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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/05/2012  -  stampato il 10/12/2016


Funzione e finalita’ della pena

L’EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI PENA

 

 Dal significato esclusivamente affittivo e punitivo alla visione risocializzante della pena

La pena è in senso generale, giuridico e sociale il mezzo di cui si serve l’autorità per reprimere l’attività dell’individuo contraria agli interessi comunitari e consiste sostanzialmente nella privazione o diminuzione di un bene individuale (vita, libertà, patrimonio).

 In Italia il principale complesso di norme giuridiche penali è costituito dal Codice Penale pubblicato con Regio Decreto 19 ottobre 1930 n. 1398, entrato in vigore il 1 luglio 1931 e comunemente denominato “ codice Rocco” dal nome del Guardasigilli che lo propose.

La giustizia penale costituisce, da sempre, il tentativo di combattere il male, che ha fondamento in una condotta dell’uomo, attraverso il castigo, cioè contrapponendo al male un altro male in qualche misura simmetrico rispetto a quello cagionato dal delitto. E’ l’equilibrio contenuto nella legge del Taglione che non è propriamente una legge di vendetta ma di giustizia, una legge dalla cui inflessibile applicazione ci si attende un effetto positivo di prevenzione e di educazione sociale.

La legge è considerata alla stregua di un insieme di imperativi che dovrebbero fungere da regolatori della condotta umana. Si è tentato di sostenere che esiste una differenza sostanziale tra gli imperativi etici e gli obblighi giuridici, ma la differenza sta solo nel tipo di pena comminata e nel suo esecutore materiale. In un caso si tratta di Dio o di un suo rappresentante, nell’altro di un giudice, sacerdote del potere terreno.

Nella Genesi l’uomo incomincia la propria storia con una colpa. Il seguito sarà il tentativo di ripararvi, per tornare a stabilire il rapporto originale con il Padre. Dio stesso dà le leggi per non ricadere nel peccato e in questo modo indica come peccare. La proibizione rende attraente la trasgressione : il peccato diventa desiderio di peccare. Secondo Sant’Agostino (354-430), tutta la vita dei mortali è stata segnata dalla tentazione. La costitutiva peccaminosità dell’essere umano ed il conseguente cattivo uso del libero arbitrio hanno viziato ed irretito la natura seminale dalla quale proviene l’uomo.

Fin dall’origine del mondo, infatti, la natura dell’umanità è stata deformata, assumendo l’appellativo di “massa damnationis” .

La determinazione filosofica della “pena” implica il chiarimento di due questioni connesse: il fondamento del diritto di punire e lo scopo della pena. Argomenti fondamentali che implicano i più ardui problemi religiosi, etici e filosofico-giuridici rendendo questo tema fra i più dibattuti.

Come parlare di pena senza intendere la responsabilità morale o la libertà? Come fondarla senza postulare una  potestà d’imperio, una sovranità e chiedersi in ultimo la ragione di essa?

Essenziali appaiono, quindi, i contributi apportati nel corso della storia da filosofi e letterati sulla concezione dell’uomo, sul concetto di giustizia nonché sull’evoluzione della società, i quali hanno, in tal modo, fornito i presupposti e gli strumenti necessari alla realizzazione di un disegno di trasformazione ed innovazione del mondo.

La letteratura, particolarmente, ha accompagnato e scandito le varie tappe che hanno caratterizzato l’evoluzione del sistema giuridico, facendosi portavoce di nuove teorie, nuovi sistemi e nuovi modelli.

Il testimone del più insidioso luogo di castigo e di tortura, per antonomasia, è Dante Alighieri (1265-1321) che con la “Divina Commedia” ripercorre la storia ideale dell’anima intorpidita dal peccato.

La voragine desolata dell’Inferno, come luogo in cui sono puniti in eterno i peccatori secondo la legge del contrappasso (corrispondenza per contrasto o somiglianza delle pene dei vari peccatori con le colpe commesse), ed il monte del Purgatorio, come luogo di purificazione ed espiazione, sono una rappresentazione riflessa in un paesaggio di stati d’animo. Lo smarrimento ed il traviamento della società del suo tempo, hanno spinto Dante a riprendere quella “diritta via…smarrita” che conduce alla felicità terrena ed alla beatitudine celeste.

C’è stata un’epoca in cui la poesia di Dante è stata messa in leggi; il supplizio era la rappresentazione terrena dell’inferno. La giustizia perseguitava il corpo del condannato al di là di ogni sofferenza possibile e le pene, per essere considerate tali, dovevano comportare una dimensione di supplizio, il quale correlava il tipo di danno corporale, qualità, intensità, lunghezza delle sofferenze con la gravità del crimine, la persona del criminale, il rango delle vittime.

C’è stata un’epoca in cui la pena era considerata uno strumento di formazione, uno spettacolo educativo e come la tragedia dell’antica Grecia, mostrava il “destino” che attendeva a chi si opponeva al potere. La tortura è stata la punizione che ha percorso tutta la storia delle pene anche se è stata inflitta con modalità molto diverse; “per secoli ha costituito una rappresentazione teatrale di piazza. La tortura apparteneva alla pedagogia prima che alla giurisprudenza; serviva a prevenire il reato più che a punirlo” .

L’armamentario per le torture era vastissimo e permetteva scene di particolare spettacolarità; modalità e sequenze che di fatto hanno oltrepassato qualunque fantasia. Successivamente la punizione ha abbandonato il corpo ed è divenuta sociale ed il supplizio teso a distruggere l’appartenenza al gruppo, ad alimentare l’emarginazione. Le tecniche, non più cruente, distruggevano la dignità e sconvolgevano l’equilibrio personale.

Da  tre secoli a questa parte molto si è modificato nel sistema penale: definizione dei reati, gerarchia della loro gravità, margini di indulgenza.

Lo spettacolo della punizione e del supplizio come mera manifestazione del potere politico ha lasciato il posto a nuove modalità di esecuzione penale. Il principale bersaglio della repressione non è più solo il corpo ma gli succede un castigo che agisce in profondità, sul cuore, sul pensiero, sulla volontà.

In effetti, la detenzione, divenuta in pochissimo tempo la forma essenziale del castigo, agisce, sul piano psicologico, come la tortura fisica del passato. Ha carattere di punizione psicologica e sociale; ma non solo. Nei suoi dispositivi più espliciti ha sempre comportato in una certa misura anche sofferenza fisica. Il corpo è considerato uno strumento, un intermediario; intervenire su di esso rinchiudendolo, significa privare l’individuo di una libertà considerata un diritto e insieme un bene.

Sono cambiati, dunque, i patiboli ma la pena di morte, quella che di volta in volta è considerata la vera morte, resiste. Ogni pena, infatti, “uccide” almeno un po’, altrimenti non sarebbe tale: “uccide” libertà, “uccide” tempo, “uccide”, a volte, speranza. L’avvento dell’illuminismo, sviluppatosi agli albori del ‘700, segna l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità, assumendo come motto il “Sapere Aude” kantiano. A questo movimento di rinnovamento politico e sociale si riallaccia la legislazione italiana ed in particolare la nascita della moderna scienza penale. Milano fu uno dei centri italiani dove più vivacemente operò il movimento riformatore. Nell’ambiente dell’”Accademia dei Pugni”, animata dai fratelli Verri, maturò una delle opere più significative dell’illuminismo italiano, “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria (1738-1794), con la quale il giurista puntò ad una riforma globale del sistema penale che tutelasse i cittadini.

Beccaria, pur sentendo il fascino delle idee più radicali, si ferma sulla soglia dell’utopia e aderisce ad una concezione strettamente utilitaristica, come unica via per giungere all’eguaglianza. Tutta la società doveva tendere “alla massima felicità divisa nel maggior numero”. Era questa la formula di un programma di riforme razionalmente contrapposta alla rivolta utopistica.

Il successo dell’opera è da rintracciare tra il rigore logico delle deduzioni, la chiarezza matematica, il calore dell’emozione prorompente, il genuino slancio di carità verso i derelitti e gli oppressi. Non solo era stata spezzata la cieca tradizione sanguinaria delle efferatezze, delle torture, delle esecuzioni indiscriminate, del carcere disumano, ma l’intera procedura giuridica ne usciva rinnovata; non più la confessione estorta con ferocia per supplire all’insufficienza delle prove legali, bensì la certezza morale del giudice, illuminata dalla ragione comune; non più norme discriminanti per i privilegiati e pene irrogate a capriccio del magistrato, non più giudizi segreti e arbitri interpretativi, ma leggi certe e tassative, processo semplice e pubblico, giudice imparziale, pene intese come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale e non mai come punizione espiatoria e pubblico spettacolo deterrente per la crudeltà.

Beccaria, teorizzando una concezione della pena non come vendetta nei confronti del reo ma come strumento per garantire una convivenza sociale e ordinata, ha sostituito la pena di morte con una pena che deve tendere a far pagare il debito che il criminale ha contratto con la società.

Nasce così la pena come sistema che comporta una proporzione tra delitto e punizione.

La colpa è dunque un danno sociale e la pena un’ammenda economica. Il principio del lavoro obbligatorio si profila come base per la retribuzione e la redenzione personale.

A tutt’oggi il lavoro è reputato un agente di trasformazione detentivo. Non è considerato né un additivo, né un correttivo della pena ma un accompagnamento necessariamente obbligatorio per consentire alla persona ristretta di giocare il suo ruolo con “perfetta” regolarità.

Per quanto la pena sia uno dei fenomeni più generali e costanti della vita sociale non sono mancati pensatori che ne hanno contestato la fondatezza, ritenendola ingiusta, inutile e a volte persino dannosa. Oltre agli utopisti Tommaso Moro e Tommaso Campanella, vanno ricordati diversi teorici dell’anarchismo tra cui primeggia la figura di Leone Tolstoi e soprattutto alcuni sociologi e criminologi: Girardin, Ferri, Wargha, Montero, ecc. Questi ultimi, partendo da una concezione ottimistica della vita umana, hanno sostenuto che un’opera di prevenzione, largamente e sapientemente esercitata, può rendere inutile la repressione dei delitti.

Tutti gli scrittori citati prescindono da un assunto difficilmente contestabile, e cioè che la tendenza al delitto non è circoscritta ad una particolare categoria di individui, secondo la tesi di Cesare Lombroso, ma ha un carattere generalissimo[12].

La carcerazione è vissuta, oggi, come “un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita ed ingiusta, impazzita e disumana; è un rimedio necessario per fermare coloro che, afferrati da un istinto egoistico e distruttivo, hanno perso il controllo di sé, calpestando i valori sacri della vita e delle persone e il senso della convivenza civile” .

Ma il carcere, oggi, è anche e soprattutto lo specchio rovesciato della società; rappresenta una realtà che ci appartiene anche se appare fisicamente lontana.

L’attuale sistema penale si preoccupa sì di punire, ma riveste un ruolo assai più profondo, offrendo la possibilità della redenzione personale, del reinserimento nella società, aprendo le porte ad orizzonti di speranza nei confronti di coloro che, al di là del debito contratto con la giustizia, tentano di ripensarsi in termini nuovi sia come uomini che come cittadini.

Ed è proprio questo l’obiettivo che si pone la polifunzionalità della sanzione penale che attesta, oggi, la necessità di perseguire non solo la funzione retributiva della pena ma anche e soprattutto quella rieducativa in adempimento all’art. 27 della Costituzione.

 

1.2. Funzione retributiva della pena

Per le teorie retribuzionistiche, compendiabili nell’assunto che il bene va ricompensato con il bene ed il male con il male, e per questo denominate anche “del corrispettivo”, la pena è una ricompensa, è un valore che trova in sé la sua ragione e giustificazione. Essa è il malum passionis quod infligitur ob malum actionis, cioè il corrispettivo del male commesso, e viene applicata quia peccatum est, a cagione del reato commesso e come tale è affittiva, personale, proporzionale, determinata e inderogabile.

Questo criterio generale comprende due aspetti diversi: la retribuzione morale e la retribuzione giuridica.

Per i seguaci della retribuzione morale, il cui maggiore rappresentante può considerarsi Francesco Carrara, il cui frutto legislativo è rappresentato dal codice italiano del 1889 (il c.d. Codice Zanardelli, dal nome del Guardasigilli dell’epoca), la pena è un’esigenza etica ed inscindibile della coscienza umana da porre in essere per punire il reo. Una concezione, questa, che postula una sudditanza necessaria nei confronti del sistema giuridico, regolatore dei diritti penale e premiale. Un imperativo categorico (Kant) che giustifica la pena realizzando un’idea di giustizia attuabile attraverso la retribuzione. La sanzione si legittima nella concezione filosofico-illuministica dell’uomo come soggetto in grado di autodeterminarsi attraverso il libero arbitrio: allorché le sue condotte propendono verso atteggiamenti antisociali ed illeciti, deve essere adeguatamente punito.

Per la retribuzione giuridica la pena trova fondamento all’interno dell’ordinamento giuridico; il delitto è la ribellione del singolo alla volontà della legge e come tale esige una riparazione volta a riaffermare l’autorità statuale.

 

 La pena secondo la Costituzione

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” .

Attorno al principio del finalismo rieducativo della pena si è acceso il dibattito tra retribuzionisti e positivisti, i cui estremismi interpretativi hanno ostacolato la comprensione del dettato costituzionale.

I primi neutralizzano l’innovazione costituzionale considerandola una mera enunciazione politico-programmatica o comunque relegando la rieducazione alla sola fase esecutivo-penitenziaria ed identificandola con l’emenda, per altro non essenziale. I secondi, all’opposto, ne enfatizzano il significato, costituzionalizzando le istanze positivistiche della prevenzione speciale ed assegnando alla pena il compito precipuo della risocializzazione.

Lentamente ha prevalso l’opinione secondo cui, dal punto di vista costituzionale, la pena nella sua essenza e giustificazione etica e logica è, innanzitutto, retributivo-generalpreventiva. A questa finalità si è aggiunta anche quella utilitaristica di modifica, in senso sociale, della personalità del reo che si propone non tanto di eliminare quanto piuttosto di circoscrivere il fenomeno della recidiva, da sempre considerata il parametro, il metro di valutazione della bontà dei sistemi punitivi.

La norma penale rimane ancorata ad un sistema rigido e inflessibile; il carattere garantista della retribuzione (quale la proporzionalità edittale alla gravità del reato) consente, cioè, alla pena di conservare i propri caratteri di certezza ed effettività.

Numerose dispute si sono accese attorno all’equivoco concetto richiamato dalla Costituzione all’art. 27; la rieducazione non può essere mistificata, non può trovare correlazione con i concetti di pentimento, emenda morale e spirituale, astrattamente possibile a mezzo pena ed in qualsiasi condizione di espiazione. L’attività risocializzante non può concretarsi né attraverso l’applicazione di una correzione politica-ideologica, fatta propria dagli stati totalitari, né dal trattamento propugnato indiscriminatamente dalla Nuova Difesa Sociale, la cui ideologia e prassi appaiono avviate verso un inarrestabile declino per l’incapacità di far fronte al sistema criminale.

Tale movimento, che ricevette la sua prima consacrazione internazionale con l’istituzione, nel 1948, della Sezione di difesa sociale delle Nazioni Unite, è uno tra i più fecondi movimenti di pensiero del dopoguerra che ha configurato accanto al diritto della società di esser protetta contro la criminalità, il c.d. diritto del reo alla risocializzazione. Questo indirizzo, pur ricollegandosi ad alcuni motivi caratteristici della Scuola Positiva, si muove su un piano di eclettico pragmatismo e di agnosticismo metafisico.

“Non sopprime la nozione di responsabilità, non nega la libertà dell’uomo, né rifiuta la possibilità della punizione. Ma fonda la politica criminale della difesa sociale sulla responsabilità individuale, la cui realtà esistenziale costituisce uno dei cardini del sistema, viene assunta come molla e motore essenziale del processo di risocializzazione e torna ad essere la giustificazione profonda della giustizia penale” .

La rieducazione viene, in tal modo, confinata all’offerta di opportunità presupponendo un ritorno del soggetto nella comunità, dandogli la possibilità di correggere la propria antisocialità e di adeguarsi al sistema delle regole sociali.     

E’ in quest’ambito solidaristico che si snoda il principio punitivo-premiale: la creazione di “motivazioni” ai comportamenti socialmente corretti ed il sistema della pena e del premio, dell’approvazione e della disapprovazione, sono un possente e storicamente ancorato strumento pedagogico.

Col sancire che la “responsabilità penale è personale”, l’art. 27 Cost. ha statuito non solo la personalità dell’illecito penale ma anche la personalità della sanzione penale.

L’art 25, Cost. afferma il principio della necessità della pena; considerata elemento garantista non eliminabile del nostro sistema giuridico e perciò non sostituibile con “misure di difesa sociale”. La distinzione, poi, tra misura di sicurezza e pena, di cui si riafferma il carattere punitivo, fa della afflittività, quale limitazione dei diritti del soggetto, un elemento ineliminabile della pena nella sua imprescindibile funzione retributivo-intimidatrice-pedagogica.

Il principio della responsabilità individuale consente di affidare alla competenza giuridica le tipologie di pene da applicare e le diverse forme di penalità. Una linea, questa, perseguita dal legislatore italiano che dal 1944 in poi, non ha mai messo in discussione il concetto di pena, pur ispirandosi a criteri indulgenziali, almeno fino ad una certa inversione di tendenza che, a decorrere dal 1973, ha portato ad accentuare il carattere deterrente della pena, nel momento della minaccia, ed il contenuto punitivo, nel momento applicativo.

Altro principio che si desume dalla correlazione responsabilità-pena come antitesi alla responsabilità sociale o legale, è quella della legalità della pena, realizzato con l’integrazione del nullum crimen sine lege con il nulla poena sine lege, principio cardine che domina la materia delle fonti nel nostro diritto e che si richiama implicitamente ma inequivocabilmente alla sanzione penale nella sua dimensione affittivo-punitiva e nella sua “tradizionale” funzione general preventiva e retributiva.

 

La pena nel diritto vigente

La pena è stata, dunque, per secoli, un puro e semplice castigo. Per effetto dell’opera svolta dalle correnti dottrinarie volte alla promozione della riforma delle leggi penali e dei sistemi penitenziari, la pena ha cominciato a subire una lenta ma assai significativa trasformazione.

Il primo passo è consistito nell’eliminazione dai sistemi carcerari di tutto ciò che potesse peggiorare le condizioni non solo fisiche, ma anche e soprattutto morali, del recluso, introducendo vari provvedimenti tesi al conseguimento della rigenerazione dei condannati. Avendo riconosciuto nell’ozio una delle principali cause che ostacolano l’emenda, in quanto fattore di degradazione e abbrutimento, la legge di riforma dell’O.P. ha consacrato il trattamento come lo strumento cardine per la rieducazione carceraria. Nell’esecuzione, poi, è stato adottato il c.d. sistema progressivo, il quale implica una graduale attenuazione delle limitazioni imposte al detenuto proporzionalmente al suo miglioramento, predisponendo, in tal modo, le fondamenta per il reinserimento nel tessuto sociale.

Il vecchio sistema penale importava, come conseguenza dei criteri che lo ispiravano, la necessità che la pena inflitta al reo, per il delitto commesso, fosse, in ogni caso, inflessibilmente applicata. Orbene, con l’introduzione della liberazione condizionale, viene concessa la possibilità di condonare al reo, che ha tenuto buona condotta, una parte della pena purché, entro un certo tempo, non commetta altri reati.

E’ stato dato al giudice il potere di sospendere l’applicazione dell’intera pena a chi delinque per la prima volta (la c.d. sospensione condizionale). Le legislazioni recenti hanno fatto un passo più in là, consentendo al giudice la facoltà di non irrogare la pena spettante al reo, ma di perdonarlo, sia pure limitatamente agli autori di reato minorenni (il c.d. perdono giudiziale); ciò, soprattutto, al fine di evitare le conseguenze morali della condanna, che possono ostacolare lo sviluppo dei processi educativi e l’inserimento del giovane nel consorzio civile.

Infine, le pene detentive meno gravi sono state, talora, sostituite con forme di semilibertà o libertà controllata.

Uno dei caratteri essenziali del vecchio sistema punitivo, e cioè la proporzione fra il reato e la sanzione, è stato fortemente intaccato. Le moderne legislazioni vogliono che nella misura e nella scelta della pena si tenga conto anche dei caratteri personali del reo, che influiscono sulla quantità e la qualità della pena stessa.

“Queste constatazioni autorizzano a concludere che la pura pena, la pena vuota di ogni contenuto, la pena che è soltanto una sofferenza per colui che la subisce se non è già scomparsa, va scomparendo. Si profila, in tal modo, la pena moderna, la quale conserva bensì il carattere affittivo, o meglio dissuasivo, ma ha anche la funzione di combattere le cause individuali della criminalità: tende, in altri termini, a far sì che l’autore del reato torni ad essere, o diventi, un membro utile della comunità sociale. Essa, in conseguenza, più che verso il passato, è protesa verso il futuro. In correlazione a ciò, le carceri, da semplici luoghi di pena, vanno assumendo, in misura sempre maggiore, il carattere di istituti di disciplina costruttiva e di rieducazione” 

Il problema della natura della pena, trattandosi sostanzialmente di questione interpretativa, va chiarito esclusivamente con la chiave del diritto positivo, essendo questa la realtà che si propone agli occhi del giurista.

Ad un esame obiettivo e aprioristico, il diritto attualmente vigente in Italia conferma il carattere tradizionale, ossia punitivo, che la pena ha mantenuto nel tempo e le connesse finalità di intimidazione.

Tuttavia, il diritto stesso assegna alla pena la funzione emendativa; funzione che ha acquisito una sostanziale rilevanza, come già anticipato, con l’approvazione dell’O.P. di cui alla legge 26 luglio 1975 n. 354 e successive modificazioni.

L’art. 1 comma 6 di tale ordinamento reca: “ Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti"

In tale ordinamento sono destinati a conseguire l’emenda:

  • l’organizzazione del lavoro all’interno dello stabilimento e all’aperto
  • l’istruzione (a cui si provvede mediante l’istituzione di scuole e l’attrezzatura di biblioteche)
  • l’educazione morale (coadiuvata dall’assistenza religiosa)
  • le attività culturali, ricreative e sportive
  • la sorveglianza del giudice sull’esecuzione della pena
  • il sistema progressivo di esecuzione penale

Nell’ordinamento vigente, dunque, la funzione retributiva è stata assai mitigata per perseguire lo scopo del reinserimento sociale del condannato.

La pena, nel diritto attuale, non ha, dunque, un carattere rigorosamente unitario: è un mixtum compositum nel quale emerge a grandi lettere, accanto all’emenda del reo, il concetto centrale del corrispettivo.

Il castigo giuridico viene notevolmente temperato nel tentativo, più o meno esplicito, di conciliare le varie e complesse esigenze nella lotta contro il delitto, traendo ispirazione da motivi di opportunità politica e di necessità sociale.

La commisurazione della “pena giusta” consente sì di determinare concretamente le pena come quella socialmente meritata, ma rischia di offuscare il finalismo utilitarista ed i criteri razionali che dovrebbero guidare la funzione primaria della pena che si esplicita nel tentativo di ricostruire e rafforzare l’integrazione sociale del reo (“pena utile”).

L’istituzione carceraria evidenzia, attualmente, una profonda crisi guardando soprattutto alle nuove sfide e alle complesse esigenze che deve gestire. Tale crisi sembra aver colpito i due perni attorno ai quali ruota il sistema penitenziario: il trattamento e la sicurezza

La rigida dicotomia tra la funzione riabilitativa e la funzione custodialistica del carcere, si proietta anche nella realtà extra muraria, quando le attività deputate a produrre sicurezza richiedono interventi più vigorosi da parte delle agenzie di controllo e dei servizi esterni.

La progressiva apertura della prigione alla realtà, configura quella che è forse la più importante novità nella storia penitenziaria del nostro secolo. Le misure di trattamento in libertà (permessi premio, licenze, art. 21,…) e le misure alternative alla detenzione, configurano uno scenario con il quale la società non può fare a meno di confrontarsi.

La partecipazione della società esterna alle forme di gestione della pena, sia intramurale che a mezzo delle sanzioni sostitutive, è un aspetto importante della progressiva riappropriazione da parte della società libera, del diritto di punire ormai molto diverso, nella sua pratica concreta, rispetto alle origini.

L’obiettivo prioritario che il sistema si pone ruota attorno ai soggetti direttamente coinvolti nell’azione delittuosa: il reo e la vittima, lavorando sui bisogni e le domande di chi trasgredisce la legge ed ha diritto al trattamento ma anche di chi ha subito la violazione dei propri diritti ed esige una sicurezza garantita e attualizzata.

In questa fase le maggiori potenzialità di tale prospettiva sembrano essere giocate dai modelli riparativi e di mediazione, anche se, attualmente, si costituiscono come servizi marginali incapaci di incidere in modo significativo sul funzionamento generale del sistema di giustizia.