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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 04/12/2016


Riorganizzare la Polizia Penitenziaria

Quando si parla di carcere è sempre molto forte la tentazione di sviluppare ragionamenti ispirati a singoli eventi o a specifiche questioni che, occasionalmente ed improvvisamente, fanno diventare interessante il dibattito sul mondo penitenziario. 

Non bisogna, però, correre il rischio di discutere di questi temi sull’onda dell’emozione, trascurando la complessità del carcere e la sistematicità che dovrebbe caratterizzare eventuali interventi. 
In misura diversa, è ristretto, ma in ciascun carcere, un numero di persone di molto superiore alla massima capacità ricettiva degli istituti. 
Oggi, esiste un eccesso di presenze di circa 22.000 detenuti rispetto alla capienza regolamentare. 
Questo è quello che normalmente si dice quando si parla di sovraffollamento. 
In realtà, non esiste nessuna fonte normativa che dica quanto spazio ciascun detenuto debba avere all’interno della camera detentiva e questo non è un dato poco rilevante. 
La prima conseguenza derivante da un numero eccessivo di detenuti è, ovviamente, la riduzione significativa degli spazi disponibili all’interno della camera detentiva. 
Questa situazione determina, tanto per dire, l’impossibilità di stare in piedi tutti contemporaneamente nello spazio non occupato dalle brande, di scrivere, leggere, di guardare la televisione in un luogo diverso che non sia il letto: e tale condizione è aggravata dal fatto che nelle camere detentive i ristretti trascorrono, tranne qualche eccezione, circa venti ore al giorno. 
Così, alla riduzione degli spazi conseguono una maggiore promiscuità ed una più probabile conflittualità tra gli occupanti della camera detentiva: in sostanza, diminuisce la capacità di risposta del mondo penitenziario alle istanze dei detenuti come diminuisce la capacità di assistenza sanitaria. 
Grandi presenze comportano inevitabilmente una flessione dei normali meccanismi di controllo. 
Con riflessioni sul piano della sicurezza: crescono così i rischi, già molto presenti, di traffici illegali all’interno del carcere, e quelli connessi all’uso di stupefacenti. 
L’aumento dei carichi di lavoro per il personale influisce, inoltre, in modo decisivo sulla indispensabile conoscenza che la struttura penitenziaria dovrebbe avere dei detenuti che ospita ed incide notevolmente sulla qualità della osservazione. 
Infine, il sovraffollamento peggiora le capacità dell’amministrazione di tenere distinti i detenuti in base alla loro posizione giuridica, anche per il numero molto alto di detenuti in attesa di giudizio e di condannati a pene molto brevi. 
Altre caratteristiche uniche del nostro paese sono il flusso e i periodi di permanenza in carcere. 
Ogni giorno entrano ed escono centinaia di persone dal carcere, un movimento frenetico che comporta uno stress enorme del sistema soprattutto in una fase, quella dell’accoglienza, che è la più delicata e la più difficile da gestire. 
Questo quadro è reso ancora più difficile dalle caratteristiche della popolazione detenuta in gran parte costituita da stranieri, tossicodipendenti e da persone con problemi mentali. 
Chiunque conosca il carcere sa quanto sia consistente la presenza di reclusi con problemi mentali, spesso connessi alle dipendenze, che avrebbero bisogno di una assistenza psichiatrica costante ed incisiva. 
Le conseguenze sulla persona di terapie farmacologiche prolungate, prive di altre forme di sostegno o di terapia, dovrebbero costituire argomento di riflessione e di approfondimento per tutti gli operatori penitenziari e sanitari. 
L’osservazione della tipologia dei detenuti che fanno ingresso in carcere e dei reati di cui sono accusati consente di affermare come il sistema della repressione penale colpisca prevalentemente la criminalità organizzata e le fasce deboli della popolazione: in effetti, il carcere è lo strumento che si usa per affrontare problemi che la società non è in grado di risolvere altrimenti. 
Se il carcere è in larga misura destinato a raccogliere il disagio sociale, è evidente come la società dei reclusi non possa che essere lo specchio della società degli uomini liberi. 
In altri termini, sembra che lo Stato badi solo ad assicurare il contenimento all’interno delle strutture penitenziarie. 
E’ giunta l’ora di ripensare la repressione penale, mettendo da un lato i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravità da imporre una reazione dello Stato con la misura estrema che è il carcere e dall’altro, anche mantenendo la rilevanza penale, indicare le condotte per le quali non è necessario il carcere (ipotizzando sanzioni diverse). 
E’ chiaro che una opzione di questo tipo dovrebbe ridisegnare il sistema a partire dalle norme in materia di immigrazione e dalla individuazione delle risorse per affrontare il tema delle dipendenze e dei disturbi mentali fuori dal carcere. 
Infine, appare utile richiamare il dato già riportato in premessa circa la permanenza brevissima (inferiore a 11 giorni) di quasi il 50% dei detenuti che fanno ingresso dalla libertà perché colpiti da custodia cautelare. 
E’ opportuno ricordare che circa i 2/3 dei detenuti sono in attesa di giudizio e altrettanti rimangono in carcere non più di 48 ore, il tempo della convalida dell’arresto, per poi essere rimessi in libertà. 
Si tratta del cosiddetto fenomeno della porta girevole che causa soltanto un inutile aggravio di lavoro per il personale della polizia penitenziaria. 
A questi dati bisogna aggiungere quelli riguardanti i tossicodipendenti in carcere: sono circa il 25% del totale della popolazione detenuta, nonostante l’Italia sia un Paese il cui ordinamento è caratterizzato da una legislazione all’avanguardia, proprio per quanto riguarda la possibilità che i tossicodipendenti possano scontare la pena all’esterno. 
E’ infatti previsto che i condannati a pene fino a sei anni di reclusione, quattro anni per coloro che si sono resi responsabili di reati particolarmente gravi, possano essere ammessi a scontare la pena all’esterno, presso strutture pubbliche o private, attraverso gli istituti della sospensione della pena e dell’affidamento terapeutico, dopo aver superato positivamente o intrapreso un programma di recupero sociale. 
Nonostante ciò, queste persone continuano a rimanere in carcere. 
Rispetto ad una situazione così dirompente per l’organizzazione penitenziaria è necessario interrogarsi su che cosa fare e quali iniziative intraprendere. 
Riteniamo che la politica debba dare delle risposte certe ed immediate. 

Il piano carceri è una prima e importante risposta, ma bisogna fare ancora di più.