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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/10/2016  -  stampato il 04/12/2016


Le malattie professionali lavoro-correlate del poliziotto penitenziario: burnout e disturbo post-traumatico da stress

Ormai sono tanti anni che si parla del rischio burnout al quale è esposto quotidianamente ogni poliziotto penitenziario che lavora nelle patrie galere e, pur tuttavia, nessuna efficace misura di contrasto è stata ancora adottata dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Ritengo, infatti, poco più di un palliativo l’istituzione di un numero verde al quale rivolgersi in caso di necessità (e forse più che un palliativo, un alibi per lavarsi le coscienze...). Eppure, è stata ormai ampiamente provata la correlazione tra la sindrome da burnout e il lavoro del poliziotto penitenziario.

Men che meno, si parla e ci si occupa di disturbo post-traumatico da stress, a mio avviso altrettanto correlato alla nostra professione.

Il burnout è una particolare forma di reazione allo stress lavorativo, tipica delle cosiddette “professioni d’aiuto”,  quei lavori, cioè, nei quali non si utilizzano solo competenze tecniche ma anche capacità sociologiche  e psicologiche, per soddisfare i bisogni degli utenti, clienti o pazienti.  

Questa patologia, quindi, riguarda più che altro medici, infermieri, poliziotti penitenziari, poliziotti, vigili del fuoco, insegnanti, psicologi... 

Il problema, tra l’altro, diventa molto più grave se non si riescono a scaricare le tensioni con momenti di relax extra lavoro, senza soluzione di continuità tra vita privata e lavorativa fino ad azzerare gli spazi personali, non avere alcuna autoricarica e finire per esaurirsi dal punto di vista emozionale, fisico e psicologico.

Alla fin fine, anche chi è profondamente motivato ad aiutare gli altri, perchè generoso e altruista di natura, in assenza di risposte di gratitudine o di apprezzamento da parte dell’utenza, non riesce a elaborare la frustrazione naturale che deriva dalla professione, non si prende adeguatamente cura dei propri bisogni e finisce per cadere in uno stato di depressione, insoddisfazione lavorativa, tensione, ansietà e apatia. A tutto ciò, purtroppo, si va ad aggiungere un altro problema relativo alla  retribuzione e alla carriera.

Infatti, il lavoro del poliziotto penitenziario, soprattutto quello a diretto contatto con i detenuti, non è gratificante né come retribuzione economica, né come possibilità di carriera. Anche se sembra paradossale, nelle helping professions retribuzione e carriera, prestigio e potere, sono inversamente proporzionali alla vicinanza con i soggetti bisognosi d’aiuto (con la sola eccezione dei medici chirurghi).

Il poliziotto penitenziario che sta in sezione front line col detenuto guadagna meno del sovrintendente e dell’ispettore che vedono il detenuto una volta ogni tanto o del commissario che non lo vede mai. Così come il medico del pronto soccorso guadagna meno del primario che, a sua volta, guadagna meno del professore universitario. Per assurdo, le possibilità di carriera nel settore dell’aiuto aumentano allontanandosi da chi deve essere aiutato. 

Una seria prevenzione del burnout, dunque, dovrebbe compensare con maggiori retribuzioni gli operatori front-line, offrendo anche loro maggiore potere discrezionale e maggiore libertà.

Non essendo questo possibile per motivi economici, ci sarebbe bisogno, allora, di trovare sistemi compensativi come la formazione e la supervisione permanenti, l’istituzione di periodi sabbatici, il coinvolgimento attivo in attività di programmazione e di confronto professionale, la possibilità di carriere orizzontali (spostamenti premio, sia pure temporanei, in servizi più gratificanti), le incentivazioni legate alla qualità delle prestazioni.

A tal riguardo, svolge un ruolo determinante la funzione di comando e coordinamento esercitata dai superiori gerarchici che dovrebbe assicurare al poliziotto penitenziario uno spazio di appartenenza e di confronto, di supporto emotivo e di controllo, come fosse un contenitore affettivo-relazionale delle emozioni contingenti al lavoro dell’aiuto.

E’ evidente che offrire sostegno, possibilità di confronto, funzione di contenimento e supervisione, favorisce l’efficienza e può prevenire il burnout, a patto che il superiore sia costantemente presente.

Quando il poliziotto penitenziario è abbandonato a se stesso, invece, subisce processi disfunzionali che aumentano il rischio burnout.

I superiori, quindi, possono (debbono) svolgere un forte ruolo preventivo del burnout attraverso il consenso, lo stimolo della pluralità e la disponibilità di un contenitore emotivo-razionale.

Uno dei postulati delle helping professions è che “I sistemi di aiuto producono benessere per i clienti attraverso il benessere degli operatori d’aiuto”. 

O, meglio, “I sistemi di aiuto producono benessere solo se sanno prevenire il malessere o il burnout degli operatori”.

Purtroppo, nella sindrome da burnout, spesso, gli operatori stessi non riconoscono di essere in una situazione di svuotamento e bruciatura.

In questi casi, soprattutto, è fondamentale il sostegno dei superiori e il confronto e il feedback con gli stessi, anche se pure la condivisione con un collega, la condivisione orizzontale con qualcuno che fa lo stesso o simile lavoro che possa capire e ascoltare, è altrettanto essenziale. A volte non c’è nemmeno bisogno di dare suggerimenti, la giusta disposizione d’animo all’ascolto è più che sufficiente. Spesso, infatti,  basta condividere un problema per fare maggiore chiarezza dentro di sé.

L’ideale sarebbe partecipare a gruppi di supervisione mensile oppure andare da un professionista esperto, per elaborare il vissuto che, lasciato a se stesso, potrebbe produrre, nel tempo, una sicura bruciatura.

Discorso diverso va fatto per i disturbi post-traumatici da stress (DPTS).

Secondo l’Associazione Italiana di Psicologia Cognitiva, questo disturbo si manifesta "in conseguenza di un fattore traumatico estremo, in cui la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento, o con eventi, che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all'integrità fisica propria o di altri."

Purtroppo, soprattutto in questi ultimi tempi, la definizione della patologia sembra, più o meno, la descrizione di quello che accade quotidianamente nella maggior parte degli istituti penitenziari, per adulti e per minori.

Il DSM-5 (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) dedica al DPTS un intero capitolo denominato Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti . Tra l’altro, il DPTS è una delle poche categorie diagnostiche a cui il DSM attribuisce esplicitamente un’eziologia: perché sia diagnosticato, deve essere individuato oggettivamente un evento traumatico.

La questione è fondamentale, perché questo significa spostare la domanda da “Che cosa non va in questa persona?” a “Che cosa è accaduto a questa persona?”.

Di conseguenza, diversamente dai disturbi di personalità che hanno radici nella storia temperamentale, ambientale, psichica e relazionale dell’individuo, il DPTS è un disturbo che ha una causa esterna evidente (un evento macroscopicamente traumatico), per cui i fattori di personalità assumono una rilevanza minore.

Sempre secondo il DSM, gli effetti del trauma provocano ricordi e sogni spiacevoli, reazioni dissociative da flashback, evitamento persistente degli stimoli associati all’evento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, persistente stato emotivo negativo, marcata riduzione di interesse alle attività e sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri. Oltretutto, sono possibili alterazioni dell’arousal (lo stato generale di attivazione e reattività del sistema nervoso) che si manifestano con comportamento irritabile, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, problemi di concentrazione e  difficoltà del sonno.

Come metodo di cura per questo disturbo, ai militari reduci da zone di guerra si somministra una innovativa psicoterapia - l'EMDR - basata su una tecnica di simulazione bilaterale che facilita la rielaborazione dei traumi.

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia che utilizza i movimenti oculari, o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche, o particolarmente stressanti, dal punto di vista emotivo.

Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico subiscono una desensibilizzazione e perdono la loro carica emotiva negativa. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR, permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, per incorporare emozioni adeguate alla situazione ed eliminare le reazioni fisiche. Si arriva a sentire veramente che il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e, quindi, questa viene vissuta in modo distaccato. 

Per ritornare a noi, è innegabile che, per un verso o per l’altro, nel servizio del poliziotto penitenziario riveste un’importanza fondamentale la vicinanza dei colleghi e dei superiori, fino al comandante di reparto, il quale, in particolare, non dovrebbe mai far venir meno la propria presenza.

Il comandante di reparto, questo incarico misterioso che ha subìto parecchie trasformazioni negli ultimi anni, passando dalle mani del Maresciallo a quelle dell’Ispettore per arrivare, oggi, in quelle del Commissario. Ma che si chiami Maresciallo, Ispettore o Commissario nulla cambia per il ruolo che deve svolgere: quello di comandare uomini.

Un vero Comandante è colui che conosce, ad uno ad uno, tutti i suoi uomini, che aiuta a rialzarsi chiunque cade a terra e, se con qualcuno non ci riesce, si sdraia accanto a lui e rimane lì!

Spirito di corpo, vicinanza dei colleghi e lavoro di gruppo, insieme a un buon Comandante di Uomini: questa è la migliore terapia possibile per burnout e disturbo post-traumatico da stress.

 

 

Il test di Maslach

Cristina Maslach, psicologa sociale dell’Università di Barkley in California, per studiare la sindrome da burnout, ha ideato un test di valutazione del livello di stress. 

Proponiamo di seguito il test in parola che, pur essendo un indicatore di massima, non può avere alcun valore scientifico così somministrato. 

• Ti senti spossato ed esaurito in termini di energia fisica o emozionale?

• Senti di essere incline a pensieri negativi riguardanti il tuo lavoro?

• Senti di essere verso le persone più duro e meno comprensivo di quanto forse meritino?

• Ti ritrovi ad essere più spesso irritato da piccoli problemi, o dai colleghi e dal tuo team? 

• Ti senti incompreso o non apprezzato dai tuoi colleghi? 

• Senti di non aver nessuno con cui parlare? 

• Senti che stai raggiungendo meno obiettivi di quanto potresti? 

• Ti senti sotto uno spiacevole livello di pressione per il successo? 

• Senti che non stai raggiungendo ciò che vuoi dal tuo lavoro? 

• Senti di essere nell’azienda sbagliata o nel lavoro sbagliato? 

• Stai iniziando a provare frustrazione verso aspetti del tuo lavoro? 

• Senti che le politiche gestionali o la burocrazia frustrano la tua capacità a svolgere un buon lavoro? 

• Senti che c’è più lavoro da fare di quanto nella pratica sei in grado di svolgere? 

• Senti di non essere in grado di fare molte delle cose che sono necessarie per realizzare un lavoro di buona qualità? 

• Senti di non aver abbastanza tempo di pianificare quanto vorresti? 

Per calcolare il risultato, assegnare il seguente punteggio: 1 – Mai; 2 – Raramente; 3 – Qualche volta ; 4 – Spesso ; 5 – Molto spesso/Sempre.

 

Risultati

15-18 : lievi segni di burnout; 

19-32 : lievi segni di burnout, più marcati se alcuni punteggi sono elevati; 

33-49 : rischio di burnout, specialmente se alcuni punteggi sono alti; 

50-59 : alto rischio di burnout; 

60-75 : altissimo rischio di burnout.