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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/06/2016  -  stampato il 08/12/2016


Paragonare il caso Cucchi a quello Regeni? Cui prodest?

Sulla morte di Stefano Cucchi, già da parecchio tempo, in molti hanno perso il senso della misura. Non c’è dubbio che il caso Cucchi abbia scosso in profondità le coscienze e turbato parecchio l’opinione pubblica (ai limiti dell’isteria collettiva), ma ormai a pochi interessa sapere veramente i motivi e le circostanze che ne hanno causato il decesso. No. Il caso Cucchi ormai è un “brand” da evocare ed utilizzare a piacimento. A proprio piacimento.

Nell’era della condivisione ossessivo-compulsiva tramite smartphone delle notizie (vere o presunte che siano), in un’epoca in cui ci si limita a leggere i titoli delle notizie e non il testo degli articoli (e poco importa se il titolo non corrisponde al contenuto dell’articolo …), anche la morte di Giulio Regeni sta assumendo caratteristiche mediatiche simili. Da subito, purtroppo, anche il decesso di Giulio regeni si è trasformato nel “caso Regeni”. Una vicenda dai contorni sempre più difficili da decifrare soprattutto dopo che i suoi professori dell’Università di Cambridge si sono rifiutati di rispondere ai procuratori italiani, invocando la segretezza degli studi che svolgeva Giulio Regeni.

In questi giorni, per una prevedibile quanto macabra ironia della sorte, i due “casi” hanno avuto il loro definitivo punto di contatto. Nei giorni scorsi infatti, durante la sua requisitoria al processo d’appello ordinato dalla Cassazione ai medici dell’ospedale “Sandro Pertini” di Roma dove Cucchi morì il 22 ottobre 2009, il pm Eugenio Rubolino ha detto: “Stefano Cucchi è stato vittima di tortura, come Giulio Regeni, si tratta solo di stabilire il colore delle divise”.

Sicuramente, il magistrato avrà le sue buone ragioni, corroborate dalle carte, che gli hanno consentito di esprimere un’affermazione così forte e così incisiva. Il rischio, per chi le carte del caso Cucchi e del Caso Regeni non le ha sotto gli occhi, è quello di considerare le affermazioni della requisitoria come quelle di un qualunque blogger in cerca di “like”.

Per noi “profani” però un fatto è certo ed ora è anche definitivamente sugellato dalla Cassazione: il Corpo di Polizia Penitenziaria e, soprattutto, i colleghi inizialmente additati come “mostri”, con il decesso del giovane arrestato dai Carabinieri per spaccio di stupefacenti (altro che “il ragioniere” …) non c’entrano nulla. E la cosa non è di poco conto. Per anni infatti, evocare termini come tortura, aguzzini, massacro, pestaggio, e averli indirizzati solo nei confronti dei Poliziotti penitenziari, non ha giovato né alle singole persone che si sono viste piombare addosso accuse così gravi né, tantomeno, all’accertamento della verità.

Il caso Cucchi per ora ha contribuito solo al rilancio di carriere di politici, di legali, di giornalisti, di cantanti, di attori e di blogger, tutti in cerca di “like” invece che di accertare la verità.

E tutti, ancora, devono parecchie scuse al Corpo di Polizia Penitenziaria e soprattutto ai colleghi tenuti sul banco degli accusati per anni.