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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/01/2016  -  stampato il 07/12/2016


Libro: I dannati dell’Asinara. L’odissea dei prigionieri austro-ungarici nella prima guerra mondiale

Dopo la guerra quel che resta sono le cifre ufficiali, la memoria istituzionale e ufficiale e il ricordo dei protagonisti. La ricostruzione storica per riuscire al meglio ha bisogno di assemblare e interpretare gli eventi militari, le soluzioni politiche e diplomatiche, i costi economici, i danni materiali, le perdite umane, ma deve anche muoversi all’interno di quell’epopea patriottica che si è riversata sull’immaginario collettivo con la celebrazione dei combattenti e delle loro gesta. Infine deve rapportarsi con le esperienze soggettive di coloro che la guerra ha in qualche modo coinvolto. In questo caso si tratta di un corpus documentario il cui utilizzo ha provocato un autentico scossone alla tradizionale interpretazione storiografica delle guerre.

I DANNATI DELL'ASINARA
di Luca Gorgolini
casa editrice: UTET  
anno di pubblicazione: 2011
pagine: 179
Prefazione di Paolo Sorcinelli

A cominciare da quella che la retorica della nazione e della patria ha definito “la grande guerra” enon soltanto per i 65 milioni di uomini che fra il 1914-1918 vestirono una divisa, né per i 13 milioni di morti, perché fra il 1939 e il 1945 le vittime saranno molte di più, 55 milioni senza che si sentisse l’esigenza di usare aggettivi altrettanto roboanti (Sorcinelli2004a). In realtà la definizione sottintendeva soprattutto il tentativo di enfatizzare la tragedia collettiva occultandone la “negatività” e sacralizzando il soldato caduto, anche con la creazione del mito del milite ignoto e con l’edificazione dei sacrari, dei cimiteri di guerra, dei monumenti ai caduti in ogni città e paese d’Europa. In questa maniera la morte, da cruda e insensata realtà, si trasfigurava in un simbolismo retorico che esaltava il sangue versato in nome di un’appartenenza collettiva e di una fedeltà ai “supremi ideali della Nazione”. Non per niente fra sconfitti e vincitori si fece ricorso ad un artificio lessicale laddove, per indicare una vittima di guerra, non si ricorreva al participio passato del verbo “morire”, ma al meno traumatico “caduto”.

Una siffatta “retorica di guerra” si alimentò incessantemente negli anni Venti e Trenta del secolo scorso al punto che di fronte al clima dominante di esaltazione delle vittime, prevalse fra i superstiti il bisogno di allontanare l’esperienza vissuta e di rifugiarsi nel silenzio. Certo, ci furono frange di intellettuali-pacifisti che continuarono a manifestare “un’intolleranza costituzionale” contro la guerra, che in nessun caso – come scriveva Freud ad Einstein – può essere considerata una semplice “calamità della vita”, ma una vera e propria “negazione della vita” stessa, in quanto “annienta vite umane piene di promesse”, “disonora i singoli individui” e, “contro la propria volontà”, li costringe “a uccidere altri individui” (Freud 1975).

La seconda guerra mondiale avrà un andamento diverso rispetto al conflitto precedente: non sarà più prevalentemente un affare di eserciti e di soldati, ma una tragedia subìta soprattutto dai civili. Le deportazioni di massa, lo sterminio scientifico di razze e di oppositori politici, le stragi di rappresaglia, le bombe atomiche, svelano senza infingimenti il volto della guerra e lasciano pochi margini alla celebrazione delle singole patrie. In questo caso quel che a posteriori appare opportuno ricordare è soprattutto l’orrore di quanto è successo e il valore positivo di chi si è posto nel ruolo di oppositore e di resistente. A distanza di trent’anni dalla Grande guerra, le cose prenderanno un’altra piega e chi ha vissuto le esperienze della ritirata dalla Russia, delle marce della morte, della deportazione, dei campi di concentramento, delle discriminazioni razziali e dei campi di sterminio, la penserà diversamente rispetto ai reduce combattenti del 1915-18. Primo Levi docet! Per lui infatti “il bisogno di raccontare” agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi della propria esperienza, assumerà già prima e soprattutto dopo la liberazione, “il carattere di un impulso immediato e violento”.

Proprio questo “bisogno di raccontare” farà emergere un altro modo di vedere la guerra: attraverso la denuncia civile della letteratura e del cinema, con il recupero di rappresentazioni soggettive (testimonianze orali, memorie, diari, epistolari), con lo studio dei processi militari e delle le cartelle cliniche dei manicomi. Un percorso che non riguarderà soltanto la seconda guerra mondiale, ma che rivisiterà anche il precedente conflitto. Ad iniziare da Emilio Lussu, che scrive Un anno sull’altipiano fra il 193-37 dal confino di Lipari. E poi Primo Levi, Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern che scriveranno di se stessi e dei loro commilitoni1; le ricostruzioni cinematografiche di registi come Francesco Rosi (Uomini contro, 1970) e Bertrand Tavernier (La vita e nient’altro,1988), fino a Paul Fussel, Eric J. Leed e Antonio Gibelli con le loro innovative ricostruzioni storiografiche (a titolo indicativo si veda: Fussel 1984; Leed 1985; Gibelli 1981). Una produzione di saggi storici, opere letterarie e cinematografiche in cui la guerra non ha niente di “grande”, se non il numero dei morti! La guerra non è più una questionedi eroici assalti e di valorosi soldati, ma diventa un annientamento del nemico attraverso “le marce della morte”in Daniel Blatman (2009), mentre nel recente saggio di Mark Thompson (2009) è una “guerra bianca” i cui protagonisti sono “pezzi di fango ambulanti” con l’unica aspirazione di “non morire per la patria”.

Pian piano emerge l’altra faccia della guerra, quella delle esperienze soggettive dei protagonisti. Siano essi poeti, come Giuseppe Ungaretti (Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie) e Clemente Rebora (che in una lettera del dicembre 1915 si augura che chi è rimasto a casa non venga mai a conoscere il “fango morale”, la “pietà e l’orridezza di ciò che avviene” al fronte), o come i tanti fanti/contadini che, impotenti e rassegnati, aspettano che il fato si compia, consapevoli nelle loro lettere che “le pallottole sono matte” e i soldati che vanno all’assalto sono “come gli uccelli” di fronte ai cacciatori (Sorcinelli 1990).

L’enorme quantità di testimonianze lasciate dalle persone comuni, dai subalterni costretti alla guerra, ha finito con il determinare una “questione storiografica”. Analizzando queste fonti “si sceglie infatti di ricostruire e raccontare la storia generale non solo con i grandi blocchi monolitici di carte istituzionali e diplomatiche, ma anche con miniature di vita costituite dalle esperienze dei singoli individui”. Un approccio che è in grado di rivelare “i dettagli dei grandi eventi, attraverso le sfumature di tante storie reali e vissute” (Caffarena 2005). Luca Gorgolini ha imboccato questo percorso prima con un saggio sulle memorie autobiografiche di soldati marchigiani impegnati nelle due grandi guerre del Novecento, poi con la rilettura del diario di un fante del primo conflitto mondiale.

Ora vede la luce questo suo nuovo e più complesso lavoro: I dannati dell’Asinara, che nasce quasi per caso dal piccolo cimitero di Carpegna, dove una lapide posta sul muro di cinta, alla destra di chi entra, ricorda la morte di due soldati ungheresi (il 24 marzo e il 7 aprile 1919) e il decesso di un soldato austriaco, il 28 maggio dello stesso anno. Probabilmente tutti e tre per la stessa causa: “influenza spagnola”. Le cronache, alla data del 23 marzo 1919, registrano anche la morte per una caduta accidentale di un altro ungherese, Laszlo Szuka, di soli 19 anni, sepolto nel cimitero di Pietrarubbia, a pochi chilometri da Carpegna. Gorgolini conosce molto bene queste zone e così, parlando, cercammo di capire il perché di queste presenze nel cuore dell’Appennino pesarese. Non ci volle molto a svelare il piccolo mistero: questi soldati facevano parte di un gruppo di prigionieri austro-ungarici che in quell’angolo del Montefeltro lavoravano al rimboschimento del monte Carpegna. Negli stessi giorni delle nostre conversazioni un giornale dedicava un articolo al carcere dell’Asinara, accennando alla presenza sull’isola di prigionieri di guerra fin dal 1915. Da qui, alla decisione di avviare un progetto di ricerca sull’argomento all’interno del Laboratorio di storia sociale “Memoria del Quotidiano”, il passo fu breve.

Con qualche sorpresa le prime piste rimandarono alla capitolazione della Serbia dopo il secondo attacco dell’esercito austro-ungarico (1915) e alla “marcia” di ciò che restava dell’esercito serbo da Belgrado a Niš, in Montenegro, e poi dal Montenegro al Kosovo. Destinazione finale i porti albanesi di Durazzo e Valona, con il proposito di proseguire poi via mare alla volta di Corfù e Salonicco per riorganizzare le fila. Piccolo particolare, ma importante per il prosieguo della storia: l’esercito in ritirata trascinava con sé, in nome di una logica militare dettata dalla ragion di Stato, una massa di 40 mila prigionieri austro-ungarici.

Il “trasferimento” avvenne fra l’ottobre e il dicembre del 1915, attraverso zone del tutto montuose e quasi prive di strade, in condizioni climatiche avverse, con piogge persistenti e bufere di neve che trasformarono la marcia in un’odissea di nove settimane. A Valona i superstiti erano soltanto 24 mila. Presi in consegna da contingenti militari italiani e francesi e imbarcati su navi, 2000 moriranno di colera prima di sbarcare all’Asinara, molti altri subito dopo l’arrivo.

Ma perché questi prigionieri finirono proprio in Italia? Anche in questo caso le risposte rimandano a motivazioni prese in nome di una “ragion di Stato” che induce il governo italiano a intervenire sulla Francia per la gestione dei prigionieri austro-ungarici. Con questa mossa l’Italia sperava infatti di acquisire un riconoscimento politico nello scacchiere slavo. In fondo, pur se caduti nelle mani delle truppe serbe e in molti casi ancor prima che l’Italia entrasse in guerra, quei prigionieri, in quel momento, erano pur sempre dei soldati nemici e, come tali, pedine di compensazione e di scambio nella logica delle forze in campo e delle trattative diplomatiche e militari.

La marcia e la conseguente prigionia sull’isola, sono ricostruite da Gorgolini anche sulla base delle testimonianze autobiografiche degli stessi prigionieri e dei loro custodi e sulle cronache degli inviati delle testate giornalistiche internazionali. Alcune di queste fonti sono inedite, come le lettere bloccate dalla censura, il memoriale di un soldato ceco, due diari (uno di un prigioniero ceco e l’altro di un prigioniero austriaco) e numerose immagini fotografiche scattate da un ufficiale italiano. A cui si aggiungono la documentazione psichiatrica su 32 prigionieri. Il quadro che ne scaturisce è lo spaccato di un episodio bellico anomalo: infatti in tutta questa vicenda, dalla marcia dalla Serbia all’Albania, all’imbarco dei prigionieri e loro traduzione in Sardegna, fino alla detenzione nei campi dell’Asinara e successivo affidamento in mano francese, la vera battaglia si giocò su un terreno improprio ad ogni strategia di combattimento. Infatti i veri e più temibili nemici non furono le armi, ma il freddo, la fame, il colera, le piaghe, le infezioni. Dei 40 mila prigionieri partiti in ottobre, come si è detto, poco più della metà approdarono all’Asinara e soltanto 15/16 mila sopravvissero fino al luglio del 1916, quando saranno presi in consegna dall’esercito francese e trasferiti nei campi di prigionia d’oltralpe.

Quello che si consuma fra l’ottobre 1915 e il luglio 1916 si snoda attraverso una serie di circostanze che consentono di parlare di una battaglia dentro la guerra. Una battaglia per sopravvivere, da cui neppure i carcerieri (prima serbi e poi italiani) usciranno indenni, perché anche loro saranno inevitabilmente coinvolti nel degrado igienico, sanitario e morale che molto spesso sfociò persino nell’antropofagia.

Un tassello, uno dei tanti della follia della guerra (Sorcinelli1992), che richiama alla mente ciò che altrove, ma quasi in contemporanea, si consumò ai danni di 1.200.000 armeni, costretti dai “giovani turchi” ad altre marce e altri campi di reclusione2. Essere costretti a camminare, camminare, camminare fino a cadere, fino a morire, non direttamente per mano nemica, ma per il cedimento e l’esaurimento delle proprie forze, fu una prassi che nel secolo della tecnologia e delle guerre “moderne” ricorrerà più volte: nelle deportazioni verso i campi di sterminio, nelle marce della morte sul Baltico ghiacciato, nelle ritirate dei soldati e nei trasferimenti in massa di civili. Perché? Alcuni parlano di uno scrupolo del nemico per risolvere il problema “prigionieri” con una selezione naturale, senza ricorrere alle armi; altri di un’inedita forma di sadismo verso il nemico, costretto a cimentarsi in una sfida tutta individuale con i suoi limiti di resistenza e l’esasperazione delle condizioni e delle circostanze. Senza tirare in ballo improbabili analisi psicologiche, in maniera molto più empirica si può semplicemente affermare che in qualunque disputa armata la follia contagia tutte le parti in causa. Un assioma che il dipanarsi di questo saggio riesce a portare in primo piano pur restando ai margini della guerra combattuta in prima linea.

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Isola dell''Asinara: il campo di prigionia per i militari austro-ungarici della prima Guerra Mondiale