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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/09/2016  -  stampato il 05/12/2016


Chi parla di carceri autogestite da detenuti per abbassare la recidiva In malafede e mente all''opinione pubblica

Anche Radio Vaticana “scende in campo” per venire a parlarci dell’APAC, il rivoluzionario regime detentivo che garantisce una recidiva del 20% dei detenuti e non potrebbe essere altrimenti.

L’acronimo APAC infatti ha una duplice origine: Associazione di protezione e assistenza ai condannati, ma anche Amando il Prigioniero, Amerai Cristo. Il sistema è stato ideato nel 1972 in Brasile da Mario Ottoboni, avvocato di chiare origini italiane, e un gruppo di volontari cristiani che si recavano nel carcere di Humanità, con l’intento di evangelizzare e dare sostegno morale ai detenuti.

Il metodo consiste nella valorizzazione umana, “offrendo al condannato le condizioni per pagare il suo debito con la giustizia e insieme recuperare se stesso”. Il metodo possiede 12 elementi fondamentali: 1) partecipazione della comunità; 2) aiuto reciproco tra coloro che vogliono recuperarsi; 3) lavoro; 4) la religione e l’importanza di fare esperienza di Dio; 5) assistenza giuridica; 6) assistenza sanitaria; 7) valorizzazione umana, base del metodo; 8) la famiglia; 9) il volontario e il corso per la sua formazione; 10) il Centro di Reintegrazione Sociale (CRS); 11) merito; 12) Giornata (cammino?) di Liberazione con Cristo.

E’ evidente lo stretto connubio tra adesione alla religione Cattolica e il sistema detentivo, perciò ogni tentativo di suddividere i due aspetti, il recupero del detenuto e la sua profonda e convinta adesione alla fede della Chiesa Cattolica, avrebbe poco senso.

Eppure sono in molti che prospettano anche in Italia l’introduzione di un regime detentivo APAC. Forse perché non ne conoscono le origini o più semplicemente perché vogliono propagandare un metodo fortemente pro-detenuti, omettendo all’opinione pubblica questo stretto rapporto con la religione, con il solo evidente intento di “ingraziarsi” una larga fetta di bacino elettorale di detenuti e loro famiglie (e con il termine "famiglie" intendo anche quelle mafiose).

Ma il sistema APAC nasconde un altro, meno evidente, punto critico: la sua effettiva applicabilità.

In Brasile dove il sistema è “ampiamente” utilizzato in circa 150 penitenziari, coinvolge al massimo tremila detenuti. Peccato però che la popolazione detenuta brasiliana sia di circa seicentomila detenuti (dati dicembre 2015). Quindi anche in Brasile, questo rivoluzionario metodo (propagandato in Italia come quello che dovrebbe risolvere tutti i problemi delle carceri), viene applicato allo 0,5% della popolazione detenuta.

Ricapitoliamo: 3.000 su 600.000.

Nonostante questo, anche il Brasile, la recidiva dei detenuti che accedono al sistema APAC è del 20% …

Scommettiamo che anche il Italia, noi poliziotti penitenziari, riusciamo a trovare 270 detenuti (lo 0,5% di 54.000) che alla fine della pena avranno una recidiva del 20% anche se sottoposti al nostro normale regime detentivo?

Chi parla oggi di APAC cercandolo di “venderlo” come una panacea per tutti i mali del sistema penitenziario italiano, o è legittimamente autorizzato per ovvie ragioni “istituzionali” come Radio Vaticana, oppure è semplicemente una persona disonesta che sta ingannando l’opinione pubblica.

Anche perché un carcere “autogestito” dai detenuti, da normali detenuti, senza il controllo diretto da un’autorità di Polizia dello Stato (come quello APAC), degenera in aberrazioni come queste:

Carceri brasiliane: la bufala dell'APAC, la sorveglianza dinamica in chiave brasiliana

 

Bolivia, carcere di San Pedro: un esempio di "vigilanza dinamica" finita male

 

Sorveglianza dinamica Venezuelana: 16 morti in un giorno tra detenuti dopo scontri in carcere

 

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