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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 25/08/2016  -  stampato il 03/12/2016


Anni di piombo: no al diritto all’oblio per l’ex terrorista

Spesso, su queste colonne, mi sono occupato degli “anni di piombo”, che hanno flagellato il nostro Paese negli anni Settanta e Ottanta. Ancora oggi, c’è chi volutamente confonde le acque. Se si leggono le ricostruzioni che storici e giornalisti fanno degli anni di piombo, sembra che i brigatisti rossi e i loro stretti parenti siano sempre stati considerati dei folli, isolati da tutto il resto del Paese.

Sembra che il progetto di una società comunista, da realizzare attraverso una rivoluzione, sia stata una pazza idea nelle menti di pochi. Ma non andò così. Ce l’ha raccontato, e bene, Michele Brambilla nel suo libro L’eskimo in redazione. Per una decina d’anni, diciamo dal 1968 in poi, l’estremismo di sinistra poté godere della benevolenza, del consenso, e a volte della complicità della maggior parte dei giornali e del mondo della cultura ufficiale.

Ci volle il cadavere di Moro fatto trovare a metà strada fra le sedi della Dc e del Pci per interrompere una mistificazione che i mass media conducevano dal tempo della scoperta dei primi covi delle Brigate Rosse. Per dieci anni gli italiani furono ingannati dai nove decimi della stampa nazionale, che chiamò «sedicenti» le Brigate Rosse e nascose e negò qualsiasi episodio di violenza e di estrema sinistra.

Perché accadde tutto questo? Molti giornalisti agirono per fede politica. Ma molti altri, più semplicemente, si accodarono seguendo il vento, che in quel momento sembrava portare a un immancabile trionfo del marxismo. Così, legioni di cronisti «borghesi» si misero l’eskimo, confermando una vecchia battuta di Leo Longanesi, e cioè che lo stemma al centro della bandiera italiana dovrebbe essere la scritta: «Ho famiglia».

Ma la storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. L'interessato che, tra detenzione e misure alternative ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di "completamento automatico" digitando il nominativo nella stringa di ricerca (ad es., inserendo nome e cognome dell'interessato compare la parola terrorista).

Di fronte al mancato accoglimento delle sue richieste da parte di Google, l'interessato ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti così risalenti nel tempo e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita, cagiona gravi danni dal punto di vista personale e professionale. Nel dichiarare infondato il ricorso, l'Autorità ha rilevato che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso.

Secondo il Garante, poi, le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un url di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento.

E’ una decisione importante e assolutamente condivisibile, questa del Garante della Privacy. Come ha avuto modo di evidenziare l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, occorre che i ricordi sociali vengano mantenuti non solo con commemorazioni e lapidi, che pure sono molto importanti per la memoria, ma anche che siano rielaborati collettivamente per ricordare, acquisire verità e quindi spiegare alle nuove generazioni al fine di accrescere in loro lo sviluppo di una coscienza critica verso il fenomeno del terrorismo e di ogni forma di intolleranza e di violenza.

Sarebbero così sconfessate definitivamente le dichiarazioni di terroristi che, in occasione di numerosi interviste e partecipazioni a talk show televisivi, sebbene carnefici, tendono ad accreditarsi quali unici depositari di “verità di comodo” e di inaccettabili giustificazioni di tanta violenza in quegli anni cupi. Vanno infatti ricordate le parole del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano pronunciate il 9 maggio 2008, giornata della memoria dedicata a tutte le vittime del terrorismo italiane: “Vittime e familiari colpiti due volte, prima a seguito dell'invalidità riportata o della perdita traumatica e inaccettabile di un loro congiunto, poi dall'esposizione mediatica di alcuni dei terroristi tornati in libertà. Lo stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si e' mostrato in tutti i casi generoso. ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, tentare ancora subdole giustificazioni. Chi ha regolato i conti con la giustizia, deve agire con discrezione e misura”.

Le responsabilità morali non cessano per il fatto stesso di avere espiato la pena, anche in caso di eventuale riabilitazione. E’ questo il principio alla base del pronunciamento del Garante della Privacy! Eppure, va rilevato con amarezza che, da parte di alcuni enti pubblici, viene riservata paradossalmente ai terroristi, ai quali sono spesso attribuiti incarichi professionali prestigiosi anche istituzionali, attenzione e considerazione maggiore di quella rivolta alle vittime. Il riconoscimento dei diritti della vittime e dei loro familiari rischiano di essere ignorati, da un burocrazia quasi immobile e miope, alla ricerca perenne delle interpretazioni più restrittive, vanificando così una riforma di alto contenuto sociale.

Eppure, si è persino arrivati al punto di invitare, alla Scuola della magistratura (!), gli ex brigatisti rossi Adriana Faranda e Franco Bonisoli ad un incontro nell'ambito di un corso di formazione per i giudici. Ma ci rendiamo conto??? Basta. Non ne possiamo più.

Questo è un Paese senza memoria, che confonde vittime ed assassini. E non è accettabile. Faccio mie le parole del Presidente emerito Napolitano nel richiamato intervento: “Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali. Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l'ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli "anni di piombo", ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un'umanità dolorante”.

Perché si potrà, forse, essere anche ex terroristi, ma mai ex assassini! 

 

L'ex terrorista non ha diritto all''oblio su internet. Il Garante della Privacy: la Storia non si cancella