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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/02/2012  -  stampato il 02/12/2016


Globalizzazione, Democrazia e Diritti Umani

“Globalizzazione” è la nuova parola che si è imposta nel linguaggio comune e che è entrata nel vocabolario quotidiano. Essa sta ad indicare la nuova fase storica, non solo economica, che l’umanità sta vivendo. Nuove domande, nuove sollecitazioni e considerazioni vengono poste. L’apertura è a tutto campo, lo spazio che si apre coincide e va oltre i confini del mondo. All’interno di questo spazio è possibile interagire in modo sistemico e reticolare creando sempre nuove connessioni, nuove compenetrazioni, contaminazioni.

Fino a non molto tempo fa la tecnica, la scienza, la “razionalità”, la “laicità”, erano prodotti “storici” e “singolari” dell’Occidente; ora sono elementi di civiltà sempre più universali e condivisi. La generalizzazione dei modi di vita e di pensiero, sta creando una cultura cosmopolita, una cultura dell’era planetaria.

Primi segni di condivisione e di dialogo tra le culture sono certamente le traduzioni da una lingua all’altra di romanzi, saggi, libri di filosofia e di antica sapienza che hanno consentito di accedere ad opere di altri paesi e di nutrirsi con un’altra cultura e viceversa.

Il nostro secolo vede una diffusione e condivisione di idee mai raggiunta nei secoli passati. Raccogliere gli apporti originali di molteplici culture e sviluppare i tratti importanti è la caratteristica della seconda parte di questo secolo. Le culture orientali suscitano in Occidente diverse curiosità e interrogativi; spesso, esse, sono una risposta alla domanda di senso per molti uomini e molte donne del “Vecchio Continente”. È soltanto nel nostro secolo che le filosofie e le mistiche dell’Islam, i testi sacri dell’India, il pensiero del Tao e del Buddismo diventano sorgenti vive per l’anima occidentale trascinata e incatenata nel mondo dell’attivismo e del produttivismo. L’uomo è certamente un essere che vive e opera nel mondo. Ogni individuo appartiene ad un habitat, ad una rete di relazioni affettive, culturali, ad un territorio, ad un sistema economico che produce beni e servizi materiali e immateriali. È all’interno di questa realtà che l’uomo elabora significati e crea la cultura dialogando con gli altri. Il mondo e le relazioni sono, dunque, le condizioni possibili di un continuo progresso e sviluppo per il singolo e la collettività.

Oggi l’individuo ha dinanzi nuovi modi, una pluralità di modelli di vita, molteplici occasioni d’apprendimento e vari modelli culturali che favoriscono e permettono una maggiore attenzione e cura verso l’altro, d’essere cioè un uomo che ha cura di sé, degli altri, di vivere come parte attiva e significativa nel mondo, esercitando una cittadinanza planetaria.

Se diciamo che la democrazia è la sola forma di governo che garantisce il valore fondamentale del rispetto della libertà individuale, dobbiamo constatare che esistono tante diverse democrazie, che si incarnano in sistemi politici differenti tra loro, che spesso rimandano alla storia passata e portano i segni delle lotte, delle aspirazioni e dei principi a cui i vari popoli si sono ispirati. Oggi c’è, più che altro, una tendenza a considerare il sistema democratico come unico modello fondante per una pacifica convivenza civile; tuttavia esistono, all’interno della democrazia, senza smentirla formalmente, delle situazioni in ragioni di trasformazioni economiche, tecnologiche, sociologiche che lavorano concretamente a svuotare di fatto una serie di suoi fondamenti. Non si tratta di una sfida esplicita, di un regime nuovo che intende contrapporsi alla democrazia, ma del rischio che condizioni nuove di carattere sociale, economico e politico possano minare i principi democratici.

I diritti umani sono un validissimo strumento per assicurare la dignità dell’essere umano nel mondo intero. In questo senso non è giusto né appropriato usare le differenze culturali per giustificare l’oppressione o l’attacco a questa dignità. Nello stesso tempo non è giusto usare i diritti umani per incoraggiare e giustificare la completa omogeneizzazione dei valori delle differenti culture. Un mondo globale richiede risposte globali e un sistema mondiale di governo. In questo senso le istituzioni internazionali, specialmente le Nazioni Unite, con la loro esperienza e visione globale, sono le uniche ad avere la capacità di rispondere alle nuove, e vecchie, sfide e bisogni del nostro mondo . Col presente lavoro si è cercato di analizzare il fenomeno della globalizzazione partendo da un tentativo di definizione del fenomeno, per poi dare uno sguardo sugli effetti che esso, inevitabilmente e incessantemente, produce sia nell’ambito locale, che globale, dando anche uno sguardo all’Unione Europea, che è ciò che ci riguarda più da vicino. Si è poi continuato analizzando la democrazia, cercando di raccogliere e di dare un’idea dei valori sui quali si fonda questa forma di governo il cui tema è molto complesso e difficile da affrontare da un coerente angolo visuale, per poi arrivare a fronteggiare l’intricato e spinoso problema, ancora tuttavia irrisolto, della tutela dei diritti umani. Infine, un importante accento è stato posto sull’operato della Comunità Internazionale e delle Organizzazioni Internazionali sul tema dei diritti umani, con lo scopo di evidenziare il loro operato nel cercare di raggiungere un importante quanto vitale obiettivo: salvaguardare la dignità umana.

Oggi tutti parlano di globalizzazione, ma quanti sono in grado di cogliere a pieno il significato di questo termine di gran moda è difficile dirlo. L’unica cosa certa è che ognuno lo interpreta come un processo inarrestabile che coinvolge l’intero paese. Possiamo andare indietro fino a Marco Polo e alla imprese umane che hanno fatto conoscere e hanno collegato parti del mondo che vivevano separate e che una volta messe in collegamento hanno cominciato a influenzarsi reciprocamente; con i viaggi di Cristoforo Colombo  e di Vasco de Gama , l’Europa cominciò a influenzare il resto del mondo e a trapiantare le proprie istituzioni culturali in tutti i continenti. Dai primi anni ’90, globalizzazione è un termine entrato prepotentemente nell’uso comune con riferimento agli assetti e alle dinamiche economiche; all’origine del processo è infatti preminente la dimensione economica a causa del ribaltamento del rapporto di forza tra economia e politica. La globalizzazione dei mercati finanziari sancisce la supremazia delle forze di mercato sulle scelte politiche ed economiche degli Stati nazionali: i più importanti mercati borsistici e finanziari sono in grado di spostare in pochi minuti ingenti quantità di denaro, talvolta di molto superiori al bilancio di uno Stato.

La globalizzazione tuttavia non riguarda soltanto l’economia; si tratta in realtà di un processo che coinvolge le diverse dimen-sioni della vita pubblica e privata e costruisce, rapidamente, un tipo di essere umano piuttosto diverso da quello prevalente nella società industriale a base nazionale. Siamo di fronte ad un processo nel quale si “pensa” ormai in termini planetari e i cui frutti sono per pochi:

sostanzialmente gli abitatori, neppure tutti, di quell’area del globo che, Serge Latouche3, definisce come Occidente. In altri termini, i circuiti della globalizzazione sono al tempo stesso inclusivi ed esclusivi ed è il capitale finanziario a gestirne gli interessi. Al di fuori del suo circolo vizioso, la globalizzazione produce la sua apparente antitesi: la localizzazione.

La destatualizzazione dei contesti procede all’indietro piuttosto che in avanti: non dal nazionalismo al cosmopolitismo ma dalla nazionalità all’etnicità più o meno connessa alla religione. Le analisi sulla globalizzazione si propongono di mettere in luce il fatto che con questo concetto vanno compresi non solo la crescita e l’accelerazione degli scambi che travalicano i confini degli Stati, bensì tutto il complesso delle conseguenze che nascono dall’interdipendenza tra le trasformazioni del quadro economico, il sistema sociodemografico e le istituzioni della politica.

Tutti i cambiamenti che hanno investito l’umanità, in questo secolo, possono essere riassunti nell’espressione “compressione spaziotemporale”: i progressi tecnologici nel mondo dell’informazione e della comunicazione cioè, hanno permesso una straordinaria riduzione delle distanze in termini di tempo e di spazio; eventi accaduti in lontanissimi e sconosciuti luoghi entrano in contatto e, interagendo, danno vita a conseguenze globali. La letteratura sulla globalizzazione è attraversata da una controversia di fondo; sulla domanda: “cosa spinge avanti la globalizzazione?”, si fronteggiano due tipi di risposte. Un primo gruppo di autori sottolinea l’esistenza di una logica dominante; altri individuano invece complesse logiche multicausali sulla globalizzazione.

Secondo il sociologo Zigmunt Bauman , la globalizzazione divide quanto unisce; egli infatti afferma che ci sono compiti con cui ogni individuo si confronta ma che non possono essere affrontati e superati individualmente. Si sente la necessità di acquisire il controllo sulle condizioni nelle quali si affrontano le sfide della vita; tuttavia questo controllo, secondo Bauman, si può ottenere solo collettivamente e la comunità richiederebbe il prezzo di una lealtà incondizionata e reclamerebbe ubbidienza con la perdita di libertà e autonomia.

 

L’INDIVIDUO NEL SISTEMA GLOBALE

Secondo Clive Gamble , il primo segnale della globalizzazione è la pressoché totale distribuzione dell’ Homo sapiens sulla terra. Egli sostie-ne che questo è il risultato non tanto di processi casuali, bensì di comportamenti intenzionali e di scelte programmate, prerogative evidenti della specie umana.

Lo sviluppo della cultura globale del XX secolo ho comportato un insieme di tendenze che hanno coinvolto praticamente tutti gli abitanti del pianeta come mai era accaduto in precedenza. In questi ultimi decenni è diventato pressoché impossibile sottrarsi alle influenze esercitate dal sistema degli stati nazione, dall’economia globale, dal sistema di comunicazione globale e dall’ordine militare mondiale.

Dal punto di vista sociologico, è molto interessante analizzare la na-tura della società. Ha senso parlare di società mondiale?

Oggi le persone condividono influenze culturali su scala globale più di quanto sia mai avvenuto in passato, scala globale nella quale gli individui sono soggetti attivi, anziché passivi, nei processi di riproduzione delle istituzioni sociali. Gli aspetti della cultura globale non si realizzano infatti in maniera autonoma, ma vengono riprodotti in tutto il mondo da persone che formano, in un certo senso, una società globale.

L’influenza della globalizzazione investe gli aspetti più significativi, quotidiani ed intimi della vita; quando gli individui assimilano influenze globali nella loro vita, lo fanno disponendo sempre di un retroterra d’influenze culturali locali. Esisterà quindi, tra la influenze globali e quelle locali, una continua interazione che costituisce fattore assai importante per la prosecuzione del processo di globalizzazione. 

Robertson  definisce questo fattore interpenetrazione e spiega che “alla fine del XX secolo, siamo testimoni e partecipi di un duplice processo che comporta l’interpenetrazione tra universalizzazione del particolarismo e particolarizzazione dell’universalismo”.

Molte consuetudini della vita quotidiana sono fortemente influenzate da modelli culturali globali, ma nel contempo rimangono parte della cultura locale. L’esempio più comune è quello dei ristoranti fast-food Mc Donald’s, che presenta una formula globale sia per quanto riguarda l’organizzazione che per quanto riguarda il prodotto finale. Ogni punto vendita, tuttavia, è costituito semplicemente da un locale e da una serie di attrezzature che si traducono in realtà sociale solo attraverso gli individui, i quali, come dipendenti o avventori, svolgono il compito quotidiano di replicare le operazioni di vendita e di acquisto. Queste persone costituiscono il propulsore umano necessario alla riproduzione della formula Mc Donald’s e vi contribuiscono anche con le loro particolari esperienze e preferenze culturali dalle quali emerge-ranno, di volta in volta, delle differenze. L’arredamento e il menu sono praticamente identici in tutti i punti vendita, ma il successo in ogni singolo caso è il risultato dell’interazione fra gli individui.

Una globalizzazione intensificata fornisce all’individuo elevati quantitativi di informazioni a cui fare riferimento per stabilire interazioni sociali: le persone si confrontano con un’ampia varietà di immagini e di informazioni che riguardano modelli di cittadinanza, forme di produzione, stili di consumo, modelli di comunicazione così da risultare una più elevata capacità di riflessione, la cui principale conseguenza è la tendenza, da parte dell’individuo, a sviluppare superiori aspettative riguardo alla realizzazione e all’appagamento personali.

Sono nati così vari modi di vivere, alternativi, come in Occidente il cosiddetto new age travelling; nei paesi meno sviluppati si può trattare di forme sostitutive rispetto agli stili di vita occidentali, come quelli dell’ “economia informale” delle “bidonville”.

Nel mondo del XXI secolo che è iniziato, è praticamente impossibile che un individuo riesca a stabilire qualsiasi tipo di interazione sociale senza rapportarsi alle interazioni sociali su scala globale. I mezzi di comunicazione di massa e i mezzi di trasporto, portano l’individuo al mondo e il mondo all’individuo in maniera continuativa. Gli individui sono continuamente impegnati a controllare l’andamento delle proprie interazioni sociali e adattano il loro comportamento in maniera conseguente, al punto che si tratta di un processo inconscio.

Il rapporto tra individuo e società può essere osservato in varie forme politiche riconducibili a tre tipologie:

  1. La società tribale dove l’individuo è parte di un sistema esteso di parentela;
  2. La civiltà dove l’individuo è parte di una “società divisa in classi”;
  3. La civiltà occidentale della modernità dove l’individuo è un cittadino di uno Statonazione. Alla fine del XX secolo, questa tipologia si potrebbe estendere in relazione alla globalizzazione delle istituzioni sociali nella quale sono quotidianamente coinvolti gli individui. E’ così necessario aggiungere alla lista un quarto possibile contesto:
  4. La società globale della tarda modernità dove l’individuo è appunto correlato alle istituzioni globali.

L’era moderna della società di massa ha rappresentato per gli individui un processo di standardizzazione della loro relazione con lo Stato e ogni Stato Nazione ha inoltre contribuito a formare un sistema globale di Stati Nazione.

Giddens  parla, in uno dei suoi ultimi lavori, di “società post-tradizionale” e afferma che le certezze della società tradizionale svaniscono mentre le istituzioni tradizionali cedono, lasciando il posto alla globalizzazione della cultura.

Beck e Giddens sembrano concordare sul ruolo del rischio nella società della tarda modernità e sul crescente rifiuto, da parte degli individui, di accettare le assicurazioni degli esperti riguardo ai pericoli. Gli individui della tarda modernità sono infatti avvezzi al consumo di massa, ma sono sempre più opportunamente informati al punto da metterne in dubbio i benefici. Questa autoriflessività risulta stimolata dalla condivisione su scala globale di esperienze negative come ad e-sempio nel caso del disastro di Cernobyl. 

Per Beck nelle società moderne, sui singoli, incombono nuove pretese istituzionali, nuovi controlli, nuove costrizioni. Gli uomini sono condannati all’individualizzazione e cioè al dovere paradossale di creare, progettare non solo la propria “biografia”, ma anche i suoi legami e le sue reti di relazioni in un continuo processo di armonizzazione con gli altri e con gli imperativi del mercato del lavoro, del sistema formativo, ecc..

Pericoli che prima si definivano nell’ambito familiare, della comunità di paese, devono oggi essere percepiti, interpretati ed elaborati dai singoli. Le conseguenze si trasferiscono sugli individui, i quali, di fronte alla complessità dei rapporti sociali, molto spesso non sono quasi in grado di prendere decisioni indispensabili soppesando in modo equilibrato interessi, questioni morali e conseguenze. L’uomo diventa la scelta delle proprie possibilità, diviene Homo optionis.

Weymann  fa riferimento agli sforzi cui l’individuo si sottopone per sfuggire a questa “tirannia delle possibilità” per esempio attraverso la fuga nella magia, nel mito, nella metafisica. Per Beck, con l’affermarsi della modernità, il posto di Dio, della natura, del sistema, viene preso dall’individuo che conta solo su se stesso.

La società moderna non vive solo di risorse naturali, che ha peraltro già sprecato e dissipato, ma anche di risorse morali, anch’esse non rinnovabili. Nessuno sa come far convivere la necessità delle organizzazioni di massa  partiti politici, sindacati di vincolare i singoli, con l’esigenza di questi ultimi di partecipare e di organizzarsi in modo autonomo. I giovani sono mossi da questioni che la politica, in larga parte esclude dalla propria agenda: come fermare la distruzione globale dell’ambiente? Come superare il tunnel della disoccupazione? Come si può vivere e amare con il pericolo dell’Aids sempre incombente? Tut-te questioni che le maglie larghe della rete delle grandi organizzazioni politiche non riescono a trattenere. Il risultato è un rifiuto molto politico della politica da parte dei figli della libertà.

Chi vuole impegnarsi va da Greenpeace: più del sessanta per cento dei giovani si fida degli ecologisti, mentre i partiti si trovano in fondo alla classifica.

 

I DIRITTI UMANI NEL MONDO CONTEMPORANEO

Sui diritti umani si sono concentrati, in questo scorcio del secondo millennio, gli sforzi degli studiosi, delle assemblee legislative nazionali, degli organismi soprannazionali, delle organizzazione internazionali, di movimenti politici, di governi e istituzioni religiose. Vi è stata una gara nell’individuarli, nel definirli, nell’ampliarli ed anche nell’esigerne tutela e promozione. A ciò, evidentemente, hanno contribuito la cultura, giuridica in particolare, e l’accresciuta coscienza che gli esseri umani e i popoli hanno della loro dignità e dei loro diritti. La produzione di questi ultimi anni è stata davvero ragguardevole; essa riguarda sia i singoli diritti sia l’insieme dei diritti, sia i diritti già proclamati nelle carte costituzionali degli Stati o nelle dichiarazioni ufficiali sia i diritti che attendono di ricevere il crisma, il riconoscimento ufficiale degli organismi competenti. Tuttavia si avverte, di giorno in giorno, sempre più la necessità di poter disporre di una trattazione organica che metta a fuoco le questioni di fondo sui diritti: la loro esistenza e natura, le loro esigenze radicali per poter poi considerare i diritti nel loro svolgimento, nell’impatto con la realtà non solo giuridica ma anche politica.

E’ ferma convinzione che i diritti debbano essere considerati all’interno della persona umana. L’essere umano infatti né è il titolare originario e insieme il depositario; sicché qualsiasi indagine, qualsiasi riflessione, se vuol essere corretta e realistica, non può prescindere dalla natura e dalla dignità dell’essere umano. I diritti fondamentali sono un patrimonio personale nel senso che appartengono alle singole persone e ai popoli, ma la loro rilevanza è planetaria. Il loro rispetto è il presupposto per edificare una comunità fondata sulla giustizia, sulla libertà e sulla pace. Nei testi che cercavano di racchiudere in schemi, formule e concetti la realtà internazionale dei secoli scorsi, gli individui e i popoli non avevano alcun ruolo. Se qualche volta si parlava di individui, era solo per dire che ogni Stato era tenuto a trattare in modo civile i cittadini degli altri Stati. Ancor meno si parla di individui nelle opere dei grandi pensatori che hanno indagato la realtà politica del loro tempo: Hobbes, Locke, Kant, Montesquieu. Ognuno di essi, pur se attentissimo alla funzione dell’uomo nella società interna, quando parla dei rapporti internazionali, conclude che soli vi dominano gli Stati. In effetti, tra il Seicento e gli inizi del Novecento i rapporti internazionali erano sostanzialmente rapporti tra entità di governo, ciascuna delle quali sovrana su un territorio più o meno vasto e su una popolazione stanziata su quel territorio.

Solo verso la metà del XIX secolo si pose l’accento sull’importanza delle varie nazioni: di quei raggruppamenti umani uniti da una comune lingua e cultura, da comuni tradizioni e costumi. In quel periodo alcuni Stati europei regnavano su più nazioni, mentre altre nazionalità erano frammentate tra più Stati . Si sostenne quindi, che ogni Stato sovrano doveva abbracciare, entro i propri confini, una sola nazione; che la Nazioni e non gli Stati dovessero essere i veri sog-getti della comunità internazionale.

La vera svolta si ebbe prima nel 1971 e poi nel 1945. Sul finire della prima guerra mondiale due grandi leader politici, Lenin e Wilson, con un’ottica però molto diversa, lanciarono una nuova parola d’ordine: il diritto dei popoli di decidere del loro destino.

Nel secondo dopoguerra si assiste anche al secondo grande fenomeno rivoluzionario della comunità internazionale: viene lanciata una dottrina giusnaturalistica dei diritti umani, perché informi di sé i rapporti tra ciascuno Stato e i suoi cittadini. L’allora presidente americano, Roosevelt, prese l’iniziativa, di proporre al mondo, l’accoglimento, sul piano dei rapporti internazionali, di alcune grandi libertà; questo grande programma venne ripreso da altri uomini politici e finì per tradursi in norme ed istituzioni internazionali. Tre grandi ideali, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, i diritti umani, il pacifismo, vennero così consacrati nella Carta dell’ONU. La seconda guerra mondiale e l’assetto che è stato dato al sistema delle relazioni internazionali hanno avuto, in effetti, conseguenze notevoli nel campo dei diritti dell’uomo. Numerose dichiarazioni internazionali si sono succedute, dalle quali è possibile ricavare un’imponente elencazione dei diritti degli individui, dei popoli e degli Stati.

La “codificazione” di questi diritti si è soprattutto sviluppata per impulso delle organizzazioni internazionali, a vocazione sia universale sia regionale, che hanno introdotto numerosi documenti che vanno sotto i nomi di dichiarazioni, convenzioni, patti, carte e così via. In genere, tali solenni enunciazioni, rivestono, agli effetti concreti, un valore più morale che specificamente giuridico. 

Basti pensare che, per quanto riguarda il rispetto della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e delle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite relative ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali, i competenti organi delle Nazioni Unite possono agire unicamente facendo ricorso a raccomandazioni e ad altri atti privi di valore obbligatorio e che, perciò, hanno limitate possibilità di incidere efficacemente nella vita interna e sul comportamento di quegli stessi Stati che pur contribuirono ad adottare, o successivamente accettarono, queste disposizioni. Il simbolo di questa trasformazione radicale, della maniera di dare forma e poi contenuto ai diritti dell’uomo, è evidentemente riconosci-bile nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 10 dicembre 1948. Ci sono almeno quattro o cinque ragioni che possono aiutare a spiegare perché e come, per la prima volta, la condizione umana individuale viene sentita in modo tale da iscriverla fra i principi generali che reggono l’ordinamento internazionale.

La prima, ma è anche la più superficiale, consiste nella reazione, provocata nella coscienza dell’umanità, dalla diffusissima violazione dei diritti della persona umana che aveva preceduto e accompagnato la seconda guerra mondiale.

Una ragione più profonda, risiede probabilmente nel fatto che la persecuzione compiuta a danno di individui, di gruppi, di popoli, la disumanizzazione che ha caratterizzato il conflitto mondiale, dentro e fuori delle diverse società, avevano superato qualunque livello possibile di tollerabilità. In realtà, però, la reazioni più profonde erano altre. In primo luogo, la quantità delle relazioni interindividuali, al di là e attraverso le frontiere degli Stati, erano aumentate in maniera mai vista prima e ancor più tendeva a crescere; in secondo luogo, è stata percepita, in maniera drammatica, la discriminazione tra gli individui appartenenti alla stessa società politica.

Al di là del momento storico, e della guerra, era ormai diventato impossibile nascondere che lo Stato faceva, di taluni, dei privilegiati, mentre faceva, di altri, dei deboli, dei discriminati e degli emarginati; in terzo luogo, acquistano un ruolo nuovo e diverso, determinante, i gruppi intermedi, attraverso i quali si sommano e si integrano, prendendo forma e aggressività, le aspirazioni, le rivolte, la rabbia degli individui.

Secondo l’insegnamento tradizionale, i principali soggetti di diritto internazionale sono gli Stati. In quest’ordine d’idee non godrebbero di personalità internazionale né gli individui in quanto tali, né le associazioni di individui. I soggetti privati, dunque, non sarebbero titolari né di diritti né di obblighi internazionali.

Nel diritto internazionale classico, quindi, gli Stati erano considerati liberi di riservare ai propri cittadini il trattamento che credevano opportuno. Questa completa libertà incontrava, tuttavia, dei limiti per quanto riguardava il trattamento degli stranieri in quanto gli Stati erano liberi di non ammettere un cittadino straniero sul proprio territorio, ma, se ne autorizzavano l’ingresso, avevano l’obbligo di riservargli un determinato trattamento minimo, che norme di diritto internazionale provvedevano ad individuare.

La situazione appare tendenzialmente diversa nel diritto internazionale contemporaneo e la prima autorevole testimonianza in questo senso è offerta dallo Statuto della Nazioni Unite. Nel secondo capoverso del “Preambolo”, infatti, si afferma “la fede nei diritti fondamentali dell’uomo” e “nell’eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne”; analogamente l’art. 1, n. 3 della Carta, ricomprende fra i “fini delle Nazioni Unite” quello di “conseguire la cooperazione internazionale nel promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo”. Il riconoscimento generalizzato che l’uomo, in quanto tale, è titolare di diritti che lo Stato è chiamato a rispettare, porta a una evoluzione del diritto internazionale nel senso di non lasciare più libero il singolo Stato di trattare perlomeno i propri cittadini come meglio crede, ma tende ad imporgli dei limiti oltre i quali il comportamento dello Stato stesso va considerato illecito. L’obbligo di rispettare i diritti umani è previsto in un certo numero di trattati internazionali, i più importanti dei quali sono la, già citata, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, il Patto sui diritti civili e politici. Destinatari di tale obbligo sono dunque essenzialmente gli Stati che hanno ratificato questi accordi; è anche vero che queste disposizioni auspicano e promuovono si il rispetto dei diritti umani ma non con-templano alcun preciso obbligo in questo senso.

Nello Statuto delle Nazioni Unite, vengono presi ripetutamente in considerazione, oltre gli interessi degli Stati e degli individui, anche gli interessi di una terza entità, che si distingue dagli uni e dagli altri: i popoli.