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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/10/2016  -  stampato il 04/12/2016


Il recente interesse della Comunità Europea e gli interventi del Consiglio d’Europa

Fino al 2009, la materia processuale penale, compresa la protezione dei diritti dell’imputato e del condannato, non rientrava tra le specifiche competenze dell’Unione e quindi non poteva essere presa in considerazione, se non indirettamente o incidentalmente.

Il Trattato di Lisbona ha messo in primo piano come la promozione e la tutela dei diritti dei minori sia un obiettivo dell’Unione peraltro sancito anche nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (2010) che all’art. 24 riconosce i minori in quanto titolari di diritti indipendenti e autonomi e prevede che negli atti compiuti da autorità pubbliche e istituzioni private l’interesse superiore del minore debba prevalere. In questo nuovo clima legislativo la Commissione Europea ha presentato il 15.2.2011 un programma UE per i diritti dei minori che esprime la volontà e l’impegno dell’Unione Europea nella realizzazione di tali diritti in tutte le sue politiche e quindi non solo nell’ambito penale ma anche civile e amministrativo.

La Commissione evidenzia come i ragazzi condannati a scontare pene detentive in strutture carcerarie siano particolarmente esposti al rischio di violenze e maltrattamenti e perciò come tale intervento debba costituire l’ultima risorsa e avere la durata più breve possibile.

Molti sono stati gli interventi del Consiglio d’Europa in materia, come dimostra il preambolo dell’ultimo documento che in maniera puntuale richiama tutti i documenti che l’hanno preceduto. In questa sede è necessario ricordare che le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa non rivestono carattere vincolante.

E’ doveroso però riconoscere la valenza di stimolo e di monito rivolto ai singoli legislatori affinché assumano adeguate iniziative volte ad attuare, nelle forme ritenute più opportune, i principi enunciati. Il primo documento di notevole importanza è la Raccomandazione 20 dedicata alle “Reazioni sociali alla delinquenza minorile”.

Il 3° capoverso del preambolo esprime la convinzione che: “il sistema penale dei minori debba continuare a caratterizzarsi per il suo obiettivo di educazione e di inserimento sociale e che in conseguenza, deve, nei limiti del possibile, sopprimere la carcerazione dei minori”. Le linee che emergono dal testo sono molto simili a quelle che hanno caratterizzato pochi anni prima le Regole c.d. di Pechino: ridurre il ricorso al sistema penale e se ciò non è possibile offrire una strategia sanzionatoria alternativa alla pena detentiva.

Espressione di tale spirito è senza dubbio l’art. 2 che incoraggia “lo sviluppo di procedure di diversion e di mediazione da parte dell’organo che esercita l’azione penale, al fine di evitare ai minori la presa in carico da parte del sistema della giustizia penale e le conseguenze che ne derivano”.

Al punto 15 della Raccomandazione si fa menzione a mezzi alternativi, rientranti in una strategia sanzionatoria volta ad utilizzare la detenzione come ultima ratio esortando gli stati membri a guardare con interesse a quelle misure che comportano una sorveglianza e un affidamento in prova, che migliorano le attitudine sociali per mezzo di un’azione educativa intensiva (trattamento intensivo intermedio). Si suggerisce, inoltre, l’utilizzo delle misure che comportano la riparazione del danno causato o che prevedono un lavoro nell’interesse della comunità, adatto all’età del giovane ed alle finalità educative dell’intervento.

Ma è sicuramente l’art. 16 che interessa ai fini della nostra indagine in quanto prospetta l’opportunità di disegnare un autonomo sistema delle pene minorili, che si caratterizzi non solo per le modalità di esecuzione e di applicazione più favorevoli rispetto a quelle previste per gli adulti, ma soprattutto per flessibilità ed elasticità. Il documento esprime in maniera convincente la necessità che lo stato detentivo non rechi pregiudizio alla dignità umana e offra occupazioni costruttive che permettano la preparazione al reinserimento in società.

A tal scopo interviene con delle regole che dovrebbero guidare gli Stati membri nella propria legislazione, politica e prassi penitenziaria. Tali regole sono valide per il trattamento di qualsiasi soggetto detenuto, quindi, a differenza delle precedenti raccomandazioni questa non si occupa in maniera specifica della detenzione minorile.

Il Consiglio però non manca, neppure in questa occasione, di ricordare la specificità della condizione minorile e soprattutto la necessità che i minori siano separati dagli adulti attraverso la predisposizione di istituti appositi (evidentemente senza la presenza di giovani adulti con età fino a 25 anni).

Ai minori deve essere offerta, secondo la regola 35, la possibilità di accedere ai servizi sociali, psicologici e educativi, ad un insegnamento religioso e a programmi ricreativi equivalenti a quelli offerti ai coetanei in libertà. Questo testo torna quindi ad affermare l’importanza di un intervento mirato sulla popolazione detenuta di minore età ma, come già detto, è indirizzata al mondo detentivo nel suo complesso, quindi, per i principi enunciati e per il carattere generale ha un’ importanza fondamentale. Le regole penitenziarie europee, pur non essendo vincolanti, rappresentano un contributo importante ed autorevole nella promozione dei valori sociali e democratici che l’Organizzazione persegue.

Primo fra tutti il rispetto dei diritti umani che dovranno essere rispettati anche nel corso della detenzione conseguente alla commissione di un reato.