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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/03/2010  -  stampato il 08/12/2016


E sognavano "la Merica"

Le ore non passavano mai quella notte nel vecchio carcere di New Orleans. I detenuti italiani che l’indomani dovevano essere scarcerati vissero la loro notte più lunga, con l’ansia della vigilia di un grande evento. L’interminabile attesa con gli occhi sbarrati nel buio era comprensibile perchè, riconosciuti innocenti, stavano per riassaporare il sapore della libertà.

La loro brutta avventura era iniziata sei mesi prima, il 15 ottobre 1890, quando David Hennessy, capo della polizia di New Orleans, rientrando a casa era stato circondato da alcuni uomini e brutalmente assassinato.

Come era prevedibile per il personaggio ucciso, si scatenò una immediata caccia all’uomo con centinaia di perquisizioni e l’immediato arresto di diversi italiani, teste calde della città, ospiti inopportuni. Il sindaco tuonò contro questi «...emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani…gli individui più pigri, depravati e indegni che esistono…più indesiderabili dei polacchi...» Il processo che ne seguì tradì le aspettative e gli italiani furono assolti, «per aver corrotto i giurati...» dissero i giornali e la città. Vennero comunque riportati al carcere per essere scarcerati il giorno dopo.

Fuori la comunità italiana aveva festeggiato e qualcuno nel rione aveva osato alzare la bandiera italiana su un pennone più alto di quella americana. Per gli yankee era il massimo degli oltraggi. E così quel 14 marzo 1891, fin dalle prime ore del mattino, cominciò ad arrivare gente davanti al carcere, decine di persone,centinaia, migliaia e alla fine erano quasi 20.000.

Le guardie capirono subito e su ordine del Direttore rinchiusero tutti i detenuti in cella ma lasciarono fuori gli italiani, undici uomini appartenenti alla comunità siciliana, quella comunità che, giunta per sostituire gli schiavi neri nei campi di cotone, si era fatta odiare dagli americani perché aveva scalato in breve tutti i passaggi, conquistando una fortissima posizione nel mercato del pesce e della frutta. L’attacco al carcere non trovò alcuna resistenza, il portone fu abbattuto e centinaia di uomini inferocititi irruppero all’interno a caccia degli italiani. In un corridoio trovarono i primi tre e gli spararono al volto a bruciapelo: due morirono immediatamente ed uno restò agonizzante tutto il giorno in una pozza di sangue. Altri sei scapparono verso la sezione femminile ma le detenute, all’arrivo delle squadre della morte, si misero ad urlare indicando il lato dove erano fuggiti gli italiani che si trovarono imbottigliati in un angolo cieco e furono crivellati senza pietà con centinaia di colpi.

All’appello mancavano altri due. Li cercarono dappertutto mettendo ogni angolo del carcere a ferro e fuoco. Ne trovarono uno nascosto sotto il letto di una cella. Parlava da solo, non si sa se perché psicopatico o per la paura. Lo afferrarono, lo portarono nel corridoio e gli spararono al volto ma l’uomo non morì. Lo trascinarono allora, come un sacco, davanti al carcere dove la folla impazzita degli assalitori sostava e rumoreggiava. Lo appesero a un lampione fra mille imprecazioni e invettive. L’uomo con un ultimo istinto di sopravvivenza si rigirò su se stesso e cominciò a tirarsi su lungo la corda. Crollò ciondoloni quando la gente cominciò a sparargli come a un bersaglio mobile, riempiendolo di sputi. L’ultimo detenuto si finse morto in un angolo del carcere. Lo scoprirono, lo presero e lo portarono in un cortile per fucilarlo poi ci ripensarono e lo diedero in pasto alla folla inferocita. Lo impiccarono, la corda si spezzò, lo appesero di nuovo e questa volta gli spararono da tutti i lati, inebriati dall’acre odore del sangue che fluttuava dalle ferite.

Gli undici cadaveri restarono esposti per giorni in uno spiazzo vicino al carcere. Le donne passavano, li indicavano ai figli ed inzuppavano i loro fazzoletti nel sangue per un macabro souvenir.

La reazione dell’Italia fu immediata. Ritirò il suo ambasciatore a Washington e altrettanto fece l’America con Roma. Alla partenza dell’ambasciatore italiano il Governatore del Kansas dichiarò : «la partenza dell’ambasciatore non ci recherà più danno di quanto farebbe il venditore italiano di banane davanti alla Casa Bianca se decidesse di tornarsene a casa».

Il New York Times scrisse che il linciaggio aveva messo al sicuro la vita e la proprietà della gente di New Orleans mentre il Globe Democrat aggiunse che gli abi- tanti si erano limitati ad esercitare i loro diritti di sovranità popolare e legittima difesa.

In diversi States continuò a lungo la caccia all’italiano. L’11 maggio di quell’anno nel West Virginia vennero linciati altri tre italo americani. Sul conto degli italiani fiorirono storielle e barzellette ma per noi c’era poco da ridere in un’America dove la corda e il sapone erano la soluzione più immediata e in qualche Stato era vietato l’ingresso dei bambini italiani nelle scuole dei bianchi.

La diplomazia lavorò ininterrottamente ed al risultato finale contribuì anche il divario degli armamenti. Era il tempo della Triplice Alleanza e l’Italia aveva investito tutto sulla Regia Marina per stare all’altezza della portentosa macchina da guerra prussiana. Avevamo 11 corazzate da 14 mila tonnellate l’una, 54 navi da guerra e due milioni e mezzo di soldati. L’America non era ancora la potenza di oggi ed aveva tre piccole navi da guerra e 130.000 soldati!

La pace ritornò al solito modo, comprandola: 2.500 dollari ad ogni famiglia di italiano ucciso ed una dichiarazione del Presidente USA al Congresso dove riconosceva che il linciaggio era stato un incidente deplorevole e disonorevole. Ma per quel linciaggio nessuno pagò.

La drammatica storia ci ricorda che anche questa fu la Merica, come diceva tanta nostra gente del Sud, terra sognata da milioni di italiani che vi emigrarono senza meta con il peso delle umiliazioni accettate solo con la speranza di dimenticare la fame e la miseria. Vi sbarcavano da annerite navi a vapore dopo un mese di mare. Poi lì, sperduti sul molo, trascinandosi dietro la mappatella e la valigia di cartone marrone, con gli angoli scrostati. Panciuta e rigonfia per le tante piccole misere cose necessarie per la sopravvivenza dei primi giorni, era legata tutt’intorno con l’immancabile spago per evitare che esplodesse durante il viaggio disperdendo al vento gli oggetti più cari.