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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/04/2012  -  stampato il 05/12/2016


Le forze di polizia ed il fenomeno della globalizzazione

Con il termine globalizzazione ci si riferisce comunemente alla fase attuale di liberalizzazione commerciale e finanziaria grazie alla quale è possibile disporre di merci e di capitali provenienti da paesi diversi dal nostro.[1] Questo, tuttavia, non è un fenomeno nuovo: tralasciando il fatto che i commerci hanno da sempre contraddistinto la presenza umana, infatti, basta pensare alla fase di apertura commerciale e di libero movimento dei capitali che caratterizzò la fine del 1800 e i primi anni del 1900 per trovare esempi di situazioni simili in passato. In quel periodo si ebbe quella che viene comunemente definita come la prima ondata di globalizzazione, contrassegnata anche da una migrazione umana di dimensioni impressionanti.[2] A tale prima fase ne seguì una seconda, incentrata soprattutto sulla riapertura delle relazioni commerciali internazionali, che ebbe luogo nei quaranta anni che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. Dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, poi, prese avvio l’attuale fase, la terza ondata di globalizzazione ben distinta, negli aspetti che la definiscono, dalle altre. In effetti, mentre le legislazioni nazionali di praticamente tutti i paesi al mondo impongono attualmente forti restrizioni all’ingresso delle persone e quindi al fattore produttivo lavoro, al fattore produttivo capitale è generalmente permesso di spostarsi liberamente in ogni parte del globo, per essere impiegato in operazioni sia di breve che di medio e lungo termine. Sebbene questo, come ho sopra accennato, non sia un fenomeno nuovo (si pensi soltanto al ruolo svolto dai capitali europei nella costruzione della linea ferroviaria transcontinentale americana), assume oggi aspetti di novità sia per l’importanza dei movimenti di capitale a breve termine, spesso accusati di essere fonte inevitabile di instabilità, sia per il ruolo svolto dagli investimenti diretti esteri, che permettono di sfruttare le opportunità di produzione a più basso costo offerte, per esempio, dall’abbondanza di offerta di lavoro o dagli incentivi fiscali forniti dal paese ospitante.[3]

Tale attuale fase di globalizzazione è oggetto da più parti di obiezioni, dubbi e perplessità, anche  a causa del notevole aumento delle esportazioni dai paesi in via di sviluppo verso i paesi sviluppati, che inevitabilmente pongono in grave difficoltà i lavoratori non qualificati di questi ultimi.[4] Inoltre, molte aree del globo sembrano essere state danneggiate, piuttosto che beneficiate, dalla globalizzazione.[5]

Lo sviluppo tecnologico, inoltre, non solo ha contribuito ad accelerare la crescita del villaggio globale ma ne ha ovviamente ampliato la portata.

Da un fenomeno strettamente economico, infatti, con l’attuale fase di globalizzazione risultano investiti anche ambiti politici, ambientali, culturali e sociali.

Lo sviluppo degli attuali strumenti di comunicazione di massa e dei trasporti ha reso possibile tale cambiamento che pone alcuni interrogativi ed apre al dibattito sull’utilità o meno della globalizzazione, fermo restando l’irreversibilità che contraddistingue il fenomeno.

Da un punto di vista politico ci si chiede se la globalizzazione non si ponga in antitesi alla democrazia, erodendo la sovranità nazionale degli stati globalizzati e la capacità dei governi democraticamente letti di controllare il loro destino o se attraverso la globalizzazione non si accresca il potere concentrandolo nelle mani di agenzie straniere non democraticamente elette quali (World Trade Organization, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) ovvero corporazioni multinazionali.

Ci si domanda, altresì, se il fenomeno non renda maggiormente volatili e sensibili le economie nazionali da forze esterne e se ciò non generi maggiore corruzione ai danni di una diminuita democrazia e trasparenza.

Sotto il profilo economico si discute circa la capacità del fenomeno di incrementare il reddito e conseguentemente il prodotto interno lordo ovvero non creare disparità di ricchezza tra le nazioni globalizzate ed il resto del mondo evitando di generare ulteriore distanza tra i due blocchi di paesi. L’effetto globalizzazione, tuttavia, potrebbe generare ripercussioni negative anche sotto il profilo della concorrenza, poiché le multinazionali stanno lentamente ed inesorabilmente assumendo il controllo nei confronti delle aziende locali ed esse stesse patiscono l’eccessiva concorrenzialità. Tuttavia l’effetto positivo consiste in maggiori opportunità di scelta per i consumatori e la maggiore concorrenza genera la diminuzione costante dei prezzi al consumo.

Nel campo sociale le trasformazioni globali possono favorire il sopravvento del materialismo nei confronti dello spiritualismo, accrescere o decrescere gli standard etici ma anche generare in campo culturale, o una negativa eccessiva omologazione degli standard culturali dei paesi economicamente più forti (cosiddetta americanizzazione del mondo), ovvero favorire positivi interscambi culturali accrescendo le diverse culture minori in tutto il mondo.

Nel settore dello sviluppo tecnologico i risvolti dell’attuale fase di globalizzazione hanno senz’altro riguardato aspetti positivi quali il settore dei trasporti e delle comunicazioni, ma anche la cosiddetta informatizzazione e digitalizzazione del mondo, tuttavia il progresso scientifico tecnologico sta altresì producendo consistenti danni ambientali.

Tuttavia indipendentemente dall’ambito invaso dal fenomeno globalizzazione per cercare di comprendere il dibattito che rappresentano oggi in qualche modo i capifila di altrettante scuole, di altrettante "visioni" della globalizzazione. Il primo degli autori rilevanti è I. Wallerstein, neomarxista, al quale va attribuita l'idea (tra l'altro non recentissima) di sistema-mondo, un'idea per la quale la globalizzazione rappresenta un processo di lunga data, caratterizzato da una progressiva espansione capitalistica che parte all'incirca con l'arrivo sul continente americano di Cristoforo Colombo; un secondo autore è S. Huntington, nella cui visione la globalizzazione rappresenta un momento di uno scontro di civiltà (non di stati) come massima espressione di identità di vaste porzioni di umanità. In questa visione, l'egemonia occidentale (anche in termini religiosi)

verrebbe a confrontarsi con altre civiltà emergenti (ad es. quella islamica) con esiti del tutto sfavorevoli.

Un terzo riferimento è rappresentato da R. Robertson, teorico di una globalizzazione come ambito unitario, dove grande importanza rivestono i meccanismi culturali di integrazione; cresce la consapevolezza della coscienza del mondo come "un tutto" e tale consapevolezza agevola l'interdipendenza e l'integrazione sociale.

Per A. Giddens, la globalizzazione è l'intensificazione di relazioni sociali mondiali colleganti tra loro luoghi anche distanti, tanto che eventi locali possono essere determinati da eventi sorti a distanze estremamente ampie; tale processo è un processo dialettico perché il segno di tale mutamento non è esattamente determinato.

La globalizzazione comprime lo spazio-tempo e sopprime le rigidità tra le culture, favorendo la diversità. Per P. Hirst e G. Thompson, la globalizzazione rappresenta invece un concetto "alla moda", in quanto l'attuale economia (in questo ambito si muovono infatti gli autori) internazionalizzata non rappresenterebbe una novità nella storia mondiale, essendosi già verificate condizioni simili ed addirittura di superiore apertura ed

integrazione in altre epoche storiche, ad esempio tra il 1870 e il 1914; la particolare enfasi attuale deriva da una serie di eventi che originano dallo shock petrolifero ed inflattivo dell'inizio degli anni '70 di questo secolo.

Ad ogni modo, l'attuale globalizzazione sarebbe comunque "zoppa", riferendosi essenzialmente ad una triade composta da Stati Uniti, Europa e Giappone.

Recentemente U. Beck ha proposto un approccio dialettico alla globalizzazione, fondato sulla convinzione che i medesimi rischi connessi alla globalizzazione (o meglio la risposta sociale a tali rischi) possano determinare opportunità politiche per quella che Beck chiama una "seconda modernità" fondata su valori di uguaglianza, libertà e capacità di informazione.

La distinzione fondamentale è tra globalizzazione e globalismo economico: irreversibile e foriera di ampi spazi di opportunità la prima, chiuso in un egoismo autoreferenziale e antisolidaristico il secondo, tanto da prefigurare la scomparsa di ogni forma di welfare col suo sottrarsi sempre più ai costi fiscali e paradossalmente - attraverso l'ipertecnologia - al lavoro stesso. Uno stesso fenomeno viene dunque letto attraverso lenti interpretative assai discoste tra loro. Non vi è alcun dubbio, tuttavia, che quale che sia l'interpretazione prevalente non si può prescindere dalla constatazione che natura ed intensità dei fenomeni che caratterizzano l'attuale fase sono di fatto nuovi per la storia umana. Globalizzazione significa ad esempio che la messa in discussione di una delle principali componenti dello sviluppo moderno, lo statonazione, viene sempre più accelerata - ed è un fatto relativamente recente - quanto più importanti decisioni a carattere economico, politico, comunicativo o ambientale vengono prese all'esterno della consueta cornice istituzionale dello stato; se ciò può significare che comunque gli stati più forti detengono in ogni caso un forte potere di condizionamento sulle decisioni, dall'altro è innegabile che la regolazione (o deregolazione) globale di alcuni ambiti - si pensi al commercio internazionale e al WTO/OMC - è in una fase estremamente avanzata.

D'altro lato, la rivoluzione digitale e lo sviluppo delle telecomunicazioni, anche satellitari, hanno accelerato in maniera drammatica la diffusione di informazioni attraverso il pianeta, portando con sé anche le basi di una straordinaria omologazione culturale sulla stessa scala. Ancora, la moderna società globale dei consumi, fortemente standardizzata, ha spinto la sua sfida ai limiti ecologici del pianeta sino a configurare problemi che per portata ed intensità sono assolutamente definibili come nuovi e globali. L'aumentata capacità di spostamento delle persone e lo sviluppo dei mezzi di trasporto facilita d'altronde l'emergere di una questione sanitaria legata ad una non tanto più potenziale globalizzazione della malattia (si pensi alla "malaria da aeroporto") la quale, assieme a molte altre cause concomitanti, si configura come un fatto assolutamente nuovo nella storia dell'umanità. Ancora, l'economia globale, così come si è concretizzata oggi nella sua veste neoliberistica, porterebbe con sé ineluttabilmente anche quella che è stata definita la globalizzazione della povertà, come conseguenza della natura sempre più oligopolistica dell'economia globale, al cui ampliamento in termini soprattutto finanziari fa da riscontro una tendenza inversamente proporzionale alla concentrazione delle capacità decisionali e gestionali.

Sulla scia della riflessione di Beck, tuttavia, è possibile anche vedere in molti di questi fenomeni un rovescio ottimistico della medaglia, legato alle capacità di utilizzo - in particolare da parte di quegli attori inscrivibili nel cosiddetto "Terzo sistema o settore" - dei medesimi canali attraverso i quali passano i maggiori rischi connessi alla globalizzazione. Si pensi ad esempio allo sviluppo del settore del “commercio equo e solidale”, alle aumentate capacità di connessione tra loro dei gruppi di azione sociale dal basso, e segnatamente del volontariato (ad es. su ambiente e diritti umani e della cooperazione internazionale, dovuta alle capacità di "mettersi in rete" attraverso gli strumenti della telematica, o più semplicemente alla maggiore capacità di spostamento.

Si pensi infine, come segnale forte di ambivalenza, al paradosso sollevato dalla concretizzazione, forse per la prima volta nella storia mondiale con questo grado ed intensità, della libera circolazione di merci e capitali, ma alla contemporanea alzata di scudi nei confronti di quella delle persone, se non in ben delimitati ambiti regionali (si vedano ad esempio gli Accordi di Schengen).

Quello che sarebbe un logico corollario di un compiuto processo di globalizzazione, diviene - sotto forma di "problema migratorio" - uno dei più problematici effetti collaterali di un processo che, nella sua riproposizione ideologica, viene sempre più indicato come la magnifica sorte e progressiva dell'umanità.

Gli aumentati spazi offerti alla cooperazione internazionale e le difficoltà in cui si trova l'agire solidaristico sollevate dalla questione migratoria, ci inducono ad un'ultima riflessione circa un'ulteriore ambivalenza del concetto. Mentre l'agire solidaristico e cooperativo fa riferimento ad una visione di "un mondo" che ha radici anche nel passato (l'internazionalismo, il genere umano), la globalizzazione economica ed in generale la sua versione ideologica attuale hanno al centro il concetto di competizione e competitività, come strategia di sopravvivenza e predominio in un contesto di base aggressivo ed anomico.

La competitività, poi, trascende il comportamento economico per divenire un modello di comportamento sociale tout court, preferito perché più efficace ed efficiente sul modello comportamentale oramai stabilito dell'impresa, ed in particolare della nuova impresa transnazionale, l'attore globale per eccellenza.

Globalizzazione dunque come insieme proteiforme di fenomeni, come processo in atto il quale, preso atto della sua ineluttabilità, rimane a disposizione degli attori sociali planetari come una e mille possibilità di futuro.

 

[1] Come è facile immaginare, gli esercizi intellettuali volti a individuare la definizione più arguta e calzante del termine ‘globalizzazione’ sono innumerevoli. Si veda De Benedictis e Helg (2002) per una sintesi di alcune di tali definizioni.

[2] Bonaglia e Goldstein (2003) e De Benedictis e Helg (2002) riportano il dato, fornito dalla Banca Mondiale (2002), secondo il quale negli anni che vanno dal 1870 al 1914, circa il 10% della popolazione mondiale avrebbe partecipato a migrazioni, nella maggior parte dei casi intercontinentali.

[3] Per approfondimenti sul tema della globalizzazione si vedano, fra i molti altri testi che affrontano questo argomento, i bei lavori di Bonaglia e Goldstein (2003) e Helg e De Benedictis (2002), dai quali ho attinto molti dei dati e delle citazioni riportate in questo articolo, che trattano in maniera molto bene argomentata e spesso anche  problematica le ragioni della globalizzazione. Per chi sia interessato agli aspetti critici delle forme della globalizzazione e del cosiddetto Washington Consensus prodotto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale è inevitabile consultare Stiglitz (2002). Moltissimi altri lavori - dal famoso No logo di Naomi Klein, che è diventato una sorta di manifesto del pensiero new global a riviste come Altreconomia - presentano gli aspetti critici e concreti della fase attuale della globalizzazione, spesso sconosciuti non solo al pubblico, ma anche agli stessi economisti internazionali. Trovo questi ultimi contributi particolarmente interessanti e utili poiché non ritengo che le informazioni su come si manifesta la globalizzazione nella realtà siano solo “esempi – e come tali (…) soggetti alla stessa critica cui va sottoposta molta della letteratura noglobal e cioè di scegliere l’evidenza che meglio conferma una teoria” (Bonaglia e Goldstein, 2003, p. 71). Credo, infatti, innanzitutto che tale critica non possa essere limitata alla letteratura new global, ma riguardi certamente moltissime altre categorie – fra cui temo che si debba includere anche quella di noi economisti - e poi che tali ‘esempi’ siano molto più vicini alla realtà di tante nostre teorie dalle quali, sebbene siano spesso basate su assunzioni discutibili, pretendiamo poi di derivare prescrizioni per la politica economica.

[4] Orati (2004) propone l’adozione di forme di ‘protezionismo illuminato’ volto a temperare le conseguenze negative della globalizzazione.

[5] In realtà, ancora Bonaglia e Goldstein (2003) e De Benedictis e Helg (2002) riportano dati secondo i quali, sebbene il numero in termini assoluti dei poveri (definiti come coloro che dispongono di meno di 1 dollaro di potere d’acquisto al giorno) nel mondo, sia aumentato nel tempo (stabilizzandosi negli ultimi venti anni intorno a 1 miliardo e 200 milioni), la loro percentuale sia quasi ovunque diminuita (con l’eccezione dell’Africa Sub-Sahariana, i paesi dell’Europa dell’Est e l’Asia Centrale). Analoghe conclusioni vengono raggiunte considerando l’Indice di Sviluppo Umano che vede un miglioramento generalizzato del tasso di mortalità infantile, dell’aspettativa di vita alla nascita e del tasso d’analfabetismo adulto. Nonostante ciò De Benedictis e Helg (2002) riconoscono che “difficilmente una situazione in cui esiste più di un miliardo di esseri umani in condizioni di povertà estrema può conciliarsi con un qualsivoglia sistema di valori. I miglioramenti - dove si sono verificati – non sono di grandi dimensioni ed è molto bassa la probabilità che di questo passo si riescano a raggiungere nel 2015 gli obiettivi stabiliti nel 1995 al Social Summit di Copenhagen (i cosiddetti International Development Targets)”.