www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/04/2010  -  stampato il 11/12/2016


Storia di ordinaria ingiustizia

Come ammazzare la moglie e vivere felici.

E’ una delle storielle che Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto di Torino, riporta nel suo libro Toghe rotte, cronaca di ingiustizia quotidiana, raccontata da chi la giustizia la fa tutti i giorni.
Il libro, con la presentazione di Marco Travaglio, è scritto da Tinti ed altri colleghi che hanno deciso di condurre per mano il lettore nelle aule dei nostri tribunali per fargli toccare con mano la giustizia ingiusta.
Non è un libro per addetti ai lavori.
E stato scritto per essere letto da tutti, chiaro, semplice, spietato, divertente.
Ritornando alla nostra storiella, diciamo subito che le mogli possono stare tranquille.
La storia è reversibile e può essere destinata anche ai mariti: la riassumo in maniera ancora più semplice di quanto ha fatto l’autore sfrondandola di tutti gli aspetti tecnici per renderla accessibile al comune lettore.
Forse è al limite dell’assurdo, ma non tanto.
E’ però indicativa di come, scattando determinati meccanismi processuali, pur a fronte di un delitto, si possa uscire dalla porta principale del tribunale invece che da quella sotterranea che porta al carcere.
Un uomo, all’inizio del 2006, dopo aver sperperato tutti i beni della moglie senza fargliene accorgere (in realtà l’ha truffata) decide di ucciderla e lo fa anche in maniera spietata, come solo si può fare quando l’amore si trasforma in odio.
Commesso il delitto, chiama il suo avvocato e si fa accompagnare dai carabinieri dove confessa, a verbale, sapendo che la presenza dell’avvocato darà valenza processuale al verbale e alla sua confessione.
Dichiara di aver ucciso la moglie perché, asserisce, lo tradiva con il suo migliore amico, descrive le modalità, indica il luogo dove si trova il cadavere, consegna l’arma del delitto e le chiavi dell’appartamento per consentire di verificare quanto ha dichiarato.
I carabinieri corrono a casa e possono constatare che è tutto vero, avvisano il Pubblico Ministero di turno, fanno gli accertamenti e i rilievi del caso.
Il nostro uomo non viene arrestato perché il Pubblico Ministero sa che il Giudice delle Indagini Preliminari difficilmente concederebbe la custodia cautelare mancando uno dei tre requisiti previsti dall’art.274 del codice di procedura penale (quello sul banco degli imputati anche in questi giorni ogni volta che il magistrato scarcera qualcuno), indispensabili per tenere una persona in carcere.
In particolare: a) non sussiste pericolo di inquinamento di prove, perché è stato lo stesso marito ad avvertire i carabinieri, ha confessato il delitto, ha offerto spontaneamente tutte le prove necessarie e quindi non c’è più niente da inquinare; b) non sussiste pericolo di fuga per gli stessi motivi.
Se avesse voluto fuggire non sarebbe andato dai carabinieri accompagnato dal suo avvocato; c) non sussiste pericolo di reiterazione del reato, perché di certo non se ne andrà in giro ad uccidere mogli.
Una ne aveva, l’ha uccisa e ormai basta così.
D’altra parte il suo comportamento processuale è stato ineccepibile: si è costituito, ha confessato, si è messo a disposizione degli inquirenti.
L’indagine si conclude e in pochi mesi viene portato davanti al Giudice con l’accusa di omicidio aggravato.
Pena prevista: ergastolo.
A questo punto scatta la strategia difensiva e tramite i suoi legali chiede di essere processato con il rito abbreviato, che prevede la riduzione di un terzo della pena.
Di fronte alle due circostanze aggravanti - omicidio con sevizie e reato commesso al fine di occultarne un altro (non far scoprire alla moglie la truffa) - chiede le attenuanti avendo scoperto che lei lo aveva tradito con il suo amico.
Questi, d’accordo con il marito omicida, confermerà integralmente tale versione, fornendo eventualmente anche particolari che avvalorano il rapporto, tanto la signora è morta e di certo non potrà smentirlo.
L’omicidio quindi è stato commesso in uno stato d’ira dovuto a fatto ingiusto di lei e merita questa forma di attenuante (art.62 comma 2 codice penale).
Il nostro protagonista si preoccupa anche di risarcire il danno ai parenti della moglie, per cui merita anche l’attenuante del risarcimento danni (Art.62 comma 6 codice penale).
Se poi gli si aggiungono le attenuanti generiche (è stato sempre un lavoratore, non ha mai preso una contravvenzione, ha confessato, etc..) avrà messo sul piatto della bilancia una serie di circostanze attenuanti che il giudice dovrà valutare per vedere se “pesano” più delle aggravanti, cioè se sono prevalenti.
Se decide in tal senso la pena prevista passa dall’ergastolo alla reclusione da 24 a 30 anni : considerata la dinamica dei fatti è altamente probabile che si partirà dai 24 anni.
Con una prevedibile contabilità processuale, il nostro imputato comincia a scalare dai 24 anni iniziali le riduzioni dovute per le attenuanti : meno un terzo di pena per lo “stato d’ira”, meno un terzo di pena perché “ha risarcito” i familiari, meno un terzo di pena per le “attenuanti generiche” che non si negano a nessuno, arriva ad un residuo di sette anni e mezzo.
Siccome ha chiesto il rito abbreviato bisogna decurtare un altro terzo e siamo a cinque anni.
Però i fatti sono avvenuti prima del 2 maggio 2006 - termine previsto per fruire dell’ultimo indulto - ed allora gli spetta anche lo sconto di questi tre anni di indulto.
Ne restano quindi due.
A questo punto, dice, anni residui, potrà chiedere di essere ammesso ai servizi sociali, che significa stare a casa, lavorare, fare una vita normale ed essere controllati di tanto in tanto da un’assistente sociale.
Da una pena prevista di 24 anni, per una perversa applicazione di norme tecnico giuridiche, ne potrebbe scontare solo due e mezzo.
Il meccanismo ha funzionato e tutto sommato il carcere sarà solo un breve incidente di percorso per liberarsi della moglie (o del marito, se la protagonista è una lei).
Quella descritta – liberamente ricostruita da un capitolo del citato libro - non è una storia del tutto folle e fantasiosa e non vuole di certo istigare qualcuno a liberarsi del partner, anche perché nessuno può garantire lo stesso effetto domino di circostanze favorevoli.

Forse è surreale ma è il frutto di elaborazioni processuali applicabili realmente perché previste dal nostro codice di procedura penale, in un susseguirsi di duelli vissuti tutti i giorni nelle aule di giustizia di questo Paese dove, sotto il cartello “la giustizia è eguale per tutti (e si esercita nel nome del popolo)”, è sempre più difficile assicurare la giustizia vera e, quando accade, non sempre è giusta, ancor meno eguale, mai tempestiva.