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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/10/2016  -  stampato il 02/12/2016


Il regime penitenziario e il regime disciplinare

Il capo IV del titolo I della legge sull’Ordinamento Penitenziario introduce il concetto di regime penitenziario, da intendersi come il complesso di norme che regolano la vita quotidiana di un istituto di pena e che sono contenute nella medesima Legge, nel relativo Regolamento di Esecuzione e nello specifico, nel Regolamento Interno dell’istituto stesso (art. 16 Ord. Pen.). La norma di riferimento è costituita dall’art.32 Ord. Pen. che precisa le norme di condotta che i detenuti e gli internati sono tenuti a rispettare, e sancisce che: i detenuti e gli internati, all’atto del loro ingresso negli istituti, e quando sia necessario, successivamente sono informati delle disposizioni generali e particolari attinenti ai loro diritti e doveri, alla disciplina e al trattamento.

Essi devono osservare le norme e le disposizioni che regolano la vita penitenziaria […]. Dal dettato della norma è agevole cogliere come non si possa pretendere l’osservanza delle regole da parte dei detenuti e degli internati, se non in quanto gli stessi siano messi in condizione di cogliere la ratio delle regole stesse. 

A tale inconveniente rispondono però le norme regolamentarie che impongono alla direzione di consegnare un estratto dei testi principali di riferimento, quali la Legge, il Regolamento d’Esecuzione e il Regolamento Interno, con l’indicazione dei luoghi in cui è possibile consultarli (art. 69 comma 1 e 2 Reg. Esec.). Le previsioni non terminano qui, prevedendo il medesimo articolo che l’amministrazione divulghi notizia di ogni eventuale introduzione o modifica delle norme in vigore, nonché facilitare la conoscenza e la conseguenziale osservanza delle regole, anche mediante chiarimenti delle ragioni delle stesse. 

Trattasi di adempimenti volti ad una più rapida ed effettiva conoscenza delle regole carcerarie. La Legge, tuttavia, non prevede sanzioni a carico dell’amministrazione penitenziaria che non rispetti l’obbligo di informare i ristretti sulle regole di condotta vigenti in un istituto. L’unica sanzione auspicabile in tal caso, sarebbe non punire l’eventuale violazione della regola di condotta che il recluso non conosceva o non poteva conoscere e appare la sola soluzione possibile se si considera che in nessuna disposizione che regola la materia penitenziaria, viene fatta corrispondere all’obbligo di informare dell’amministrazione un autonomo dovere del recluso di informarsi. Doveri che però, non corrispondono unicamente in capo all’amministrazione bensì anche i ristretti hanno l’obbligo di osservare le norme che regolano la vita penitenziaria e le disposizioni impartite dal personale; devono tenere un contegno rispettoso nei confronti degli operatori penitenziari e di coloro che visitano l’istituto, nonché un comportamento corretto nei reciproci contatti tra detenuti (art. 70 Reg. Esec).

Da ciò consegue che, se delle norme di comportamento sono state previste, la loro inosservanza determinerà l’applicazione di sanzioni disciplinari in capo ai reclusi, considerando che la loro minaccia ed eventuale esecuzione, costituiscono strumenti in grado di agevolare il rispetto delle norme stesse. Il regime disciplinare costituisce altro aspetto del trattamento, diretto a stimolare il senso di responsabilità e la capacità di autocontrollo del soggetto. Ponendo alla base il principio secondo cui le sanzioni disciplinari che comportino restrizioni ulteriori nell’esercizio dei diritti e delle facoltà dei detenuti e degli internati possono essere giustificate soltanto all’esigenza di mantenere l’ordine e la disciplina interna agli istituti, ne discende che potranno assumere rilevanza disciplinare solo quelle condotte che violino le norme comportamentali poste a tutela dell’ordine interno all’istituto e, al contrario, saranno illegittime le eventuali norme che comportino restrizioni per finalità diverse (come ad esempio per il solo ine rieducativo).  

Con ciò non si vuole escludere che anche la reazione dell’Ordinamento avverso una infrazione disciplinare si muove in un’ottica rieducativa, poiché la ratio della sanzione disciplinare si fonda anche sull’intento di sollecitare e non di imporre una modificazione della personalità del condannato o dell’internato. Sulla stessa scia si muove l’art. 36 Ord. Pen. nel sancire che il regime disciplinare è attuato in modo da stimolare il senso di responsabilità e la capacità di autocontrollo ed è adeguato alle condizioni fisiche e psichiche dei soggetti. Alla luce di quanto sancito da tale articolo, è possibile, dunque individuare una triplice funzione della sanzione disciplinare: quella di prevenzione generale, poiché la forza deterrente della sanzione conduce ad un maggior rispetto delle regole interne all’istituto, una funzione di prevenzione speciale che, tramite specifiche modalità d’esecuzione della sanzione, mira a stimolare “un atteggiamento critico” nei confronti della propria condotta ed, infine, una funzione retributiva che garantisca la proporzionalità tra la gravità del fatto commesso e la punizione.

Il regime disciplinare, in conformità a quanto stabilito dalla Risoluzione O.N.U. del 30 agosto del 1955, nelle regole minime per il trattamento dei detenuti, secondo il quale le determinazioni dei comportamenti che determinano una violazione disciplinare devono essere stabilite con legge o con regolamento, stabilisce infatti che i detenuti o gli internati non possono essere puniti per un fatto che non sia espressamente previsto come infrazione dal regolamento (Art. 38, comma 1, Ord. Pen.). Proprio ai fini di una maggior tutela dei diritti dei ristretti e per eludere possibili sanzioni del tutto arbitrarie ad opera dell’amministrazione penitenziaria, il legislatore lega la disciplina in esame al principio di tassatività e tipicità dei fatti costituenti violazioni. 

A rigore di ciò, è stato dedicato un apposito articolo che enuclea tutte le possibili condotte che, se poste in essere, sono riconosciute come infrazioni. L’art.77, comma 1 del Regolamento Esecutivo, distingue in base alla sanzione applicabile, le infrazioni in due gruppi: nel primo gruppo vi rientrano quelle infrazioni di minore gravità e che pertanto, non possono essere sanzionate con l’esclusione dalle attività in comune (considerata come la più afflittiva delle sanzioni disciplinari), salvo nelle ipotesi di recidiva  infrasettimanale (art. 77 comma 3, Reg. Esec.). 

Rientrano in questo gruppo: 1) la negligenza nella pulizia e nell’ordine della persona o della camera; 2) l’abbandono ingiustificato del posto assegnato; 3) il volontario inadempimento di obblighi lavorativi; 4) l’atteggiamento e comportamento molesto nei confronti della comunità; 5) i giochi o altre attività non consentite dal regolamento interno; 6) la simulazione di malattia; 7) il traffico di beni di cui è consentito il possesso; 8) il possesso o traffico di oggetti non consentiti o di denaro. Sono, invece, sanzionate con l’esclusione dalle attività in comune le infrazione rientranti nel secondo ruppo, quali:  9) le comunicazioni fraudolenti con l’esterno o all’interno, nei casi indicati nei numeri 2) e 3) del primo comma dell’art.33 Ord. Pen (norma contenente la disciplina dell’isolamento); 10) gli atti osceni o contrari alla pubblica decenza; 11) l’intimidazione di compagni o sopraffazioni nei confronti dei medesimi; 12) le falsificazione di documenti provenienti dall’amministrazione affidati alla custodia del detenuto o dell‘internato; 13) l’appropriazione o danneggiamento di beni dell’amministrazione; 14) il possesso o traffico di strumenti atti ad offendere; 15) l’atteggiamento offensivo nei confronti degli operatori penitenziari o di altre persone che accedono nell’istituto per ragioni del loro ufficio o per visita; 16) l’inosservanza di ordini o prescrizioni o ingiustificato ritardo nell’esecuzione di essi; 17) il ritardo ingiustificato nel rientro dai permessi di necessità, dai permessi premio o dalle licenze per i semiliberi o gli internati; 18) la partecipazione a disordini o sommosse; 19) la promozione di disordini o di sommosse; 20) l’evasione; 21) i fatti previsti dalla legge come reato, commessi in danno di compagni, di operatori penitenziari o di visitatori. 

A tale elenco, dettagliatamente descritto, il legislatore individua un altrettanto elenco di sanzioni disciplinari, azionabili solo a seguito dell’accertamento della commissione di una infrazione. In ossequio al principio di legalità, saranno applicabili, secondo l’art. 39 Ord. Penitenziario: 1) il richiamo del direttore; 2) l’ammonizione, rivolta dal direttore, alla presenza di appartenenti al personale e di gruppo di detenuti o internati; 3) l’esclusione da attività ricreative e sportive per non più di dieci giorni; 4) l’isolamento durante la permanenza all’aria aperta per non più di dieci giorni; 5) l’esclusione dalle attività in comune per non più di quindici giorni. Occorre tener presente che le sanzioni disciplinari dovranno svolgersi sempre nel rispetto della personalità dei reclusi, così come precisa l’art. 38, comma 4, Ord. Pen. e rispettando il principio secondo cui il trattamento penitenziario assicura e rispetta la dignità della persona, “con riguardo alle sanzioni disciplinari che, per loro natura, costituiscono uno dei momenti in cui il rispetto della personalità può subire più facilmente delle lesioni”. 

Autorità competente a deliberare le sanzioni è il direttore, con riguardo alle sanzioni del richiamo e dell’ammonizione; per le altre sanzioni, invece, competente sarà il consiglio di disciplina (composto dal direttore, dall’impiegato più elevato in grado, con funzioni di presidente, dal sanitario e dall’educatore - art. 40, comma 1 e 2, Ord. Pen.). 

Avverso il provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare è riconosciuta la possibilità di reclamare in sede giurisdizionale, dinanzi al Magistrato di Sorveglianza. Il reclamo può essere effettuato soltanto in riferimento alle condizioni di esercizio del potere disciplinare, alla costituzione e competenza dell’organo disciplinare, alla contestazione degli addebiti ed alla facoltà di discolpa.