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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/11/2017  -  stampato il 18/11/2017


Il fallimento dell''amministrazione penitenziaria che si vuol far pagare alla Polizia Penitenziaria

Il fallimento della “mission” da parte della Amministrazione Penitenziaria, è raccolto in poche righe, in quel decreto che teoricamente sarà la panacea di tutti i mali che attanagliano le carceri Italiane.

Non mi riferisco al destino dei colleghi in servizio nelle sedi extra moenia, quella è una farsa che non porterà nulla di buono, sia per chi lavora in istituto, sia per l’Amministrazione in generale.

Io mi riferisco a quel decreto, e lo identifico quale simbolo del fallimento e della inadeguatezza di questa classe dirigente e politica, perché quello strumento, viene impunemente utilizzato per mascherare la incapacità strutturale nel saper gestire l’Amministrazione Penitenziaria, incapacità del ministro e dei sui dirigenti, i quali sono stati comunque pronti a fare misera sperequazione sulla fiducia dei colleghi negli istituti, lasciando credere che finalmente, vivaddio, da ora ogni movimentazione extra moenia rispetterà categoricamente i meriti e non terrà conto delle raccomandazioni.

Infatti, subito prima di mettere “nero su bianco”, hanno provveduto a trasferire comandati presso altra amministrazione due colleghi, uno dalla sede di via Arenula (USPeV), alla Procura di Spoleto e il secondo dal carcere di Genova Marassi alla Segreteria politica di un senatore della maggioranza.

Le bugie hanno le gambe corte e, il fallimento e l’incapacità dei soggetti che chiamo in causa è dimostrata dai fatti.

Costoro, oltre a raccontare favole ai colleghi degli istituti credendo di ingraziarseli, dimostrano che sono talmente lontani dal “carcere” ignorandone ogni aspetto, ivi compreso quello rieducativo che tanto piace a parole per riempirsi la bocca ma per nulla nei fatti.

In oltre trenta anni di servizio nell’Amministrazione, ho assistito ad un lento ed inesorabile declino del sistema, per nulla supportato dalle decisioni di chi doveva avere una visione strategica.

Tutto inizia nel 1986, con l’entrata in vigore della legge “Gozzini”, un impianto giuridico innovativo che avrebbe dovuto portare dei benefici.

La legge Gozzini, non è altro che la fisiologica evoluzione ed innovazione dell’ordinamento penitenziario italiano, entrato in vigore e attualmente disciplinato dalla legge 26 luglio 1975 n.354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà).

Questi due importanti impianti giuridici, sono stati completamente ignorati e disattesi da chi negli anni si è avvicendato ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, occupando posizioni di importanza strategica a vario livello, e ancor meno hanno fatto i politici che hanno assunto la guida della “giustizia” Italiana, andando ad assumere l’importante “carica” di Ministro.

Questo fallimento è sotto gli occhi di tutti e non di certo attribuibile agli Agenti di Custodia prima e alla Polizia Penitenziaria poi.

Un organismo di “polizia” per sua natura ha l’onere di garantire il rispetto di regole, sia di carattere generale che specifico, in questo caso particolare è pleonastico ricordare che la sicurezza degli Istituti di Pena è di competenza della Forza di Polizia che opera alle dipendenze del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che forse per natura, anche tutte le sedi centrali e periferiche del Ministero della Giustizia dovrebbero beneficiare della tutela della Polizia Penitenziaria, lo scrivo, perché forse ai più sfugge che dentro questo Dipartimento, stiamo a CASA NOSTRA e siamo quelli che dovrebbero fare la voce “grossa”, non fosse altro che per i numeri che ci rappresentano, e che il nostro destino e la nostra dignità di poliziotti, non può e non devono essere calpestati da “quattro” “ignoranti”, nel senso che ignorano la nostra storia e le nostre funzioni, che è bene ricordarlo, ci sono riconosciute da leggi dello Stato e non sono mere concessioni del “signorotto” di turno, che sia un Capo Dipartimento o un Ministro.

Fatta questa doverosa premessa, vengo al dunque, ovvero parliamo del “fallimento”.

La legge del 1975 prima, del 1986 poi, e tutti gli altri istituti giuridici collegati, ponevano come prerogativa, la finalizzazione della pena in un percorso rieducativo il quale avrebbe dovuto portare dei benefici alla società in primis, e a coloro che andavano a scontare una condanna.

Lo strumento primario che è stato individuato è, udite, udite, il lavoro!

Questo percorso rieducativo, non è mai iniziato, anzi ove fosse esistito è stato fatto di tutto perché fallisse miseramente.

Negli anni, ho viso lentamente ed inesorabilmente chiudere realtà significative a causa del lassismo di una classe dirigente inadeguata, prima come ora, tutti pronti a riempirsi la bocca con belle parole, poi nei fatti inconcludenti e non all'altezza, il cui esclusivo “focus” è stato la carriera personale, la posizione economica e privilegi di vario genere, tutto questo sulle spalle degli agenti di custodia prima e dei poliziotti penitenziari poi.

Esistevano falegnamerie, officine per fabbri, manifatture tessili, calzolai ecc..

Tutte queste realtà, presupponevano dai “capi d’arte”, ovvero delle figure professionali assunte dall’amministrazione al fine di essere impiegati negli istituti per insegnare “il mestiere”.

A fronte di questa esigenza primaria, i così detti “capi d’arte” ovvero dei “tecnici specializzati” inquadrati nelle varie aree funzionali e fasce retributive, sono decenni che non vengono assunti.

Una mera ricognizione, potrà dimostrare che queste figure professionali fondamentali, sono delle vere e proprie chimere e quelle poche che rimangono sono impiegate in ben altre mansioni (il problema è la polizia penitenziaria), tutto questo perché l’amministrazione, ovvero chi ne decide volente o nolente le sorti, ha stabilito che determinate realtà dovevano essere chiuse perché antieconomiche, oppure essere date in gestione parziale o totale ai privati.

Infatti, si privilegiano le cooperative al fine di realizzare ex novo progetti finalizzati al reinserimento dei detenuti solo in via teorica, attingendo ai fondi messi a disposizione dalla Cassa delle Ammende, per realizzare realtà dove teoricamente dovrebbero lavorare molti detenuti, e invece sono serviti in primis a far realizzare dei business come un punto vendita su strada sfruttando i locali di un istituto di pena della capitale.

Ora, se c’è una cosa antieconomica è la gestione della cosa pubblica appaltata al privato, questo per tutta una serie di motivi, che ad elencarli si rischierebbe nel migliore dei casi una querela.

Allora, dicevo, invece di assumere queste importanti figure professionali, l’Amministrazione Penitenziaria con splendide operazioni mediatiche di facciata, ha riempito i propri quadri di altre figure, non meno importanti, ma sicuramente ampiamente sufficienti in numeri decisamente più ridotti, tali figure, oltre a saturare le caselle, hanno nel tempo anche minato le risorse finanziarie, perché decisamente in sovrannumero rispetto alle reali necessità e perché, nel tempo elevati a dirigenti, con tutto ciò che ne consegue.

In tutto questo, la parte del “sacco” a prendere botte è stata lasciata sempre alla Polizia Penitenziaria, la quale non ha un numero di dirigenti adeguati in proporzione alla “forza”, ha un organico decisamente carente rispetto alle esigenze e, non le viene riconosciuto il ruolo per cui è nata, ovvero garantire l’ordine e la sicurezza negli istituti penitenziari, e garantire la così detta certezza della pena.

Certezza della pena che dovrebbe essere caratterizzata da una percorso di “recupero” tramite il lavoro, ora pensare che, sia il lavoro in carcere, che quello all’esterno possa prescindere da un organo di polizia che garantisca la società vigilando è semplice follia.

Per cui il signor Orlando, la famigerata “polizia della rieducazione”, la tenga per se, cerchi di rispettare chi con sacrificio anche della propria vita ha giurato e mantenuto fedeltà allo Stato sposando il dovere di garantire la sicurezza dei liberi cittadini e non ultima la sua quale Ministro (le ricordo che la sua tutela è compito della Polizia Penitenziaria), e uomo libero.

A tal riguardo, la invito, signor Orlando, a leggere le fonti normative che ho citato, sempre che le voglia comprendere, faccia una ricognizione seria su quante “lavorazioni” nelle varie carceri italiane sono andate alienate oppure sono state cedute alla gestione di privati, con non pochi profitti, a causa della incompetenza ed inadeguatezza di direttori e dirigenti e cerchi di capire che la rieducazione spetta ad altri soggetti e, soprattutto, il rigore che vuole dimostrare sui distacchi dei poliziotti penitenziari, lo dimostri nei confronti di quei dirigenti che forse non gliela hanno raccontata giusta.

Ciò che più dovrebbe preoccupare, è il fatto inequivocabile che la gestione generale della Amministrazione Penitenziaria è più vicino a quella di una bottega artigianale che ad una gestione manageriale come vorrebbe la logica.

Infatti, rasentiamo l’assurdo e ci troviamo davanti a situazione che definire grottesche è puro eufemismo.

Il dirigente, direttore dell’ufficio della polizia penitenziaria non parla con il proprio direttore generale di riferimento, che a sua volta non parla con il capo dipartimento che a sua volta non parla con il ministro, il quale è bene ricordarlo non era nell’elenco dei ministri, quel posto era stato teoricamente destinato al dott. Gratteri, che forse ha avuto la pecca di dichiarare apertamente fiducia alla Polizia Penitenziaria… Praticamente un settore nevralgico per la sicurezza interna dello Stato, è in balia di liti e pettegolezzi veniali degni di comari di paese.

Chiudo con una semplice riflessione, io ormai “politicamente” parlando, da sindacalista vi considero tutti degli antagonisti, ed in proposito vi chiedo di fare un passo indietro, perché quello che state portando a compimento, dimostra in maniera inequivocabile che ci troviamo davanti a due ipotesi, lei e questi dirigenti, siete inadeguati e, quindi vi dovete dimettere, oppure siete in malafede e anche in questo caso vi dovete dimettere.