www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 31/08/2016  -  stampato il 04/12/2016


Il trattamento rieducativo nell’Ordinamento Penitenziario

Il trattamento penitenziario, considerandolo nella sua più vasta accezione, comprende quel complesso di norme e di attività che regolano ed assistono la privazione della libertà per l’esecuzione di una sanzione penale; regole contenute in quel corpo principale dell’ordinamento penitenziario costituito dalla Legge del 26 Luglio, 1975, n.354 e dal Regolamento d’esecuzione del 30 Giugno 2000, n.230. I principi portanti del trattamento penitenziario, sono frutto di una vasta elaborazione dottrinale e scientifica tendente a unificare l’acquisizione della scienza criminologica, l’evoluzione del pensiero filosofico e le statuizioni della nostra Carta Costituzionale.

La normativa vigente, influenzata da tali elementi, li ha accolti e fatti propri in enunciazioni di carattere programmatico. L’art. 1 Ord. Pen. infatti, sancisce che:“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili ai fini giudiziari. I detenuti e gli internati sono chiamati con il loro nome. Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva. Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”.

Alla luce della norma citata è possibile non solo cogliere i caratteri del trattamento penitenziario (conforme ad umanità, rispettoso della dignità della persona, imparziale e uguale...), ma soprattutto le finalità del trattamento medesimo, quali ad esempio: evitare gli effetti desocializzanti e criminogeni insiti nella pena, favorendo l’accesso alle misure alternative alla detenzione, sanzioni sostitutive o miglioramenti della vita carceraria; ricostruire una scala di valori socialmente rilevanti che il detenuto ha perduto con la commissione del reato e risocializzare il condannato, riportando la sua condotta all’interno di canoni che regolano la civile convivenza.

Il trattamento penitenziario, così come è stato tracciato, non deve essere confuso con il trattamento rieducativo dei condannati o degli internati. Quest’ultimo costituisce una parte rispetto al tutto nel senso che, nel quadro generale e nei principi di gestione che regolano le modalità della privazione della libertà personale, si inserisce il dovere dello Stato di attuare l’esecuzione della pena o della misura di sicurezza in modo da “tendere alla rieducazione” del soggetto. Il trattamento penitenziario, infatti, stabilisce le regole da applicarsi a tutte le categorie di soggetti, che siano essi definitivi, internati, imputati o persone sottoposte alle indagini, mentre il trattamento rieducativo è destinato esclusivamente ai condannati definitivi e agli internati.

Sebbene le regole sancite dal trattamento penitenziario siano assoggettate anche all’imputato, la normativa penitenziaria in più parti precisa ed opera una distinzione tra la posizione di quest’ultimo rispetto a quella dei condannati. Ciò si desume non solo partendo dal già citato art. 1 comma 5 Ord. Pen. che lega il trattamento alla presunzione di non colpevolezza sancita anche dall’art. 27 della Costituzione, ma da altre norme quali l’art. 15 Ord Pen., che sancisce nel suo terzo comma che: gli imputati sono ammessi, a loro richiesta, a partecipare ad attività educative, culturali e ricreative e, salvo giustificati motivi o contrarie disposizioni dell’autorità giudiziaria, a svolgere attività lavorativa o di formazione professionale, possibilmente di loro scelta e, comunque, in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica. Evidenzia ancora l’art. 1 Reg. Esec. che, il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali. Escludendo le norme di cui l’imputato non può essere destinatario, quali le norme sul trattamento rieducativo, queste costituiscono le disposizioni che regolano, in via specifica, il rapporto tra l’amministrazione penitenziaria e coloro che sono stati rinchiusi a titolo di custodia cautelare.

Più corposa e dettagliata appare invece la regolamentazione che si occupa del trattamento dei condannati e degli internati, in merito sia agli interventi di osservazione, sia in relazione alle attività di trattamento rieducativo. Iniziando l’esame dall’art. 1, comma 2, Reg. Esec., si evince che il trattamento dei condannati e degli internati è diretto a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale. Più dettagliatamente invece, l’art.15 Ord. Pen. che si occupa degli elementi del trattamento, nel primo comma stabilisce che il trattamento del condannato e dell’internato è svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia; ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi d’impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro.

Eppure, la caratteristica degna di nota del trattamento penitenziario è costituita dalla formazione di un trattamento che sia il più conforme possibile alla personalità del condannato, come fedelmente sancisce l’ultimo comma del già citato art. 1 Ord. Pen. Data la peculiarità di tale obiettivo, nel Capo III della L. 354/75, rubricato “modalità del trattamento”, viene dedicato interamente un articolo sull’individualizzazione del trattamento. E’ espressamente previsto nell’art. 13 Ord. Pen., che il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto. Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale. L’osservazione è compiuta all’inizio dell’esecuzione e proseguita nel corso di essa.

Da ciò discende che, per ciascun condannato e internato, in base ai risultati dell’osservazione, sono formulate indicazioni di merito al trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma, che è integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’esecuzione. Le indicazioni generali e particolari del trattamento sono inserite, unitamente ai dati giudiziari, biografici e sanitari, nella cartella personale, nella quale sono successivamente annotati gli sviluppi del trattamento pratico e i suoi risultati. Deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e di trattamento.

Occorre precisare che la normativa vigente non prevede la possibilità di effettuare l’osservazione della personalità del condannato in appositi centri specializzati, prevedendo all’art. 28 Reg. Esec. che l’osservazione scientifica della personalità è espletata, di regola, presso gli stessi istituti dove si eseguono le pene e le misure di sicurezza; quando si ravvisa la necessità di procedere a particolari approfondimenti, i soggetti da osservare sono assegnati, su motivata proposta della direzione, ai centri di osservazione. Tali centri nascono, come istituti autonomi o anche come sezioni distaccate di altri istituti, con il compito di svolgere quelle attività di osservazione indicate nell’art. 13 summenzionato. L’attività di osservazione è svolta dagli educatori, dal personale incaricato giornaliero e dagli assistenti sociali. Il gruppo per l’osservazione scientifica della personalità, coordinando la propria azione con quella di tutto il personale addetto alle attività di rieducazione perviene, sotto la guida del direttore, alla compilazione del programma di trattamento ed alle sue eventuali variazioni.

L’opera svolta dal gruppo di osservazione e trattamento, sebbene strumento non istituzionalizzato dalla legge ma previsto dal regolamento, assume particolare rilevanza, costituendo un organo di verifica delle condizioni del detenuto e di un suo costante aggiornamento. Inoltre, per agevolare l’individualizzazione del trattamento, l’art.14 Ord. Pen. sancisce che il numero dei detenuti e degli internati negli istituti e nelle sezioni deve essere limitato, che l’assegnazione dei condannati e degli internati ai singoli istituti e il raggruppamento nelle sezioni di ciascun istituto sono disposti con particolare riguardo alla possibilità di procedere ad un trattamento rieducativo comune e all’esigenza di evitare influenze nocive reciproche.

La norma prosegue, assicurando la separazione degli imputati dai condannati e internati, dei giovani al disotto di venticinque anni dagli adulti, dei condannati dagli internati e dei condannati all’arresto dai condannati alla reclusione. Sebbene le disposizioni ora citate, costituiscano norme dal carattere imperativo, non trovano tutt’oggi concreta applicazione nell’organizzazione penitenziaria, poiché i ristretti continuano ad essere assegnati in maniera del tutto casuale e senza alcun criterio logico di assegnazione.L’organizzazione del trattamento penitenziario in ciascun istituto è rimessa alle direttive dell’amministrazione penitenziaria, mentre le modalità concrete vengono stabilite dal regolamento interno di cui ogni istituto si dota. Il regolamento interno può essere considerato come vera fonte normativa poiché è al suo interno che vengono recepiti e attuati i principi generali sanciti dalla legge e dal regolamento d’esecuzione.

Dall’esame della normativa in materia, possiamo concludere evidenziando come il trattamento rieducativo rappresenta un vero obbligo giuridico di fare per l’amministrazione penitenziaria affinché predisponga interventi trattamentali verso tutti i detenuti, secondo i canoni dell’assoluta imparzialità e senza discriminazione alcuna per razza, nazionalità, credenze religiose o opinioni politiche. A tale obbligo giuridico dello Stato fa fronte un diritto, e non un obbligo, per il detenuto di giovarsi dei vantaggi rieducativi, come tale rinunciabili e non sanzionabili attraverso interventi di rieducazione coatta.

L’ordinamento penitenziario riconosce al detenuto il diritto di scegliere liberamente e consapevolmente di assoggettarsi o meno al trattamento rieducativo.