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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/09/2016  -  stampato il 23/06/2017


C’era una volta il “giovane adulto”

Quando, giovane agente misi piede in un carcere della Repubblica italiana, la mia fantasia fu subito colpita dalla parola “giovane adulto”, mai sentita prima di quel giorno.

In quell’Istituto ce n’erano una ottantina ed erano allocati tutti al primo piano; erano giovani detenuti dai 18 ai 25 anni.

Il tanto criticato sistema penitenziario del passato, rispondeva all’esigenza di evitare che i “giovani adulti”, specie gli ex minorenni dopo aver compiuto la maggiore età, venissero in contatto con detenuti più grandi di età, più esperti nelle arti criminali, talvolta prevaricatori se non anche violentatori di giovani detenuti, che quindi li potevano contaminare negativamente in qualche modo.

Il sistema comunque funzionava ed è andato avanti per lungo tempo. Oggi, un detenuto su sei nelle carceri minorili è maggiorenne. E in alcuni casi, come quello di Torino, dove sono 20 su 37, Treviso (8 su 14), e Bari (10 su 20), i maggiorenni sono addirittura la maggioranza. Gli I.P.M. si sono trasformati di colpo in  vere e proprie "università del crimine".

E’ stato grazie al decreto 92 del giugno 2014  che si consente, da due anni, la presenza di detenuti ultra 21enni negli Istituti Minorili. Tutto ciò è inconcepibile ed è stato un grave errore politico, come quello di chiudere gli OPG riversando i pazzi nelle case circondariali (tanto…..in prima linea mica ci sta il dottore Marino…..) far coesistere i minorenni con i “giovani adulti” di un tempo.

Una decisione politica  incomprensibile, come tante nel settore penitenziario, che passa direttamente sulla testa della Polizia Penitenziaria senza che il nostro malcontento induca i nostri politici ad una sorta di ripensamento ed un ritorno al passato.

L'articolo 5 di questo famigerato decreto, ha previsto che possa restare negli Ipm anche chi, avendo commesso un reato da minorenne, non abbia compiuto il venticinquesimo anno di età. Sino ad allora la soglia di permanenza era fissata a quota ventuno anni: dopo di che il detenuto veniva trasferito in un carcere per adulti. I soliti scienziati garantisti sostengono che  non si tratti di una cattiva legge in quanto si vorrebbe tutelare  una personalità in evoluzione come quella del minore, che  dobbiamo cercare di integrare nella nostra società. Sempre gli scienziati lo definiscono come  un modo per offrire maggiore protezione a chi ha commesso un errore da piccolo, e più chance di reinserimento dopo il periodo di reclusione in una realtà più "morbida" come quella del carcere minorile". Realtà morbida? Forse queste persone non hanno mai fatto servizio in un carcere minorile, dove i detenuti sono chiamati “ragazzi” e dove l’arroganza, la tracotanza, ma anche la violenza, talvolta sessuale sugli stessi detenuti più giovani d’età, e dove lo scagliarsi contro gli operatori è la normalità quotidiana.
Il fine è certamente nobile, ma probabilmente sotto sotto c’era anche l’esigenza di non immettere detenuti nel circuito adulti in quanto già sovraffollato e quindi anche un mezzo per deflazionare le presenze negli Istituti di Pena per Adulti……..Ma tale norma ha generato un cortocircuito in quanto oggi nei sedici istituti penitenziari minorili italiani, i maggiorenni sono in alcuni casi la maggioranza. Se letto nella sua dimensione globale, il fenomeno non è affatto irrilevante: sono 80 su 502 i maggiorenni reclusi allo stato attuale nelle carceri per minori: in pratica un detenuto su sei. E se si guarda ai dati sugli ingressi negli Ipm del 2015, non si ricavano segnali meno allarmanti: su un totale di 1068 accessi, quelli dei giovani adulti compresi tra i 18 e i 25 anni hanno superato l'asticella dei 400 accessi.

La popolazione carceraria degli Ipm è composta, in prevalenza, da stranieri, rom e giovani meridionali provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del Sud.

I detenuti dai 18 ai 25 anni, i giovani adulti di una volta, non possono essere lasciati negli Istituti per Minori, in quanto questi inevitabilmente esercitano un ascendente sui minorenni che possono essere manovrati, abusati e plagiati a piacimento da detenuti adulti (anche se hanno commesso reati quando erano minorenni) che dovrebbero stare in una Casa Circondariale e soggetti a regole diverse di quelle un po’ più a misura di ragazzino degli I.P.M.