'odierno esame il ricorrente, comandante di reparto del Corpo di Polizia Penitenziaria, all'epoca dei fatti per cui è causa in servizio presso il nuovo Istituto Capanne di Perugia, ha interposto azione impugnatoria avverso il provvedimento dell'Amministrazione penitenziaria meglio indicato in epigrafe, che gli ha irrogato la sanzione disciplinare della pena pecuniaria, nella misura di 1/30 di una mensilita' dello stipendio e degli altri assegni a carattere fisso e continuativo.

La condotta originariamente contestata al ricorrente nell'addebito disciplinare del 12 gennaio 2007 è "aver reso possibile la riuscita dell'evasione di un detenuto avvenuta l'11 giugno 2006, a causa della mancata adozione di cautele esigibili che avrebbero potuto escludere l'evento; per aver posto in essere un comportamento contrario ai doveri d'ufficio e caratterizzato da negligenza nell'organizzare la sicurezza dell'Istituto. In particolare per non aver suggerito al Direttore un servizio teso a coprire i posti sul muro di cinta e aver contribuito a creare all'interno dell'Istituto un clima di rilassatezza e un calo di attenzione".

Tali condotte, nello stesso addebito, sono state ascritte alla fattispecie del "comportamento che produce turbamento nella regolarità o nella continuità del servizio di istituto", di cui all'art. 5, comma 3, lettera h) del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante le sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti, comportante la sospensione dal servizio.

All'esito del procedimento disciplinare, l'originaria incolpazione è stata derubricata nella commissione, nell'organizzazione del servizio, di errori nelle scelte gestionali, con conseguente irrogazione della sanzione, meno grave, della pena pecuniaria di cui sopra.

Il ricorrente, previamente illustrate in dettaglio le articolate posizioni assunte in ordine alla rilevata carenza di personale da destinare all'Istituto di cui sopra nell'ambito della fase che ne ha preceduto l'avvio di operatività, deduce avverso gli atti gravati le seguenti censure.

1) Violazione e falsa applicazione dell'art. 24 Cost. e degli artt. 3 e 10 e ss. del D.Lgs. n. 449 del 1982 - Violazione dell'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957, applicabile alla Polizia Penitenziaria in forza del disposto di cui all'art. 24del D.Lgs. n. 449 del 1992 - Estinzione del procedimento disciplinare per decorso di 90 giorni dall'ultimo atto senza il compimento di alcun atto ulteriore - Contraddittorietà dell'azione amministrativa.

La contestazione degli addebiti risulterebbe tardiva, in quanto intervenuta sette mesi dopo la verificazione dei fatti, e in assenza di concomitanti indagini penali a carico del ricorrente.

La sanzione si porrebbe in palese contraddizione con il rapporto informativo relativo all'anno 2006, che attribuisce al ricorrente il massimo punteggio, rilevandosi l'ottima gestione del personale, una lusinghiera visione dell'organizzazione complessiva dell'Istituto, l'ottimale prestazione professionale, il profondo senso del dovere.

Il procedimento si sarebbe estinto ai sensi dell'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957, atteso che il ricorrente, nel lasso temporale di 90 giorni decorrenti dalla contestazione, non avrebbe ricevuto alcuna comunicazione, né risulterebbe l'adozione nello stesso iato temporale di atti interni, idonei a interrompere il termine decadenziale.

2) Eccesso di potere per erronea valutazione dei presupposti, travisamento dei fatti, difetto di motivazione - Violazione di legge, risultando i fatti contestati riferiti in modo erroneo e non suffragati da elementi probatori certi - Illogicità dell'atto impugnato.

La commissione disciplinare avrebbe inspiegabilmente ritenuto di comminare al ricorrente la sanzione per cui è causa, ancorchè la relazione amministrativa finale sulla vicenda oggetto di incolpazione, redatta successivamente alla contestazione degli addebiti, non esprimerebbe alcun rilievo negativo sulla posizione del ricorrente.

La condotta definitiva ascritta al ricorrente sarebbe generica e inidonea a motivare l'irrogazione della sanzione, anche tenendo conto: delle numerose denunzie formulate dal ricorrente ai competenti organi ministeriali, in forma verbale e scritta, in ogni occasione possibile, in ordine alle carenze organiche dell'Istituto; della circostanza che il giorno dell'evasione di cui sopra il ricorrente non era in servizio, essendo pertanto impossibilitato a incidere sull'organizzazione del servizio; in ogni caso, della circostanza che lo stesso giorno tutti i turni di servizio previsti dalla pianta organica erano coperti, tenuto conto delle risorse umane disponibili.

La condotta che ha consentito l'evasione sarebbe stata inoltre esattamente individuata nella relazione ispettiva che ha avuto a oggetto l'evasione, e sarebbe attribuibile a un comportamento penalmente rilevante di un agente, per il quale risulta pendente azione penale azionata dalla Procura della Repubblica di Perugia, cui il ricorrente risulta del tutto estraneo.

Né sarebbe addebitabile al ricorrente, assente dal servizio nel giorno dell'evasione, la supposta prassi di rilasciare permessi di uscita anticipata dal turno di lavoro, che inoltre, come emergerebbe per tabulas, costituivano in realtà mancate concessioni di turno di lavoro straordinario.

3) Ingiustizia manifesta dell'atto impugnato.

Tutte le contestazioni rivolte al ricorrente, che non è mai stato destinatario di un addebito disciplinare e ha sempre conseguito nel giudizio disciplinare di fine anno il punteggio massimo, sarebbero contraddittorie e manifestamente ingiuste.

Esaurita l'illustrazione delle illegittimità rilevate a carico degli atti gravati, parte ricorrente ne ha domandato l'annullamento.

Si è costituito in resistenza il Ministero della giustizia.

Con ordinanza 15 gennaio 2016, n. 392, la Sezione ha disposto un incombente istruttorio a carico dell'Amministrazione resistente, adempiuto come da deposito del successivo 27 gennaio.

Il ricorso è stato indi trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 12 aprile 2016.

Motivi della decisione

1. Si controverte in ordine alla legittimità della sanzione della pena pecuniaria, irrogata, ai sensi del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante le sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti, al ricorrente, nella qualità di comandante di reparto del Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio presso l'Istituto Capanne di Perugia, a seguito dell'evasione di un detenuto, avvenuta l'11 giugno 2006.

Nel corso del procedimento, la condotta oggetto di sanzione è stata derubricata, come meglio in narrativa, rispetto a quella originariamente contestata al ricorrente nell'addebito disciplinare del 12 gennaio 2007, ed è stata individuata nella commissione, nell'organizzazione del servizio, di errori nelle scelte gestionali.

2. Il ricorrente sostiene, tra altro, l'avvenuta estinzione del procedimento precedentemente all'irrogazione della sanzione, ai sensi dell'art. 120 del T.U. n. 3 del 1957, applicabile alla Polizia Penitenziaria in virtù dell'espresso richiamo di cui all'art. 24 del citato D.Lgs. n. 449 del 1992, ultimo comma.

Ciò in quanto tra la data della contestazione dell'addebito, avvenuta il 12 gennaio 2007, e quella della convocazione innanzi al Consiglio di disciplina e del deliberato dell'organo (13 settembre 2007), sarebbero decorsi i 90 giorni previsti dalla invocata disposizione, senza la ricezione da parte del ricorrente di alcuna comunicazione, e senza comunque l'adozione nello stesso iato temporale di atti interni, idonei a interrompere il termine decadenziale.

2.1. L'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957 prevede, al comma 1, che "Il procedimento disciplinare si estingue quando siano decorsi novanta giorni dall'ultimo atto senza che nessun ulteriore atto sia stato compiuto".

Secondo la giurisprudenza amministrativa (tra altre, Tar Lazio, Roma, I, 5 settembre 2012, n. 7564; I-quater, 9 marzo 2012, n. 60927; C. Stato, IV, 29 novembre 2002, n. 6521), la disposizione in parola impone il rispetto di un termine di carattere perentorio, perseguendo la finalità di evitare che il procedimento disciplinare possa protrarsi oltre un ragionevole limite di tempo.

Inoltre, deve essere considerato idoneo a impedire la perenzione del procedimento disciplinare il compimento degli atti esplicitamente previsti dalla legge, senza che sia rilevante il fatto che essi abbiano o meno carattere interno all'Amministrazione.

Alla stregua delle predette coordinate normative ed ermeneutiche, e alla luce della documentazione presente al fascicolo di causa, il predetto termine risulta essersi nella fattispecie effettivamente maturato.

Rileva, quale termine a quo, non tanto, come indicato dal ricorrente, la data della contestazione dell'addebito, avvenuta il 12 gennaio 2007, bensì la relazione finale, allegata al ricorso, trasmessa dal funzionario istruttore al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, datata 23 febbraio 2007.

Rispetto a essa, l'atto successivo, come emerge dalla documentazione prodotta dall'Amministrazione resistente in esito all'incombente istruttorio di cui in narrativa, è costituito dalla seduta del Consiglio di disciplina, avvenuta il 4 giugno 2007.

Tra tali atti è infatti decorso un termine superiore a quello di legge.

3. Alle rassegnate conclusioni, assorbita ogni altra censura pure formulata in ricorso, consegue l'accoglimento del gravame.

Il Collegio ravvisa nondimeno giusti motivi per disporre la compensazione tra le parti delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater)

definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, lo accoglie.

Compensa le spese di lite tra le parti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 12 aprile 2016 con l'intervento dei magistrati:

Salvatore Mezzacapo, Presidente

Anna Bottiglieri, Consigliere, Estensore

Fabio Mattei, Consigliere