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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 03/12/2016


Funzione riuducativa della pena, tutela della collettivitą e delle vittime di reati.

Intervento al seminario del 19 marzo 2010 al Comune di Bologna - 1ª parte 

La funzione rieducativa della pena 
1.2. La sentenza della Corte Costituzionale n. 204 del 1974.
 L’articolo 27 della Costituzione, in base al quale la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, è rimasto sostanzialmente inattuato, fino all’approvazione della legge penitenziaria, la n.
354/75, e all’emanazione del relativo regolamento di esecuzione, novellato nel 2000.
 La Corte Costituzionale, con una innovativa sentenza del 1974, la n. 204, essendo stata chiamata a giudicare sulla legittimità costituzionale dell’attribuzione al Ministro della Giustizia della facoltà di concedere, con proprio decreto, la liberazione condizionale, ha affermato «Il diritto per il condannato a che, verificandosi le condizioni poste dalla norma di diritto sostanziale, il protrarsi della realizzazione della pretesa punitiva venga riesaminato al fine di accertare se in effetti la quantità di pena espiata abbia o meno assolto positivamente al suo fine rieducativo; tale diritto deve trovare nella legge una valida e ragionevole garanzia giurisdizionale».
 Istituto, quello della liberazione condizionale, che, come sostiene la stessa Corte, con la legge n.
1634 del 1962, tuttora vigente, era stato introdotto anche per l’ergastolo.
 Proprio in virtù di questa estensione normativa è stato possibile mantenere nel nostro ordinamento la pena dell’ergastolo, evitando così che la Corte Costituzionale la dichiarasse illegittima, proprio in relazione al principio affermato dalla stessa Corte nella citata sentenza n. 204 del 1974.
Non si comprendono, quindi, le argomentazioni di quanti continuano a sostenere che l’ergastolo sia costituzionalmente illegittimo, atteso che si tratta soltanto di una pena edittale che, in virtù del richiamato istituto della liberazione condizionale, non trova concreta applicazione.
 La sentenza de qua ha sostanzialmente introdotto, nel nostro ordinamento, il principio di flessibilità della pena; flessibilità che non è in antitesi con la certezza della pena, come, invece, vorrebbero far credere coloro che ritengono che la pena debba essere scontata interamente, per come l’ha inflitta il giudice in sentenza; una pena, quindi, immutabile, ma non sempre certa.
 Certezza della pena e flessibilità della pena, invece, non sono per nulla in contrasto tra loro, ma esprimono, a mio avviso, concetti diversi.
Certezza della pena non vuol dire che un soggetto condannato alla pena della reclusione debba rimanere in carcere per tutto il tempo previsto dalla sentenza.
Ciò non sarebbe possibile perchè il nostro ordinamento non lo prevede, ma credo che non sarebbe neanche giusto, perché colui che ha commesso il reato, a distanza di anni, potrebbe essere un soggetto diverso da quello che era prima.
E’ del tutto evidente che il passaggio cruciale, nell’esecuzione della pena, è proprio questo: capire se e quando, colui che ha commesso il reato e sta scontando la pena, a distanza di tempo, è cambiato, è un soggetto diverso da quello che era prima.
 E’ questa la fase più importante di tutta l’esecuzione penale.
La fase in cui entrano in gioco diverse componenti: autorità penitenziarie e magistratura di sorveglianza.
Rispetto a quest’ultima vorrei fare una breve riflessione.
Con riferimento sempre alla citata sentenza n. 204 del 1974, la Corte ha affermato che attraverso l’applicazione dell’istituto della liberazione condizionale «Siamo in presenza di una vera e propria rinuncia, sia pure sottoposta a condizioni prestabilite, da parte dello Stato alla ulteriore realizzazione della pretesa punitiva nei riguardi di determinati condannati, rinuncia che non può certamente far capo ad un organo dell’esecutivo, ma ad un organo giudiziario, con tutte le garanzie sia per lo Stato che per il condannato stesso.
Oltretutto si tratta di interrompere l’esecutorietà di una sentenza passata in giudicato, legata al principio dell’intangibilità, salvo interventi legislativi (art 2, comma secondo, del codice penale) o previsioni costituzionali (art.87, penultimo comma, della Costituzione) o provvedimenti giurisdizionali (artt. 553 e 554 del codice di procedura penale) fino a determinare la estinzione della pena, una volta adempiuti gli obblighi imposti».
 La Consulta ha pertanto affermato un principio generale in base al quale tutto ciò che incide sull’intangibilità del giudicato, interrompendo l’esecutorietà di una sentenza, trova legittimazione costituzionale soltanto attraverso interventi legislativi, previsioni costituzionali o provvedimenti giurisdizionali.
 Esperienze giuridiche di altri ordinamenti ci consegnano un quadro diverso dal nostro.
 In Germania, realtà che ho avuto modo di conoscere personalmente, nonché in Inghilterra, sono le autorità amministrative a decidere sull’ammissione ai benefici previsti dalla legge penitenziaria.
 Con il mutare delle condizioni sociali e dell’organizzazione istituzionale del nostro    Paese, probabilmente sarebbe giustificabile una reinterpretazione di quei principi che impediscono, nel nostro ordinamento, un’organizzazione diversa, nell’ambito della quale siano le autorità amministrative, ma non politiche, ad occuparsi di tutta la fase dell’esecuzione penale, compreso l’accesso ai benefici penitenziari.
 1.3. Situazione penitenziaria in Italia e comparazione con altri ordinamenti.
 E’ del tutto evidente, comunque, che tutta l’organizzazione amministrativa deve migliorare ed essere più efficiente di quella attuale.
Noi siamo destinatari di un ordinamento spesso all’avanguardia, ma purtroppo inattuato e inattuabile per le gravi ed endemiche carenze amministrative.
Per carenze amministrative intendo tutto ciò che attiene all’organizzazione dell’esecuzione penale: strutture, mezzi e risorse.
 Strutture inadeguate e fatiscenti, carenza di figure professionali adeguate, come gli educatori, carenza di uomini e donne della polizia penitenziaria, sovraffollamento esasperato, promiscuità della popolazione detenuta e presenza di gravi disagi, come le patologie mentali, la tossicodipendenza che riguarda circa il 25% dei detenuti, gli stranieri che sono circa il 40%, soprattutto extracomunitari, rendono davvero difficile, se non impossibile, attuare qualsiasi programma di recupero sociale e di trattamento individualizzato.
Si deve poi tenere conto del fatto che più del 60% dei reclusi sono in attesa di giudizio, soggetti, quindi, rispetto ai quali non è possibile avviare nessuna opera di rieducazione.
 A ciò si aggiunga la scarsa possibilità di far lavorare i detenuti.
Il lavoro rappresenta il primo e più importante elemento del trattamento.
 In Germania il 70% dei detenuti lavora e fa attività sportive.
 Sudare e non sedere è il motto dei tedeschi, i quali ritengono che «I detenuti devono dissipare le energie».
 Lavoro come elemento preponderante del trattamento, ma anche come elemento dal quale scaturiscono risorse per l’istituzione.
 Tutte le strutture penitenziarie tedesche hanno un bilancio in attivo, proprio grazie al fatto che la maggioranza dei detenuti lavorano.
 Paradigmatica l’esperienza di un detenuto tedesco che era diventato manager di una grande società, quando ancora era in esecuzione di pena, e guadagnava circa dodicimila euro al mese.
 Il confronto con gli altri paesi è utile, anche se non possiamo prendere sempre esempio da tutti.
L’esperienza americana, spesso citata da quanti si occupano di carcere e di esecuzione penale, non può e non deve rappresentare un modello per noi.
Secondo la tesi di Christie, negli USA, vi sarebbe stato un vero e proprio fenomeno di ricarcerizzazione, derivante dal «progressivo e determinante peso politico del settore, tanto pubblico quanto privato, interessato al business penitenziario, comparto economico in forte espansione che non diversamente da quello militare costituisce oggi una delle lobby politiche più influenti nelle politiche nazionali ed internazionali».
 Quindi, il lavoro penitenziario, in America, rappresenterebbe solo una fonte di guadagno per le imprese pubbliche e private, senza alcuna finalità rieducativa, al punto da indurre le istituzioni ad attuare una politica di carcerizzazione selvaggia e, spesso, indiscriminata.
 C’è un altro aspetto della nostra realtà sociale e penitenziaria che non ci consente di poterci assimilare a nessun altro paese.
 Si tratta del fatto che nelle nostre carceri è presente uno zoccolo duro appartenente alla criminalità organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita.
 Con queste persone non è possibile nessuna attività trattamentale e di recupero sociale, atteso che si tratta di soggetti che non potranno mai cambiare regole di vita, proprio per il vincolo che li lega alle consorterie criminali cui appartengono.
 L’unico cambiamento possibile, per questi soggetti, può avvenire attraverso la collaborazione con le istituzioni.
Ipotesi, questa, alla quale consegue, come sappiamo, un programma di protezione e un conseguente cambio di identità.
In questo caso non possiamo, quindi, parlare di recupero sociale, di rieducazione e di trattamento penitenziario.
 Non si comprendono, quindi, le richieste di coloro che vorrebbero l’abolizione del 41 bis, una disposizione normativa importante, anzi, fondamentale per la lotta alla criminalità, che non deve essere depotenziata, proprio in virtù del fatto che nelle carceri esiste questo zoccolo duro della criminalità organizzata, rispetto al quale devono necessariamente prevalere le esigenze di sicurezza rispetto a quelle rieducative e/o trattamentali.
Con queste persone non c’è trattamento che tenga.
Devono essere isolate e tenute in stretto controllo, anche per evitare che attraverso il carcere continuino a delinquere ed a gestire le organizzazioni criminali cui appartengono e di cui, spesso, sono i capi.
L’ultima relazione dei servizi segreti lancia l’allarme proprio rispetto al fatto che i boss possano continuare a governare le loro organizzazioni attraverso il carcere.
 Quindi, le attività di controllo e sicurezza all’interno del carcere devono essere potenziate e non diminuite, sia con riferimento agli appartenenti alla criminalità organizzata, sia per quanto riguarda i terroristi.
 Oggi alcune carceri italiane ospitano anche terroristi internazionali, appartenenti ad Al Quaeda.
Chi sostiene il contrario non ha a cuore le esigenze di sicurezza del nostro Paese, fermo restando la legittimità delle rivendicazioni di ognuno.
Pertanto, è sempre più cogente la necessità di avere una Polizia Penitenziaria che svolga un lavoro di vera e propria intelligence nel carcere, attraverso la raccolta di informazioni, analisi delle stesse e collaborazione con le altre agenzie che svolgono la stessa attività nel nostro Paese.
Abbiamo appreso con piacere, dal Capo del Dipartimento, al recente convegno organizzato dal SAPPE a Roma, che tale attività di collaborazione sta diventando sempre più intensa, oltre che proficua.
 Un’attività, questa, che dovrebbe essere utilizzata anche dalla magistratura di sorveglianza, quando si tratta di dover decidere la concessione dei benefici previsti dalla legge penitenziaria.
E’una grande anomalia del sistema chiedere determinate informazioni agli organi di polizia che operano solo all’esterno del carcere, per soggetti che sono detenuti da medio e lungo tempo.
 (fine prima parte ...continua sul prossimo numero