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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/03/2010  -  stampato il 05/12/2016


17 Agosto

Il regista russo Aleksander Gutman osserva il lento ed inesorabile scorrere del tempo nella cella di Boris Bezoteschestvo detenuto condannato all’ergastolo per aver commesso tre omicidi, sottoposto al regime previsto dall’articolo 102 del regolamento penitenziario perché soggetto con pericolo di evasione, particolarmente aggressivo. Gutman, con la macchina da presa fissa sullo spioncino della porta blindata, riprende quasi in tempo reale la giornata del detenuto, filmandone tutte le azioni quotidiane che vanno ad acquistare un vero e proprio valore rituale per il protagonista. Ogni istante passato a lavarsi i denti o a radersi la barba rappresenta un magic moment, un passaggio essenziale per la stessa sopravvivenza di Boris, incatenato ad un lentissimo trascorrere del tempo.

Con lo scorrere delle immagini, lo spettatore assiste alla decadenza fisica del detenuto, il cui corpo perde via, via la vitalità e lo slancio originario per rattrappirsi e scalcinarsi come le pareti della sua cella.

Il carcerato comincia, così, ad invocare Dio, al quale chiede il perdono nella consapevolezza di essere un grande peccatore. In questa fase di misticismo Boris si prostra davanti alla brandina cominciando a porsi delle domande sulla propria esistenza e sull’esistenza dell’uomo.

Il dialogo con Dio diventa, così, un momento particolare che rompe la solitudine incolmabile all’interno della cella e offre al prigioniero un’apertura verso qualcosa d’indefinito che solo lui sembra cogliere.

Il regista, infine, sempre con la macchina da presa fissa sullo spioncino della porta blindata, filma in bianco e nero l’angusta dimora di Boris e ritrae senza pietà la sua agonia mentre il detenuto, esausto, fuma una sigaretta e ne accende una seconda.