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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/01/2017  -  stampato il 20/01/2017


Modificare l’art. 4 bis? Vanificare il sacrificio di tanti

L’articolo 4 bis della Legge 354/75 prevede che l'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio, le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI della medesima legge, fatta eccezione per la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416 bis e 630 del Codice penale, 291-quater del testo unico approvato del D.P.R. n. 43/73 e dall'articolo 74 del D.P.R. 309\99, solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia, ai sensi dell'articolo 58-ter.

In base al predetto articolo le limitazioni previste dal primo periodo dell'articolo 4 bis legge 354/75 non si applicano a coloro che si sono adoperati per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria alla raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l'individuazione o la cattura degli autori dei reati.

Il secondo periodo dell'articolo 4 bis dispone che i benefici possono essere concessi ai detenuti e internati resisi responsabili dei suddetti reati, quando sia stata applicata una delle circostanze attenuanti previste dagli articoli 62, numero 6 o 114 del codice penale ovvero la disposizione dell'articolo 116, secondo comma dello stesso codice, anche se la collaborazione risulti oggettivamente irrilevante, purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata.

Il terzo periodo dell'articolo 4 bis prevede ancora che quando si tratta di delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordinamento Costituzionale ovvero di detenuti o internati per i delitti di cui agli articoli 575, 628, testo comune, 629, secondo comma del codice penale, 291-ter, del testo unico approvato con D.P.R. 43/73, 416 realizzato allo scopo di commettere delitti previsto dal libro II, titolo XII, capo III, sezione I e dagli articoli 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies del codice penale e dall'articolo 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell'articolo 80, comma 2, del predetto testo unico approvato con D.P.R. 309\90, i benefici possono essere concessi solo se non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva.

Da una lettura anche superficiale della norma in questione, introdotta dall'articolo 1, comma 1, d.l. 152/91 e successivamente modificata più volte, anche a seguito di vari interventi della Corte Costituzionale, risulta evidente come il legislatore abbia graduato la preclusione dei benefici suddetti in relazione alla tipologia dei vari reati e al comportamento tenuto dal detenuto o internato.

Nella prima fascia di reati i detenuti o internati possono accedere ai benefici solo se collaborano con la giustizia, ai sensi dell'articolo 58-ter L. 354/75. Se la partecipazione al fatto criminoso è stata limitata o l'accertamento integrale del fatto ha reso impossibile la collaborazione, ovvero la stessa risulti oggettivamente irrilevante, in presenza delle citate circostanze attenuanti, l'accesso ai benefici è comunque consentito a condizione che siano stati acquisiti elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.

Nella seconda fascia sono inseriti reati gravi, ma che non implicano necessariamente rapporti col crimine organizzato, come l'omicidio, la rapina e l'estorsione aggravata.

La disposizione di cui all'articolo 4-bis risponde evidentemente ad esigenze di politica criminale, afferenti l'ordine e la sicurezza pubblica, attraverso la prevenzione e la repressione di reati gravissimi  come quelli associativi.

Tale disposizione ha suscitato tante reazioni, soprattutto da parte di chi ritiene che anche a coloro che si sono resi responsabili di reati gravissimi, come quelli associativi e commessi avvalendosi del vincolo associativo (stragi di mafia, omicidi di mafia, di donne e bambini sciolti nell'acido), comunque, per ragioni umanitarie, prevalenti - a loro dire - su ogni altra esigenza, debbano essere concessi i benefici, dopo un lungo periodo di detenzione  (26 anni per gli ergastolani).

Tale norma è stata definita ergastolo ostativo, proprio a causa del fatto che per alcuni reati, se non vi è collaborazione, si rimane in carcere a vita.

Molti deputati, trasversali agli schieramenti politici, ne hanno chiesto la modifica, nel senso di eliminare ogni automatismo collaborazione/benefici.

A beneficiare di una eventuale modifica sarebbero soprattutto i mafiosi.

Infatti, a fine 2014 i condannati all'ergastolo in Italia erano 1.584, molti dei quali reclusi da oltre 26 anni, altri più di 30, tra di loro i cosiddetti "ostativi", molti dei quali coinvolti in reati legati all'associazione mafiosa, sono circa un migliaio.

Una modifica dell'articolo 4-bis, nel senso richiesto dai firmatari di alcune proposte di legge e petizioni varie, consentirebbe a tantissimi mafiosi di uscire dal carcere dopo poco più di 20 anni di reclusione.

Molti di quelli che oggi sono in carcere uscirebbero, con buona pace di chi lotta tutti i giorni per sbatterli in galera e per chi ci ha rimesso la vita, come Falcone, Borsellino, Cassarà, Giuliani, Bodenza e tanti altri.

Chi fa certe proposte, secondo noi, o non ha capito nulla, oppure è a dir poco in mala fede.

Speriamo che i cittadini per bene e le istituzioni sane si ribellino sempre contro queste scellerate iniziative.