www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 21/08/2017


L’abominevole banalità del male..

Sono allibito, anzi indignato, dal fatto che in questo Paese senza ormai alcuna memoria civile la vita di un incallito criminale come Renato Vallanzasca possa essere considerata talmente importante e significativa (sic!) da essere messa al centro di un libro (“Il fiore del male”) e, prossimamente, di un film nel quale le gesta del pluri-assassino saranno interpretate dal pur bravo attore Kim Rossi Stuart, che ha contribuito con Romanzo criminale a rendere seducenti, ricche di glamour, tenebrosamente maledette le peripezie della «banda della Magliana».

Quale senso ha raccontare la vita di un delinquente che deve scontare 4 ergastoli e 260 anni di carcere per sei omicidi, quattro sequestri di persona, innumerevoli rapine, scontri a fuoco, evasioni, sommosse carcerarie? Posso solo immaginare quanto si sentiranno onorati i familiari dei nostri poliziotti, barbaramente trucidati da questo criminale, qualora dovessero leggere il libro o assistere alla proiezione del film.
Così come si sono sentite ferite ed umiliate le famiglie di quelle vittime massacrate dai criminali protagonisti di storie, rivisitate talvolta anche in chiave romantica, che ultimamente popolano il piccolo e il grande schermo.
  Il crimine affascina più della mediocrità del bene, si sa.
  Ma oramai il crimine strappato alla cronaca nera e consegnato ai colori abbacinanti di un film è diventato una tendenza irresistibile.
Come ha giustamente scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, il cinema è cinema e il sangue versato dalle vittime cinematografiche di Vallanzasca avrà un sapore di pomodoro molto diverso da quello delle sue vittime «reali».
Al cinema la tragedia perde consistenza e diventa spettacolo e avventura.
  Diventa quasi una cosa diversa, la realtà.
  Il successo folgorante di Romanzo criminale diventa un archetipo: una banda di spacciatori brutali e sanguinari acquista cinematograficamente e televisivamente la dimensione del mito, gli spettatori giovani godono ad imitarne gestualità e modi di dire, il bello degli attori si trasferisce sul bello dei loro crimini recitati.
  Il bellissimo volto di Denzel Washington in American gangster rende bello e seducente anche il grande spacciatore di Harlem, il campione della mafia nera che comunque appare infinitamente più attraente dei corrotti, sordidi e bolsi poliziotti di una New York sempre più degradata.
  Il bellissimo Johnny Depp rende incredibilmente affascinante Dillinger.
  E anche nella versione francese del Nemico pubblico il grande criminale appare come un paladino della giustizia che ripara torti e scandalizza la società borghese uccidendo un numero incalcolabile di persone anche nei modi più efferati.
Ha ragione l’Associazione Vittime del Dovere a denunciare che in una parte del panorama cinematografico e letterario italiano esiste una inquietante tendenza alla riproposizione delle gesta di assassini senza scrupoli.
  Tutto ciò porta all’inevitabile legittimazione di eroi negativi.
  Ed è sconfortante prendere atto della totale assenza di sensibilità da parte di uomini di “cultura” che, pur sapendo del dolore dei familiari delle Vittime, cedono alle tentazioni del facile “successo” e non considerano che tale popolarità è costruita sul sangue di tante persone che credevano nello Stato Democratico e si sono battute per il rispetto delle regole e del vivere civile.
Ricordiamo che Renato Vallanzasca ha barbaramente e freddamente ucciso numerose persone, molte delle quali onesti servitori dello Stato, padri, mariti e figli esemplari.
E poi, come già qualcuno ha dichiarato, non ci si mascheri dietro al fatto che questo criminale sta comunque scontando la sua pena, come se questa condizione sia un merito e non un dovere verso la società.
  Quelli come lui, i cui nomi non solo non meritano di essere celebrati, dovrebbero essere dimenticati e destinati al più definitivo degli oblii.
Ha scritto ancora Battista che il «Bel René» che vedremo al cinema sarà dunque bello per forza, per scelta e per esigenze di copione, e quindi la banalità del Male apparirà per forza meno banale.
  E si chiede: chissà quanti saranno i giovani spettatori che troveranno irresistibilmente «fico» quel Kim Rossi Stuart che distribuisce violenza e morte ma che sarà redento grazie alla gradevolezza dell’ aspetto, alla prestanza del suo fisico, al sogno che si leggerà nello sguardo e nei suoi begli occhi.
  Che sarà un eroe, anche se nella vita reale eroe non fu.
  Che sarà il prodotto di un’ avvincente sceneggiatura, anche se il mondo vero non è uno script e chi ci ha rimesso la pelle non si rialzerà quando le luci di scena saranno spente.
  Sarà solo cinema.  Solo? «...
  Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali.
  Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
  Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai familiari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati… Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti...» Questo parole sono estrapolate dall’autorevole appello che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto il 9 maggio 2008 in occasione del Giorno della Memoria dedicato alle Vittime del Terrorismo.
Faccio mio il suggerimento dell’Associazione Vittime del Dovere agli sceneggiatori e ai produttori cinematografici italiani che sempre più spesso prendono spunto da soggetti che animano la cronaca nera.
Ascoltate il Capo dello Stato, date voce alle Vittime, leggete le loro storie e diffondete il loro esempio di coraggio ed abnegazione.
Se la fantasia vi fa difetto, approfondite le testimonianze delle Vittime del Dovere, di uomini troppo spesso dimenticati e caduti nel silenzio più assoluto, servitori dello Stato, umili, ma nello stesso tempo grandi per l’esempio di generosità che li ha portati all’estremo sacrificio.
  Storie di persone perbene che a nessuno viene in mente di rappresentare e che vivono solo nei ricordi dei loro cari.
Celebrate queste vite, ignote ai più. Queste sì.