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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/08/2016  -  stampato il 02/12/2016


Michele Gaglione: Agente di Polizia Penitenziaria, ucciso dalla camorra il 7 agosto 1992

Michele Gaglione. Agente di Polizia Penitenziaria. Nato ad Avella (AV) il 05 settembre 1965.

In servizio  al Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, il 7 agosto 1992 l’Agente Michele Gaglione fu vittima di un attentato mentre, a bordo della propria autovettura, rientrava a casa. L’omicidio di Michele Gaglione fu un gesto ”simbolico” della criminalità organizzata per tentare di ammorbidire il trattamento verso i detenuti sottoposti al regime art. 41 bis.

Agente di Polizia Penitenziaria Michele Gaglione  

 

GLI ARTICOLI DEL QUOTIDIANO "LA STAMPA" e "L'UNITA'"

Camorra all'assalto di Napoli

Assassinata una guardia carceraria

In cella il Direttore del carcere

 

INCHIESTA SULLA GESTIONE DL CARCERE DI SECONDIGLIANO - Interrogazione Parlamentare

ATTO CAMERA
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/01480

Legislatura: 11
Seduta di annuncio: 225 del 27/07/1993

Firmatari: FINI GIANFRANCO, GASPARRI MAURIZIO
Gruppo: MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO - DESTRA NAZIONALE

Al Ministro di grazia e giustizia. - Per sapere - premesso: che due anni orsono fu realizzato il Complesso penitenziario di Secondigliano (Na) ed alla sua direzione furono posti il dottor Alfredo Stendardo e Vincenzo Santoriello in qualita' di comandante del personale della Polizia Penitenziaria, con un organico di circa seicento agenti alla loro prima esperienza di servizio, in un supercarcere del meridione, realizzato di fronte al Rione Scampia, meglio conosciuto con il nome di "167"; che durante i primi mesi di gestione del predetto istituto il competente Ministero ha preteso una linea di condotta intransigente; che dopo qualche tempo il Ministero di grazia e giustizia, tramite il dottor Stendardo (che per tale motivo fu piu' volte convocato a Roma) avrebbe mutato la sua tesi iniziale, inducendo il Direttore ad assumere un comportamento di gran lunga piu' favorevole ai detenuti di grosso calibro; che forti di questo stato di cose, i "pezzi da novanta" decisero di uccidere un agente della Polizia Penitenziaria, Michele Gaglione (coniugato con prole), anche allo scopo di far intendere a tutto il personale della Polizia Penitenziaria che il comportamento da assumere divenisse quello di esser piu' "aperti" alle loro varie richieste; che, secondo notizie pervenute agli interroganti, a riprova di cio' il Direttore, in un improvviso colloquio, avrebbe spiegato agli agenti di comportarsi in maniera piu' "tollerante" nei confronti dei detenuti, e che la vita di nessun individuo puo' andare bruciata per dedicarsi ad uno Stato che nulla merita; che durante la cerimonia funebre del collega Gaglione, il Direttore si sarebbe intrattenuto con l'indiziato maggiore del medesimo omicidio, che per diverse ore era stato trattenuto presso una caserma dei militari dell'Arma; che il personale della Polizia Penitenziaria presente alla cerimonia funebre non accetto' tale comportamento del dottor Stendardo; che una settimana dopo, tramite il recluso Vincenzo Avitabile, che decise di iniziare a collaborare con la giustizia, il Comandante della Polizia Penitenziaria venne a conoscenza di un attentato ai danni della sua persona nonche' a quella dell'agente che solitamente viaggiava in auto con lui, che sarebbe stato preparato nel carcere di Spoleto dai piu' pericolosi soggetti ivi reclusi; che durante tale periodo due agenti addetti all'ufficio accettazione detenuti del complesso di Secondigliano e il citato comandante furono invitati ad allontanarsi dall'istituto per motivi di sicurezza, cioe' per il fatto che altri detenuti ivi reclusi avevano deciso di attentare alle loro persone, ed altresi' a quelle dei familiari; che il comandante Santoriello non accetto' tale situazione e, previa dichiarazione sottoscritta con la quale esonerava il competente Ministero da qualsiasi responsabilita' derivante da attentato, decise di rientrare in servizio dopo circa dieci-quindici giorni; che tale comportamento fini' per accrescere le minacce dei reclusi, sia nei suoi riguardi che di altri agenti, i quali furono allontanati dall'Istituto e trasferiti in altra zona; che il personale della Polizia Penitenziaria, in concerto con le organizzazioni sindacali e previo colloquio con l'allora direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, Nicolo' Amato, sollecito' l'allontanamento e quindi il trasferimento del direttore; che tali dichiarazioni furono comunicate al competente Ministro, al provveditorato ed altresi' al Magistrato, nella persona del dottor Cafiero; che per determinare il trasferimento gli agenti, preoccupandosi comunque di assicurare i servizi, organizzarono una forma di protesta, che si concretizzo' nell'invio di diversi certificati medici, fatto dopo il quale arrivo' presso l'istituto Nicolo' Amato, il quale avrebbe deciso l'allontanamento del direttore, stabilendo che non avrebbe fatto attuare alcun provvedimento disciplinare a carico degli agenti che avevano inviato i certificati medici; che nella direzione carceraria rimasero comunque altri funzionari, tra cui due donne, che avevano condiviso la linea di condotta del direttore appena allontanato; che poco dopo l'agente De Ponte fu trasferito dal Complesso penitenziario di Secondigliano mentre le due funzionarie continuarono ad agire nella linea di condotta del loro predecessore, cioe' tutelarono in maniera ancora minore gli interessi del personale di Polizia Penitenziaria; che di tale situazione confusa avrebbero approfittato i reclusi; che l'arrivo del nuovo direttore, dottor Passeretti, non fece mutare di molto le cose, nonostante il suo bagaglio di esperienza carceraria, per il particolare che le predette funzionarie erano contro la politica di riequilibrio voluta dalla nuova direzione; che dopo poco tempo fu trasferito anche il dottor Passeretti; che in tale contesto fu indispensabile l'intervento della magistratura, che decise di affidare l'inchiesta al dottor Fumo, il quale, basandosi su presunti atti di violenza nei confronti dei detenuti, estese i suoi accertamenti alla questione dei citati certificati medici e dopo qualche mese, per motivi cautelativi, determino' la sospensione dal servizio del comandante Santoriello, di quattro sovrintendenti ed un assistente; che tutto cio' avvenne con una operazione dei militari dell'Arma i quali, penetrati all'interno del Complesso penitenziario perquisirono i vari uffici, sequestrarono le pistole di ordinanza ai predetti, requisirono le uniformi, mentre successivamente furono perquisite anche le abitazioni dei medesimi -: per quali motivi, nonostante la Magistratura sapesse delle numerose minacce ricevute dal Santoriello, abbia deciso di privare lo stesso dell'auto blindata e della scorta, esponendolo pertanto ad un enorme rischio; per quali motivi il dottor Surace, tramite il dottor Fazzioli, convoco' il Santoriello al Ministero, per dirgli che se non avesse chiesto un'altra sede carceraria sarebbe stato sospeso amministrativamente; per quale ragione e' stato preparato un provvedimento con il quale si priva Santoriello della funzione di comandante e lo si destina ad un altro istituto penitenziario dove sono reclusi noti camorristi con collegamento con quelli detenuti a Secondigliano; quali siano le valutazioni del Ministero sui sei sospesi: ispettore capo Vincenzo Santoriello, sovrintendente capo Sabatino Roberto Notaro, sovrintendente Goffredo Tammaro, sovrintendente Claudio Paggiarino, sovrintendente Grazio Peluso, assistente Enrico Cipullo; se non si ritenga di disporre una inchiesta sulla gestione del carcere di Secondigliano e in particolare sui funzionari e sulle funzionarie che hanno lavorato nell'istituto penitenziario.

 

COCAINA NEL CARCERE DEI BOSS

Direttore di un supercarcere e cocainomane. Quel vizio costringeva Alfredo Stendardo, 45 anni, capo dell' amministrazione penitenziaria di Secondigliano, a dividere la droga con i boss detenuti. Con l' accusa di concorso in spaccio di stupefacenti, concussione, omissione e abuso d' ufficio, il direttore, trasferito da due mesi ai vertici del penitenziario di Melfi, è stato arrestato ieri dai carabinieri del Comando provinciale. La notifica con uguali imputazioni è arrivata in carcere a quattro camorristi, Salvatore Aragiusto, Luigi Cappello e Raffaele Ivone, due corrieri che portavano la droga al funzionario del ministero di Grazia e giustizia, al padre del boss Raffaele Stolder, e a Carlo Colella, un detenuto favorito dal direttore. "Polvere" a volontà, dietro le sbarre del carcere costruito per essere un bunker anticamorra; stesso regime a Poggioreale, dove anni prima Stendardo era stato vicedirettore e responsabile di uno dei padiglioni più "caldi", il Firenze. A raccontare la gestione disinvolta dei penitenziari napoletani è Vincenzo Avitabile, un pentito che ha già fatto arrestare 44 camorristi della sua stessa cosca, che domina Rione Traiano. E' stato lui, con accuse confermate da altri due collaboratori di giustizia e da alcuni agenti di Polizia Penitenziaria, a ricostruire di fronte ai pm Federico Cafiero de Raho e Paolo Mancuso i traffici dei "grand hotel Poggioreale e Secondigliano". "Signor giudice - disse nel ' 92 al magistrato il pentito Avitabile, a quell' epoca rinchiuso a Secondigliano - voglio cambiare cella, non mi fido del direttore del carcere: è una mela marcia. Si droga ed è amico dei clan camorristi di Forcella e dei Quartieri spagnoli". Un fiume in piena, da quel momento in poi, le dichiarazioni dell' ex killer di Rione Traiano. Avitabile rivela di aver accompagnato più volte il cognato Luigi Cappello e Salvatore Aragiusto, detto "il prete" a consegnare dosi di cocaina destinate al boss Ivone nel 1988. A ritirarle era lo stesso Stendardo, "un signore elegante, giacca crema e pantaloni scuri, occhiali da sole", allora vicedirettore di Poggioreale. "Venti grammi erano per lui, gli altri venti doveva portarli a Ivone". Una volta mezzo etto di polvere purissima, che i capiclan avevano dato ordine di non tagliare, per rispetto al destinatario. Un' altra volta sette grammi, omaggio della cosca. In cambio, mille desideri di camorristi esauditi: spostamenti di padiglione, concessione di lavoro e infine libero accesso alla cocaina, di cui lo stesso Stendardo faceva largo uso. Poi il funzionario aveva fatto carriera, era diventato il numero uno del carcere dei superboss, Secondigliano. Ma non aveva abolito la coca, nè le corsie preferenziali. In questo clima il pentito Avitabile apprese di una serie di attentati e omicidi contro magistrati e agenti di custodia che sarebbero partiti proprio da Secondigliano. Il direttore intanto arrivava a bloccare la denuncia di due agenti contro un detenuto che li aveva aggrediti. Abbastanza per far finire il penitenziario nel caos. Ma la rivolta proseguì e nell' agosto ' 92 in un agguato i killer firmarono la loro vendetta, uccidendo un agente, Michele Gaglione. Centinaia di poliziotti marcarono visita per protesta, e a Napoli si precipitò il dirigente delle Carceri Amato, che sospese dalla carica il direttore amico dei boss.

La Repubblica - 7 aprile 1994

 

UNA "TACITA TRATTATIVA" A SUON DI BOMBE SULL'ALTARE DEL 41-BIS

Teresi ripercorre il periodo tra la strage di via d’Amelio e i primi mesi del ’93. Dopo l’apertura delle supercarceri di Pianosa e l’Asinara di fatto Cosa Nostra “cerca di allentare questa pressione”. Le richieste del “papello” di Riina sono palesemente esorbitanti ed è sempre la questione dell’alleggerimento del 41 bis il chiodo fisso per i boss “l'unico segnale che si può dare” all’interno di questo patto tra Stato e mafia. Nella requisitoria c’è spazio anche per l’omicidio del sovraintendente Pasquale Campanello in servizio al carcere di Poggio Reale nella sezione 41bis “un omicidio simbolico”, così come quello dell’agente penitenziario Michele Gaglione nel carcere di Secondigliano. L’omicidio Campanello aveva di fatto ammorbidito l'atteggiamento di agenti e ministri nei confronti della Camorra. Dopo la morte di Campanello, l’allora capo del Dap Nicolò Amato si era recato a Poggioreale e aveva scritto una sorta di rapporto a Martelli. La linea di Amato sarebbe stata quella del pugno duro, con il taglio dei colloqui, delle telefonate, dei pacchi e dell'ora d'aria per i detenuti in regime di 41-bis. Dal canto suo il 9 febbraio del ’93 l’ex ministro della giustizia aveva emesso immediatamente un decreto, ma tre giorni dopo si era dimesso ed era stato sostituito da Giovanni Conso. Il 20 febbraio, il questore di Napoli Umberto Improta, aveva inviato un fax al ministero di Grazia e giustizia, dove proponeva di ammorbidire le misure carcerarie contro i boss. La richiesta era stata immediatamente accolta da Conso, ad esclusione dei reparti Torino e Venezia di Poggioreale, e per il T1 e il T2 di Secondigliano. “Un primo segno di cedimento”, sottolinea Teresi che, per rafforzare le sue tesi riprende le relazioni della Dia a firma di De Gennaro nelle quali di fatto veniva paventato il rischio di una “tacita trattativa” a suon di bombe sull’altare del 41bis.

Antimafiaduemila - 11 dicembre 2014

 

ANNO 1992

L'anno 1992 non è stato un anno qualsiasi.

30 Gennaio -  la La Prima Sezione della Corte Suprema di Cassazione pronuncia la sentenza definitiva che chiude il Maxiprocesso di Palermo con 360 condannati su 474 imputati. Le condanne ammontano a 2665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multe e 114 assoluzioni; vengono comminati anche 19 ergastoli ai principali killer e boss mafiosi tra cui Michele GrecoGiuseppe MarcheseSalvatore RiinaGiuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano.

29 Gennaio - Il Giorno prima, il 29 gennaio la relazione della commissione parlamentare stragi su Gladio definisce l'organizzazione clandestina una struttura illegittima, coinvolta nella strategia della tensione; la relazione verrà approvata il 15 aprile da PDS, Verdi, PSI e PRI.

17 Febbraio - A Milano, il socialista Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, viene arrestato dopo aver ricevuto una tangente di 7 milioni di lire. È il primo atto dell'inchiesta Mani pulite che segna l'inizio di Tangentopoli.

12 MArzo - A Palermo viene ucciso da Cosa Nostra Salvo Lima, deputato della Democrazia Cristiana al Parlamento europeo, ex sindaco di Palermo e capo della locale corrente andreottiana.

5 Aprile - Si svolgono le Elezioni politiche in Italia.

25 aprile - Quirinale: attraverso un videomessaggio, il presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga annuncia che formalizzerà le proprie dimissioni anticipate il 28 aprile.

23 Maggio - Strage di Capaci. Alle ore 17.58, sull'autostrada Palermo - Punta Raisi esplode una carica di tritolo che uccide il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Antonio MontinaroRocco DicilloVito Schifani.

25 Maggio - Due giorni dopo, il 25 maggio, Oscar Luigi Scalfaro viene eletto presidente della Repubblica Italiana.

19 Luglio - Strage di via D'Amelio. Palermo. Alle ore 16.58, il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Emanuela LoiWalter Eddie CosinaClaudio TrainaAgostino Catalano e Vincenzo Li Muli, rimangono uccisi dall'esplosione di un'autobomba in Via D'Amelio.

8 Giugno. Il Consiglio dei Ministri approva il Decreto Legge n. 306 "Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa" che prevede il carcere duro per i mafiosi e maggiori benefici ai pentiti (Claudio Martelli è Ministro della Giustizia, Vincenzo Scotti Ministro dell'Interno).

Il Decreto venne convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356. Mentre si discuteva la proroga della Legge, Leoluca Bagarella, in teleconferenza durante un processo a Trapani, legge un comunicato contro il 41-bis, in cui accusa i politici di non aver mantenuto le promesse. Viene resa pubblica una lettera firmata da 31 boss mafiosi, con alcuni avvertimenti ai loro avvocati che, diventati parlamentari, li hanno dimenticati.

Il Decreto prevedeva anche l'aumento di 2.000 unità nell'organico del Corpo di Polizia Penitenziaria nel ruolo degli Agenti-Assistenti. Vennero soprattutto introdotti due articoli, il 19 e il 20 che qui riportiamo integralmente:

Art. 19. Sospensione delle normali regole di trattamento penitenziario

All'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente: " 2. Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, anche a richiesta del Ministro dell'interno, il Ministro di grazia e giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti di cui al comma 1 dell'articolo 4-bis, l'applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza.".

Art. 20. Collegamento tra i centri elaborazione dati dell'Amministrazione penitenziaria e del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Con decreto del Ministro di grazia e giustizia di concerto con quello dell'interno sono stabilite modalità e criteri per il collegamento tra il centro elaborazione dati del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e quello del Dipartimento della pubblica sicurezza, al fine di rendere immediatamente disponibili i dati, per il personale autorizzato all'accesso, secondo le modalità e per i fini stabiliti dai rispettivi ordinamenti.

7 Agosto - Viene ucciso l'Agente Michele Gaglione, in servizio presso il carcere di Napoli Secondigliano. L'omicidio è stato ricondotto alla strategia mafiosa di costringere lo Stato ad ammorbidire il trattamento verso i detenuti sottoposti al regime art. 41-bis.

13 Ottobre - Viene ucciso il Sovrintendente Pasquale Di Lorenzo, Comandante reggente del carcere di Agrigento. La mafia aveva progettato di uccidere un poliziotto penitenziario per ogni carcere della Sicilia per alleggerire il 41-bis.