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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/10/2016  -  stampato il 07/12/2016


Le motivazioni dell’uso di droga da parte dei giovanissimi

Riprendendo la tematica della tossicodipendenza minorile, già affrontata in questa Rivista (vedasi Polizia Penitenziaria n. 228 del maggio 2015 pag. 10) è parso utile stimare concretamente la fenomelogia delle motivazioni per le quali i giovanissimi entrano nel circolo delle sostanze stupefacenti. 

A tal proposito si è proceduto a somministrare un questionario a risposta aperta a 158 persone, fra i quattordici e i ventuno anni, residenti a Roma, fruitori di droghe pesanti e leggere . L’estrazione sociale del campione intervistato è generalmente media, con alcune situazioni caratterizzate da un benessere più elevato. 

Le sostanze maggiormente utilizzate risultano essere cocaina, hashish e marijuana; in minor misura appare l’utilizzo di eroina. Il processo di assunzione segue tendenzialmente il filo droga leggera che sfocia nell’assunzione di sostanze maggiormente dannose; l’età di inizio si aggira tra i 14 e i 15 anni. Una prima caratteristica da evidenziare è la normalizzazione che viene associata al consumo di erba nelle sue svariate forme (“sconsiglio le droghe pesanti, ma l’erba invece gli direi di provarla”; “ad un ragazzo direi che provare erba non è così sbagliato”). Esso risulta essere una modalità di divertimento e svago con gli amici e si potrebbe quindi supporre che l’uso è prevalentemente ricreativo-relazionale, venendo meno l’aspetto simbolico di trasgressione. La maggior parte degli intervistati ritiene di non essere dipendente dalla cannabis, nonostante un utilizzo smodato, talvolta giornaliero. ( “le canne non le consideriamo perché non è droga e non c’è dipendenza; “non credo di essere mai stato dipendente essendo una droga molto leggera”).

In merito alle sensazioni esperite e la dimensione simbolica relative al consumo di sostanze leggere, vi è una prevalenza di rilassatezza, tranquillità, pace , divertimento con gli amici e quindi, più in generale, il consumo appare una modalità di evasione dalle problematiche quotidiane, una valvola di sfogo(“fumare mi faceva sentire meglio, non mi faceva pensare, umare ti leva i pensieri negativi”). 

Invece, le sensazioni e le valenze simboliche riportate, nell’assunzione di droghe  pesanti, attengono alla libertà-energia (“voglia di spaccare tutto”), impercettibilità della stanchezza ma anche sfinitezza (“l'eroina ti dà la carica fisica ma poi appena finisce l’effetto, crolli”), evitare la noia e sentirsi più grandi (“lo stavano facendo tutti, specie quelli più grandi”; “la prima volta è stato con uno più grande di me”), onnipotenza e dominio rispetto al gruppo di pari (“percezione di benessere, onnipotenza... mi facevano sentire come una leader perché spesso compravo io la roba... mi sentivo forte e considerata”; “mi sentivo più leader, soprattutto nel vedere che gli altri dipendevano da me nel cercarla e trovarla”). Anche nel caso delle droghe pesanti, la maggior parte degli intervistati non si percepisce come dipendente dalla sostanza (“Ho il vizio ma non l’esigenza”;” facevo uso di  cocaina in modo costante... mi sono pure reso conto che stavo a fa n’abuso, ma tossicodipendente non me ce so' mai considerato; “Non ho fatto e non sto facendo alcun percorso... ho diminuito, riesco a gestirmi”). Nell’assunzione di sostanze pesanti ciò che sembra emergere e ricorrere, sia in modo esplicitamente che implicitamente dichiarato, è una condizione di fragilità personale e insicurezza (“ sentirmi al centro dell’attenzione, anche con le compagne di scuola”) alla quale il soggetto non riesce a rispondere se non attraverso un ausilio esterno (l’assunzione della sostanza, appunto), una sorta di gabbia che funga al contempo da riparo e da azione: ciò si evidenzia nella volontà di imporsi, dominare, mettersi in luce attraverso la ricerca della sostanza, mentre il consumo diviene poi un rituale da condividere con un circolo di amici; sono delle modalità utili a vincere (o ad illudersi di vincere) il timore della solitudine umana, del non essere accettati e accettabili e, in definitiva, il dramma del risultare invisibili, di non esistere. 

Analizzando le risposte fornite in merito all’influenza del contesto sociale (scuola, famiglia, gruppo di pari) sull’assunzione emergono due dati evidenti: il gruppo dei pari facilita l’inizio dell’assunzione, specie per ciò che riguarda l’erba, divenendo spesso un corollario necessario al  consumo (“l’uso della cannabis era un modo per farmi due risate con gli amici... fumavo solo in compagnia di amici”; “lo facevano tutti nella comitiva”), anche se ciò non esclude e anzi si integra con la modalità di consumo solitario ; mentre i problemi e, più in generale, lo stile educativo del contesto familiare talora vengono citati come facilitatori dell’assunzione nei casi in cui i soggetti ammettono i disagi vissuti nel nucleo familiare con riferimento soprattutto all’assenza delle figure genitoriali e ad una scarsa attenzione/affetto da parte delle stesse. Di maggiore impatto sembra essere la presenza di persone che nel contesto ambientale (parenti o amici stretti) hanno avuto pregresse esperienze di abuso, se non di vera e propria tossicodipendenza (“in famiglia mio zio è morto di eroina”; “mio zio si faceva”; una mia conoscente è morta di eroina a 17 anni). Il fattore che sembra essere ancora più decisivo è quello scolasticoamicale (“a scuola c’è tanta gente e ti fai coinvolgere dalla popolarità per stare in mezzo a loro; hanno inciso l’ambiente sociale e il mio quartiere; “l’amico stava acchittando una botta e me ne offriva un’altra e li accettavo, pe faje compagnia”). 

Interessante notare come talora si associ al consumo solitario il sintomo di effettiva dipendenza, la quale invece non era stata rilevata durante il consumo condiviso, mettendo così in rilievo come il carattere ricreativo di gruppo anestetizzi e distorca consapevolezze e percezioni sul proprio stato psico-fisico ( in altre parole il consumo in gruppo normalizza il comportamento). 

Quasi nessuno ammette di essersi sentito costretto dal gruppo di amici a provare la sostanza, anche se in certi casi le risposte appaiono contraddittorie. Alla richiesta di esporre eventuali rimedi preventivi ed educativi come barriera al consumo di droghe, è emersa una concordanza generale sulla necessità di essere informati a scuola e di maggiore comunicazione in famiglia sulla questione droghe, i relativi effetti nonché la possibilità di partecipare a gite in comunità per avere un contatto diretto con il tossicodipendente. 

Anche il tema della liberalizzazione delle droghe leggere mette quasi tutti d’accordo, pur adducendo motivazioni discutibili (“la canna non fa male, nessuno c’è mai morto... e poi chi è lo Stato pe levatte la scelta...”; ”Si così lo Stato non ci mangia più sopra”; “Si perché ridurrebbe l’uso della droga”; ”Sono favorevole perché secondo me non cambia molto visto che ormai fumano la maggior parte dei ragazzi dai 15 anni in su”); fa eccezione un’intervistata, che memore della propria esperienza di tossicodipendenza, si definisce contraria. Infine, l’aspetto economico legato all’acquisto delle sostanze ha un percorso comune: il rifornimento avviene tramite gli amici (sostanze leggere) ed i soldi utilizzati sono quelli della paghetta dei genitori; la situazione si aggrava nel caso della ricerca di sostanze pesanti: infatti, in diversi casi il soggetto si è spinto al furto in casa, alla rivendita di oggetti di valore, al prelievo tramite bancomat dei genitori, alla prostituzione, al micro-spaccio, al debito con gli amici pur di ottenere la somma necessaria al pagamento dello stupefacente. Il traffico delle sostanze sembra avvenire solo tra amici o conoscenti e solo in pochi casi viene fatto riferimento alla “piazza dello spaccio” (nello specifico, San Basilio) In conclusione, tenuto conto della riduttività del campione considerato, sembrano esserci punti di contatto con ricerche svolte in questi ultimi anni sulla figura del consumatore di sostanze psicoattive. 

Nell’immaginario collettivo, la figura del tossicodipendente emarginato e solitario perde il carico simbolico (di trasgressione, ribellione) a vantaggio di un consumatore, che pur abusando della sostanza, appare integrato nel contesto sociale e spesso capace di non destare troppi sospetti su tale problematica vivendo il consumo come parte di un momento di svago, di una festa, di una gita, di  una passeggiata al parco; lo stesso consumatore non si percepisce generalmente come dipendente dalle sostanze, leggere o pesanti che siano. Soprattutto in età minorile, il gruppo dei pari è fondamentale per l’iniziazione alla sostanza; sostanza che, nel lungo termine, rischia spesso di divenire un “affetto” sostitutivo, una panacea ad un malessere che è trasversale (dal tipico disagio adolescenziale che si manifesta sotto forma di ribellione, alla necessità di farsi accettare dal gruppo, fino al cosiddetto “malessere del benessere”, quando l’assunzione avviene per noia, per passatempo visto che le dinamiche consumistiche rendono, in particolar modo il minore, materialmente sazio)e riguarda un target trasversale, dal minore con problemi familiari all’ingegnere o avvocato che nel fine settimana consuma cocaina. 

Quali soluzioni?

Si potrebbe trarre spunto dalla risposta di un intervistato che ha abbandonato l’assunzione negli 8 mesi in cui è stato coinvolto in una relazione affettiva, affermando testualmente: “perché avevo un obiettivo. Ma se non hai stimoli non riesci a smettere”. Si può riflettere sul fatto che, specialmente i ragazzi in fase di sviluppo, debbano essere coinvolti in attività e progetti che favoriscano l’espressione e prima ancora, la scoperta delle proprie capacità al fine di essere stimolati ed attivati al raggiungimento di un obiettivo; in tal modo il protagonismo, la necessità di far sentire la propria voce possono essere incanalati in forme e contesti più sani rispetto a quello legati al consumo-abuso delle sostanze stupefacenti. 

La più recente pubblicazione di dati sulle droghe è quella dell’Osservatorio San Patrignano, datata giugno 2016; interessanti alcune analogie con le interviste proposte: “Fermiamoli prima”. uesto lo slogan scelto da San Patrignano per la sua prima volta nella piazze italiane a sostegno della campagna di prevenzione in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla droga. I fondi raccolti ai 110 banchetti presenti in tutta Italia sabato 25 e domenica 26 giugno serviranno proprio per sostenere il progetto di prevenzione rivolto ai giovani per fermarli prima che si avvicinino allo sballo e alle sostanze. 

Solo nel 2015 hanno fatto ingresso in Comunità, compresa la struttura di pre-accoglienza di Botticella (Novafeltria), 468 persone, di cui 77 ragazze e 391 ragazzi. Fra le ragazze l’età media è di 26 anni, mentre fra i ragazzi sale a 29. Sono 30 invece i minorenni. Fra le principali regioni di provenienza, la Toscana (66 ragazzi), l’Emilia Romagna (53), il Veneto (49) e poi Marche, Campania, Sardegna e Lombardia, tutte sopra i trenta ingressi. Fra tutti questi, ben 68 sono genitori, di cui 57 padri e 11 madri. Oltre il 7% (35 di cui 18 extracomunitari) dei nuovi entrati sono stranieri, provenienti da 19 Stati e 4 continenti diversi (unica assente l’Oceania). Impressionante il fatto che oltre il 27% di chi è entrato in Comunità lo scorso anno ha almeno un genitore con una dipendenza, principalmente da alcol o eroina. Per lo più sono i padri ad avere problemi di dipendenza, il 24% contro il 9%. Del totale delle persone entrate in comunità – rivelano i dati dell’Osservatorio San Patrignano sulle dipendenze - , soltanto 9 non hanno mai fatto uso di droghe, entrati a San Patrignano o per problemi con il gioco d’azzardo (7) o alcolismo (2). Dei 459 che hanno fatto uso di stupefacenti, la droga più utilizzata è la cocaina, usata da 395 persone, oltre l’86%. Segue a stretto giro con 84% l’hashish (385 persone). Il 58% circa dei neo entrati ha fatto uso di eroina (267) ed ecstasy (265). Da sottolineare quindi che il 42% dei neoentrati non ha mai fatto uso di eroina. Minore, ma comunque importante l’uso di droghe sintetiche, con le anfetamine assunte
dal 40% delle persone, gli allucinogeni (38%) e la ketamina (33%). Un altro dato che è interessante notare – si sottolinea nei dati - che il 58% dei neoentrati non ha mai fatto uso di droghe per via iniettiva, a evidenziare come la modalità di assunzione delle sostanze sia variata rispetto al passato. 

Per quanto riguarda la cocaina, pur rimanendo una forte prevalenza dell’uso per via inalatoria (la quasi totalità di che ne fa uso), ben il 40% arriva a farne uso anche per via iniettiva. Va presa in considerazione però anche quella che è la dipendenza primaria per chi è entrato in contatto con la Comunità nel 2015. Per il 40% dei presenti resta l’eroina, quindi la maggior parte di chi ne fa uso. La cocaina è la seconda sostanza per dipendenza primaria (33%). Per il 6% è l’hashish. Interessante vedere come l’uso di alcol sia patologico per il 36% dei neoingressi, mentre per il 34% è solita la pratica del binge drinking (e cioè l'assunzione smodata di alcol, finalizzata ad un rapido raggiungimento dell'ubriachezza, che viene praticata durante incontri di gruppo per concerti o altre occasioni festose, ovvero durante i fine settimana)... 

Secondo l’Osservatorio San Patrignano è significativo vedere anche come il primo contatto con tutte le sostanze sia avvenuto durante l’adolescenza. Si inizia in primis con l’hashish, fra i 14 e i 15 anni, poi con le droghe sintetiche attorno ai 16-17. Attorno ai 18 si affacciano eroina e cocaina. Verso i 21 invece l’inizio di droghe per via iniettiva. Particolare il dato che dei 458 entrati nel 2015 per dipendenza da sostanze, il 92% sono poliassuntori, vale a dire che nella loro storia di tossicodipendenza hanno provato più di una sostanza. 

Solo 37 coloro che hanno fatto uso solo di una droga. Per dieci questa è stata l’hashish, per tre l’eroina e per ben 24 la cocaina. Come si vede il quadro che emerge dalla precitata pubblicazione dell'Osservatorio di San Patrignano è sicuramente inquietante ed è purtroppo in linea con l'incremento dell'uso di droghe leggere che, benchè contenuto a circa tre punti percentuali negli ultimi due anni, necessita dell'auspicata “prova legislativa” di liberalizzazione (come si è già ricordato nel precedente articolo della Rivista Penitenziaria a cui si rinvia), al fine del suo contenimento. 

Scritto in collaborazione con gli allievi del corso di specializzazione in criminologia minorile, organizzato dalla Sapienza-Università di Roma : Andrea Bonciarelli, Elisa Bellachioma, Francesca Loise, Vanessa Ceccarelli, Valentina Cascione, Valeria Ferrari, Raj Diana Rathina, Eleonora Nocito, Angela Renzitelli, Gilda Pugliese, Valeria Taricani.