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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 04/12/2016


Giuseppe Altavista

Nato a Brienza il 22 marzo 1914, trascorse i primi anni in seno alla famiglia.

Compiuti gli studi liceali classici, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli, conseguendo la laurea nel 1937 con il massimo dei voti.
Negli stessi anni frequentava la Scuola Allievi Ufficiali di Napoli, prestando poi servizio quale sottotenente di complemento nel 31° Reggimento dell’Arma di Fanteria di stanza a Napoli.
Nel 1939, avendo superato brillantemente il concorso, entrava in magistratura.
Svolgeva, quindi, prima, il tirocinio come uditore giudiziario, presso la Corte di Appello di Potenza, venendo poi destinato alle funzioni di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ravenna.
In seguito all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, fu richiamato alle armi nel novembre del 1940 e destinato, come tenente, al fronte greco-albanese, dove rimase dal 1941 al 1943, distinguendosi per molte azioni di estremo coraggio, tanto da ricevere la croce al merito di guerra.
Nel marzo deI 1943, in quanto magistrato, fu assegnato quale sostituto procuratore al Tribunale Militare di Guerra delle Forze Armate per la Grecia, ad Atene, dove l’11 settembre 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, venne catturato dai tedeschi e condotto nel campo di concentramento di Luchenvald, in Polonia.
Qui rimase fino all’aprile del 1945 (quando fu liberato dagli alleati), nelle più terribili condizioni di vita sopportando fame, sete, freddo e dovendo svolgere lavori forzati sotto il controllo armato dei tedeschi; in tale situazione rifiutò numerose volte di raccogliere le sollecitazioni degli ufficiali tedeschi che promettevano la libertà in cambio della Repubblica Sociale Italiana.
Tornato in Italia nel 1945, in debolissime condizioni fisiche, non volle richiedere alcuna indennità o pensione per le sofferenze patite ritenendo di aver fatto solo il proprio dovere come cittadino italiano.
Per questi meriti gli fu anche attribuito il distintivo della guerra di liberazione come partigiano.
Rientrato in Italia riprese la sua carriera di magistrato venendo destinato alla Procura della Repubblica di Forli, dove, quale Pubblico Ministero, si distinse per le brillanti dote requisitorie.
Nel 1950 fu trasferito a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia, presso la Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, dove fu assegnato a funzioni direttive di sempre maggiore responsabilità, ricoprendo prima l’incarico di Direttore di vari Uffici (edilizia carceraria, personale carcerario, detenuti); successivamente venne nominato Capo della Segreteria della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, ufficio di coordinamento di tutte le attività di tale Direzione.
Fu chiamato al Gabinetto del Ministro, prima come vice-capo, poi come capo, con vari Ministri succedutisi in quegli anni (Colombo, Reale, GoneIIa Zagari, Gava) per la particolare stima e fiducia che riscuoteva all’interno del Ministero, per la sua totale dedizione al lavoro e per la massima attenzione e competenza per tutte le problematiche giuridiche, tecniche e di carattere umanitario.
Nel frattempo, avendo raggiunto nella carriera il grado di Magistrato di Cassazione e poi Presidente di Sezione, fu nominato nel 1973 Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, incarico che mantenne fino alla sua morte improvvisa il 30 dicembre 1979.
In questi anni si prodigò per il riordinamento del personale degli istituti minorili, in particolare di quello del ruolo dei servizi sociali minorili e del personale presente negli istituti minorili; per migliorare la situazione di servizio, giuridica ed economica degli agenti di custodia, da lui ritenuti elemento fondamentale per il buon andamento dell’amministrazione carceraria.
Soprattutto il suo impegno fu massimo per il miglioramento delle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena, giungendo a far approvare dal parlamento la legge 354 del 1975, di riforma dell’ordinamento penitenziario, voluta e redatta sotto la sua direzione, che rappresenta una svolta storica per il sistema penitenziario italiano.
Per l’opera umanitaria svolta soprattutto nei confronti dei detenuti è stato insignito anche Medaglia d’oro al Merito della Redenzione Sociale e di altri riconoscimenti da parte di fondazioni e istituti di carattere umanitario che operavano all’interno delle carceri.
Contemporaneamente all’attività d’ufficio, ha svolto compiti delicati ed importanti in organizzazioni di carattere internazionale.
Nonostante l’attività professionale e culturale lo assorbisse totalmente, portandolo spesso anche all’estero, non ha mai dimenticato né trascurato la sua Brienza, mantenendo sempre stretti contatti con i suoi concittadini.
Era a Brienza, infatti, che Giuseppe Altavista amava e desiderava trascorrere quei pochi giorni di riposo che durante l’anno poteva concedersi per recuperare le forze e ristorare lo spirito.
Con cura si dedicava sempre ai problemi della comunità di Brienza, adoperandosi in prima persona.
Negli ultimi anni della sua vita e della sua attività lavorativa si trovò ad affrontare il problema del terrorismo, che in particolare nelle carceri si manifestò con la massima virulenza; si sacrificò fino allo stremo delle forze e con estremo coraggio per mantenere fermi i principi dello stato di diritto all’interno delle carceri.Per questo entrò nel mirino delle Brigate Rosse e fu iscritto nelle liste delle personalità da colpire; nonostante ciò non venne mai meno all’impegno del lavoro fino al termine della sua vita.
In questi anni terribili non volle, infatti, chiedere il trasferimento ad altro incarico, per non abbandonare il proprio impegno per l’Amministrazione Penitenziaria.
La morte improvvisa, avvenuta il 30 dicembre 1979, in piena attività di servizio, provocò un forte sentimento di dolore e rimpianto tra i suoi collaboratori e tra le Autorità del momento, tanto che furono intitolati alla sua memoria il Centro Studi Penitenziari e il Museo Criminologico con sede a Roma via del Gonfalone 29, l’Istituto penale per minori di Eboli e l’Istituto penale per minori di Lecce.
In conclusione, si può ricordare il giudizio espresso dall’onorevole Guido Gonella, ex ministro di Grazia e Giustizia nel necrologio apparso sui quotidiani romani la mattina del 31 dicembre del 1979, che lo definì «vittima generosa di un logorante adempimento del dovere»