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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 03/12/2016


Vancouver e dintorni - i Giochi Paralimpici Invernali

Giochi invernali per normodotati si sono conclusi per le Fiamme Azzurre, con il miglior piazzamento di Cecilia Maffei al sesto posto nello short track.

Mentre andiamo in stampa però ci giunge un raggio di sole dal freddo di Vancouver: Gianmaria Dal Maistro e la guida Tommaso Balasso, rappresentanti i nostri colori nella squadra azzurra paralimpica impegnata in Canada dal 12 al 21 marzo, sulle nevi di Whistler Creekside, hanno conquistato nello slalom la prima medaglia per le Fiamme Azzurre nella storia dei Giochi invernali.
La medaglia, di bronzo, è arrivata nello Slalom maschile per visually impaired.
Terzi al termine della prima manche con condizioni meteo proibitive a causa della nebbia ed un ritardo di 86 centesimi dagli spagnoli Santacana-Galindo, hanno fermato il cronometro, nella seconda manche su 57.58, confermando il terzo posto.
L’Oro è andato agli slovacchi Krako / Medera, l’Argento agli spagnoli Santacana / Galindo.
Nel gigante di sci alpino Gianmaria si è ripetuto conquistando il suo secondo bronzo.
Stesso copione dello slalom: l’oro è andato ugualmente alla coppia slovacca Krako/Medera, l’argento agli spagnoli Santacana/ Galindo.
E dato che non c’è due senza tre, al penultimo giorno di gare, Gianmaria Dal Maistro, con Tommaso Balasso, hanno vinto la terza medaglia di questa edizione conquistando l’Argento nella Super Combinata Visually Impaired.
Tom e Jerry, dopo il quarto posto nella frazione di Super G, hanno recuperato due posizioni nello Slalom chiudendo al secondo posto e conquistando la medaglia d’Argento.
Una olimpiade da incorniciare per i due talenti delle Fiamme Azzurre e da guardare con orgoglio da parte di tutto il Comitato Paralimpico guidato da Luca Pancalli.
I due campioni nostrani, da soli, hanno contribuito in maniera determinante a che l’edizione 2010 dei Giochi parli italiano in almeno tre delle specialità invernali in gara.
Meravigliosamente abili, Gianmaria e Tommaso ci hanno regalato una grande gioia dopo le piccole e grandi delusioni olimpiche.
Delusioni che non sono da addetti ai lavori che si attendevano una pioggia di medaglie dalle Fiamme Azzurre in gara, sebbene intendiamoci, sarebbe stata una pioggia gradita una volta tanto.
A noi in fondo il bicchiere risulta mezzo pieno considerando anche solo la partecipazione a Vancouver di una buona rappresentanza del team della Polizia Penitenziaria e pensando in prospettiva all’esperienza accumulata da atleti giovanissimi che potranno dire la loro di qui in poi nelle kermesse a cinque cerchi.
La delusione per le medaglie mancate è stata di altri nel quadro più in generale della débacle azzurra in fatto di podi complessivamente conquistati alla fine dei Giochi da tutti gli atleti presenti, e alla prova in ombra dell’elemento più in vista in azzurro e delle Fiamme Azzurre, Carolina Kostner.
Riguardo alla prova di Carolina però, la questione va separata in due parti: il podio mancato e la prova in se per se.
Di podio chi è più vicino all’ambiente del pattinaggio italiano ed internazionale non ha mai parlato alla vigilia.
Nemmeno dal quartier generale delle Fiamme Azzurre si era mai pensato di caricare la nostra portacolori della responsabilità di dove tornare dal Canada con la medaglia al collo.
La speranza era che intanto rientrasse nelle dieci, col beneficio di quelle punte di eccellenza che le sono state congeniali in molte occasioni passate e che possono anche fare la differenza se le avversarie non sono proprio precisissime.
Solo a quel punto la zona podio sarebbe stata più vicina pur restando blindatissima dalla potenza coreano-giapponese che monopolizza ormai la scena internazionale ed è destinata a continuare a farlo per molto anche in futuro a giudicare dalle giovanissime leve che si sono messe in evidenza con un esordio olimpico brillantissimo in terra canadese.
Tra tutte la nippo-americana, compagna di allenamento di Carolina e allenata ugualmente da Frank Carrol, Mirai Nagasu, quarta a sedici anni.
Di più di un posto nelle dici non si poteva assolutamente chiedere a Carolina: pur eguagliando il punteggio di Tallin che le era valso il titolo d’Europa appena un mese prima di Vancouver sarebbe giunta nona, lontana dalla terza posizione della canadese Joannie Rochette con 202.64 punti, dall’argento della giapponese Mao Asada che ha chiuso a 205.5 e a distanze da Everest dall’inarrivabile Yu Na Kim.
Proprio la coreana, semplicemente di un altro pianeta, è stata la prima donna a superare il muro dei 200 punti.
Ha eseguito in aria l’impossibile atterrando con la leggerezza di una piuma, e, misura del suo enorme talento, è stata in grado di far sembrare semplice e naturale uno sport che è forse tra i più complicati al mondo.
Con il suo score finale sarebbe entrata anche nei dieci della classifica maschile.
La prima terrestre dopo di lei, Mao Asada, ha convinto, l’atleta di casa Joannie Rochette, bronzo finale, ha commosso il mondo gareggiando a pochi giorni dalla morte della madre, fulminata da un infarto, ed è stata una prova di nervi ben saldi la sua prestazione oltre ai meriti tecnici dimostrati.
E Carolina? Non sorride più all’ingresso sul ghiaccio come le si era visto fare all’europeo, parte l’aria di Bach, è tesa, si vede, dovrebbe iniziare con un salto triplo-doppio-doppio, ma sul triplo mette le mani a terra e quindi i due doppi abortiscono.
Sul successivo triplo lutz cade ma pare voler reagire.
Dopo il primo axel e doppio riusciti il Coliseum Palace la rincuora con un caloroso applauso.
Triplo flip e di nuovo è a terra.
Il pubblico la sostiene ancora.
Triplo loop e terza caduta.
Il Coliseum a questo punto diventa anch’esso di ghiaccio.
Poi esegue gli angeli e la serie di passi, ma la gara è irrimediabilmente andata e la finirà in sedicesima posizione, facendo peggio di Torino 2006 ed era dura riuscirci, uscendone delusa quanto al mondiale di Los Angeles e con le mani sul volto quasi a non voler credere a quei quattro minuti da incubo per lei e per chi l’ha guardata.
Il giudizio della stampa è spietato.
Cominciano ad arrivare titoli al limite delle offese personali che la definiscono regina immaginaria, cenerentola senza magia, fragile, pesante, confusionaria ed incapace di comprendere lo scarto che c’è tra quel che è e quel che dice di voler essere, sul web qualcuno la ribattezza Cadolina, la sua prova è giudicata come quattro salti in padella, uno strazio, un pianto, un ruzzolare contro se stessa.
Tra le frasi più demolitorie c’è quella di un noto quotidiano nazionale non sportivo che si chiede: «C’è qualcuno in grado di prenderla per mano, nella sua sensibilità un po’ autistica, in grado di farle capire che il tempo invecchia in fretta e che i fantasmi (si legga i fantasmi che ha dentro di lei) muoiono appena si smette di sognarli?» Queste citazioni sono solo una selezione minima del tanto che si è scritto e del troppo che si è detto.
Il Presidente del Coni Petrucci, che adora il carro dei vincitori ed in genere si limita ad avere parole solo per quelli che vi salgono dopo prestazioni da podio, ha chiosato sulla vicenda affermando che Carolina «Non sarà mai una campionessa».
Il perché di tanto accanimento contro di lei dopo le altre sconfitte della spedizione azzurra tutto sommato passate in sordina, è da rintracciarsi nell’enorme campagna mediatica che è stata fatta da sempre intorno alla figura del talento gardenese e nelle aspettative tutte giornalistiche di successi sportivi sempre più alti che ne legittimino fama e attenzioni degli sponsor.
La Kostner è stata fatta oggetto di previsioni verticistiche nelle classifiche internazionali in modo esponenziale rispetto alla crescita della sua popolarità, ma in tutto questo scrivere, attendersi molto e caricare di responsabilità la persona che sul ghiaccio ha finora vinto più di chiunque altro nella storia del pattinaggio di figura azzurro, nessuno o quasi si è soffermato a guardare l’evoluzione rapidissima del pattinaggio che da artistico (qual è quello da sempre praticato da Carolina) è diventato nel giro di pochi anni acrobatico, funambolico e pazzescamente tagliato su misura per le esili e minute coreane e giapponesi tanto da precludere il cammino di chiunque nella rincorsa a quelle posizioni di vertice.
Tutti erano convinti dell’idea che Carolina, la Winx sui pattini, avesse dovuto vincere come all’europeo di Tallin, la gara senza Giappone e senza Korea.
Speriamo che da Vancouver in poi si ritorni alla valutazione della realtà per quella che è e che il flop innanzitutto delle previsioni giornalistiche prima che della prova dell’atleta delle Fiamme Azzurre suggeriscano ponderazione nell’incensare o buttare giù dalla torre i campioni.
Speriamo che Carolina stessa ritrovi la tranquillità di essere semplicemente il talento che è magari tornando a sorridere, e a divertirsi quando pattina abbandonando per prima l’idea, o il terrore, di dover vincere ad ogni costo.
Se ai mondiali di Torino del prossimo 27 marzo ci riuscisse, sarebbe già quella una grande vittoria.
Storia dei giochi paralimpici e di Tom & Jerry La prima edizione dei Giochi Paralimpici si svolse nel 1976 a Ornskoldsvik, in Svezia, e dalla edizione del 1992 (Albertville) la manifestazione viene ospitata dalla stessa sede alla quale sono stati assegnati i Giochi Olimpici.
Fondamentale conquista per la visibilità di tutto il movimento sportivo paralimpico è stata la decisione di trasmettere da questa edizione tutte le gare ed in diretta.
Ci si può augurare che ciò sia solo un primo passo deciso per abbandonare l’abitudine di parlare di campioni di tale valore solo per brevi flash a margine di qualche trasmissione sportiva.
I Paesi partecipanti a Vancouver sono passati dai 39 di Torino 2006 agli attuali 44 e gli atleti iscritti da 474 a 507.
Quattro anni fa gli azzurri conquistarono otto medaglie complessive (2 ori, 2 argenti e 4 bronzi), anche per merito di Dal Maistro e Balasso.
Gianmaria, nato trent’anni fa a Schio (4 dicembre 1980) è il portabandiera azzurro alla cerimonia di apertura dei Giochi.
A soli quattordici anni c’è stata la sua prima convocazione in azzurro.
Nel 1996 esordisce ai campionati mondiali austriaci di Lech giungendo quarto nello slalom gigante.
Nel 1998 ai giochi Paralimpici di Nagano 1998 conquista due argenti ed un bronzo, due anni dopo fa sua anche la Coppa del Mondo di specialità nello slalom speciale.
Alle Paralimpiadi statunitensi di Salt Lake City 2002 è stato argento nello slalom gigante.
Nel 2003 vince la Coppa del Mondo di specialità nel super gigante ed ai mondiali di Wildshonau (Austria) del 2004 porta a casa due argenti ed un bronzo.
Il risultato più importante della sua carriera, sogno di qualunque atleta magnificamente dotato come lui, è stato l’oro nel Super gigante delle IX Paralimpiadi invernali di Torino 2006.