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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/12/2016  -  stampato il 13/12/2017


Radicalismo islamico. a noi il monitoraggio, ad altri gli allori

L’opinione pubblica ha sempre avuto scarsa considerazione di chi lavora nelle carceri: men che meno dei poliziotti penitenziari, spesso chiamati guardie carcerarie (nonostante siano passati ben 27 anni dalla riforma) o con l’appellativo, più dispregiativo, di secondini.

Nonostante tutto, quelli che lavorano nelle carceri, e mi riferisco ai poliziotti penitenziari, sono sempre stati fedeli servitori dello Stato.

Hanno pagato un pesante tributo di sangue per questo, e continuano giornalmente ad essere minacciati, aggrediti, intimiditi solo perché cercano di applicare le leggi.

I poliziotti penitenziari cercano di fare rispettare le regole intramurarie che a molti, forse a troppi ... da certi politici a certa opinione pubblica sinistroide, appaiono talvolta assurde, ma finalizzate ad imporre norme di condotta e a scandire i tempi all’interno della struttura carceraria. Norme e regole rivolte a chi nella vita non ha mai osservato regole e norme e per questo, poi, si è ritrovato in galera.

Eppure il lavoro del poliziotto penitenziario è un lavoro prezioso per questa società cosiddetta “civile” che continua a disprezzarci e che ha raggiunto – nel disprezzo – il suo apice nelle false accuse del caso Cucchi che ha fatto piombare questo Corpo di Polizia Penitenziaria, che stava risalendo la china faticosamente, agli anni più bui del medioevo carcerario se non addirittura all’epoca delle galere, dove i secondini (quelli si) scandivano il ritmo della remata con il tamburo, come nel film BEN HUR per intenderci.

E’ un lavoro prezioso, svolto in silenzio, i cui frutti spesso, come di questi tempi, se li prendono i grandi cervelloni dell’intelligence nazionale.

Mi spiego meglio. Da quando alla Polizia Penitenziaria hanno demandato il monitoraggio dei detenuti islamici nelle carceri, sono state acquisite, comunicate, analizzate migliaia di informazioni preziose (oserei dire preziosissime) passate al vaglio dell’intelligence nazionale, e grazie alle quali sono emerse complicità, legami ma soprattutto atteggiamenti radicalizzati che hanno decretato in molti casi l’espulsione dal suolo italiano del soggetto a pena espiata.

Questo è un grande successo conseguito da quei poliziotti penitenziari che con la loro osservazione continua nelle sezioni, con le loro perquisizioni e con le analisi effettuate dai coordinatori di reparto e dai loro tanto vituperati comandanti sono riusciti a fornire notizie preziose a chi, dopo, si è preso i meriti.

Mai che questi meriti vengano resi pubblici dal Ministro o dal Capo del Dipartimento. Anzi, nonostante una dozzina di rapporti disciplinari la cui natura era indice del radicalismo emergente del terrorista di Berlino (sei cattolico ... ti taglio la testa …), e nonostante la Polizia Penitenziaria abbia segnalato per tempo tale soggetto, non si è provveduto ad imbarcarlo su un aereo e rispedirlo a casa sua.

Chissà … forse oggi non parleremmo di questo attentato o, magari, grazie a chi li va a prendere a pochi chilometri dalle loro coste, sarebbe rientrato a bordo di un barcone … Non lo possiamo sapere. Quello che sappiamo è che adesso si indaga sul periodo carcerario trascorso da ANIS AMRI in Sicilia …

Adesso? E perché solo adesso?

Attenzione però: che non si faccia passare la Polizia Penitenziaria e quindi l’Amministrazione Penitenziaria come inefficiente o come se avesse qualche colpa nel caso ANIS AMRI o che si enfatizzi il fatto che il detenuto avesse partecipato ad un corso di teatro – in quanto ciò è previsto dalle attività trattamentali -.

Non tocca a me fare il difensore della Polizia Penitenziaria ma fino ad oggi non ho sentito ancora una voce autorevole del DAP prendere le difese di questi uomini che giorno dopo giorno forniscono un supporto importante alle indagini sul fenomeno del radicalismo islamico.