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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/01/2018  -  stampato il 17/01/2018


La resa e lo scioglimento della Polizia Penitenziaria: una scelta che avrÓ pesanti ricadute per lo Stato

La definizione di “piccoli monarchi di stati indipendenti” dei direttori delle carceri che ho letto recentemente, è quella che più si avvicina alla realtà dei fatti. Le carceri sono di per sé dei luoghi chiusi, spesso situate in piccoli Comuni, intrisi a loro volta di un atavico campanilismo.

Del resto è la prerogativa dell’Italia, composta da più di ottomila realtà amministrative, ognuna con i propri simboli, le proprie tradizioni culinarie, il proprio sindaco, parroco, comandante dei vigili e Maresciallo dei Carabinieri: una frammentazione, spesso rafforzata anche da ulteriori divisioni in contrade, che in fondo è alla base delle gioie e dei dolori della nostra Nazione. Non potevano essere da meno le carceri che hanno, ognuna, un proprio regolamento interno, propri ordini di servizio, proprie strutture architettoniche, il proprio secolo di costruzione, il proprio magistrato di sorveglianza, la propria associazione di volontariato di riferimento e presto anche il proprio garante dei detenuti.

Questa frammentazione è del tutto invisibile ai politici e all’opinione pubblica. Basti pensare che lo stesso termine carcere è utilizzato per indicare realtà come Lanusei, Lauro o Pordenone che, sommate tutte e tre, possono contenere circa cento persone, ma anche Torino, Rebibbia, Poggioreale e Pagliarelli che ne contengono più di mille ciascuna.

A gestire tutta questa babele di penitenziari c’è il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria che a sua volta è suddiviso in Provveditorati come ad esempio quello di Puglia-Basilicata che gestisce 2.700 detenuti e quello di Lazio-Abruzzo-Molise che ne amministra 7.100.

Per non parlare delle diverse professionalità che lavorano ed interagiscono con le carceri: educatori, psicologi, insegnanti, medici, volontari, etc. ognuno con i propri ordini professionali e campi di intervento. Unica eccezione in questa frammentata babele amministrativa è il Corpo di Polizia Penitenziaria. In questo caso però, la parola Corpo è del tutto fuorviante.

Un corpo infatti, agisce in modo coerente, pur con tutte le sue differenti parti e funzioni, ma per fare questo ad un corpo serve un cervello che pensi, decida ed agisca; un organo del tutto assente nella Polizia Penitenziaria.

E’ vero, c’erano una volta gli Ufficiali degli Agenti di Custodia con un proprio ufficio di coordinamento in quella che era la Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena prima della riforma del 1990.

Ma il Corpo degli Agenti di Custodia venne smantellato. Poi è arrivato il nuovo Corpo di Polizia Penitenziaria e, con il nuovo millennio, anche i Commissari, pressoché inutili, se non al DAP perché, guarda caso, alcuni sono sommersi da incarichi dipartimentali che danno punteggio per la progressione in carriera, con le dovute eccezioni di coloro che cercano di salvare il salvabile nelle carceri, pur avendo mantenuto funzioni addirittura inferiori a quelle degli ispettori comandanti pre istituzione del nuovo ruolo.

Nonostante tutto, anche senza un cervello, il Corpo di Polizia Penitenziaria è riuscito a mantenere fede al compito assegnatogli: garantire l'ordine all'interno degli istituti di prevenzione e pena, tutelandone la sicurezza. Un compito svolto fin troppo bene ed è proprio per questo che è diventato un Corpo che ha dato fastidio a molti, non solo alle persone detenute. Ad altre figure professionali invece, è stato affidato il compito di rieducare i detenuti: una missione fallita del tutto perché, diciamolo chiaro e tondo, il sistema penitenziario, con tutti i suoi magistrati, dirigenti, amministrativi, politici, volontari e garanti, non funziona.

Da quando questo fallimento è diventato evidente a tutti (ricordate i bei tempi quando girava la fake-news che avevamo il miglior sistema penitenziario che tutto il mondo ci invidiava?), allora sono iniziate due operazioni politiche e mediatiche.

La prima, iniziare a smembrare il Corpo di Polizia Penitenziaria smantellandone ogni organo che potesse raggiungere visibilità e meriti all’esterno. Il tentativo era già nelle motivazioni dello scioglimento degli Agenti di Custodia, ma è con la Polizia Penitenziaria che si sono gettate le basi del definitivo sgretolamento di una forza legittimata al controllo della legalità nei penitenziari.

La seconda, svuotare di significato il concetto stesso di carcere, travasando la popolazione detenuta dall’interno delle carceri, all’esterno, grazie alle misure alternative (alternative al carcere appunto). A giustificare la legittimità di questa seconda operazione, ogni giorno viene diffusa l’altra fake-news, quella sui presunti dati della recidiva che, grazie ad uno studio del DAP di dieci anni fa, del tutto parziale e limitato, permette a chiunque di affermare che la recidiva si abbassa di molto se una persona accede alla misure alternative rispetto ad un’altra che sconta la sua pena in carcere. Con questa motivazione è stato anche creato a tavolino il Dipartimento della giustizia minorile e di comunità. Un Dipartimento, quello minorile, che la riorganizzazione del Ministero firmata da Orlando avrebbe dovuto chiudere e far riassorbire nel DAP che aveva già al suo interno la gestione delle misure alternative e che invece, contravvenendo proprio alle premesse della riorganizzazione, volte al risparmio e alla valorizzazione delle competenze già raggiunte, è stata affidata al neonato dipartimento minorile e di comunità.

Gli scricchiolii di questa operazione sono già evidenti e lo saranno sempre di più considerata la mole di lavoro che verrà riversata sugli UEPE e sui Tribunali di sorveglianza, a fronte dei risibili incrementi di organico delle varie aree, sia quella amministrativa che di Polizia Penitenziaria.

Tutte e due le operazioni, smantellamento della Polizia Penitenziaria e travasamento dei detenuti, combaciano con altre operazioni più ampie che sarà più facile comprendere nella loro interezza e misurare nella loro portata, solo fra qualche lustro, ma che traggono forza e qualche volta hanno inizio, proprio nelle carceri, così come è già successo in passato. Basti pensare a quei fatti, all’epoca apparentemente insignificanti, che sono avvenuti proprio nei penitenziari e nel DAP, e che oggi sono oggetto del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

C’è oggi qualcuno che potrebbe opporsi a questo smantellamento e travasamento? Di certo non la Polizia Penitenziaria che attualmente è la somma dei 38mila corpi di polizia che iniziano e finiscono in ogni singolo poliziotto penitenziario. Ognuno con le proprie esigenze e con il proprio angolo di paradiso da guadagnare, non importa se a costo di infangare la propria dignità e quella del Corpo. Mi rendo conto che una tale affermazione è del tutto irrispettosa nei riguardi di tutti quei colleghi che svolgono ogni giorno il proprio lavoro con dignità, in silenzio, davvero al servizio del Paese, ma probabilmente è solo questione di tempo: anche loro saranno costretti a gettare la spugna come già hanno fatto tanti poliziotti insospettabili. Di certo non si potranno opporre i sindacati rappresentativi che non sono in grado di gestire le proprie frammentazioni interne, figuriamoci se possono unire ed indirizzare un Corpo di Polizia.

E’ su questo scenario un po’ più ampio che vanno inquadrate le discussioni sull’opportunità o meno di sciogliere il Corpo di Polizia Penitenziaria e farlo confluire nel Ministero dell’Interno e quindi, Polizia di Stato. Per fare cosa? I più illusi tra noi, vorrebbero passare a miglior corpo per diventare finalmente poliziotti a tutti gli effetti, come se oggi non lo fossimo già, traendo motivazioni più dai propri complessi di inferiorità che da una reale aspirazione.

Altri, più realisti, vedono di buon grado un passaggio alla Polizia di Stato per evitare di fare da “maggiordomo ai detenuti”. Entrambe le motivazioni però, omettono un fatto: se in tutti questi anni non siamo riusciti a guadagnare o a mantenere il rango di Polizia, se siamo quasi finiti a fare i maggiordomi, la responsabilità di chi è? Solo di un’amministrazione matrigna? Suvvia ...pensate davvero che una volta transitati nella Polizia di Stato saremmo accolti a braccia aperte e considerati alla pari? Pensate davvero che quegli stessi uomini e donne, decine di migliaia, che non sono riusciti a tenere testa ad un centinaio di direttori/educatori promossi dalla Legge Meduri, riusciranno a diventare Polizia di Stato dall’oggi al domani?

Un’altra illusione, è quella di entrare a far parte di un’apposita specializzazione della Polizia di Stato con l’incarico del controllo sulle misure alternative all’esterno, con il miraggio di diventare una specie di Marshals statunitensi. Suvvia, un’altra volta ...pensate forse che le stesse menti che a quel punto avranno raggiunto lo scopo di smantellare di una forza di polizia all’interno delle carceri, consentiranno di crearne un’altra, sia pure come specializzazione, con i mezzi e i poteri dei Marshals degli USA in grado di agire all’esterno?

Tuttavia, è pur vero che i piani decisi ed attuati da altri, ormai hanno pesantemente condizionato il lavoro della Polizia Penitenziaria, compromettendone il compito di poter garantire l’ordine e la sicurezza all’interno dei penitenziari, soprattutto dopo l’introduzione del regime delle celle aperte (inizialmente previsto per i detenuti meno pericolosi e poi estero anche a quelli in alta sicurezza), e dopo la cosiddetta sorveglianza dinamica che altro non

è che il tentativo (riuscito) di nascondere le carenze d’organico della Polizia Penitenziaria.

E allora cosa augurarci? Stante le anticipazioni e le indiscrezioni che ci è dato sapere fino ad oggi, gli scenari sono tre:

Primo scenario: rimarrà tutto così fino a quando un fatto gravissimo fornirà l’occasione per un intervento di emergenza che giace già nel cassetto di qualcuno. Questa opzione prevede il preventivo sfinimento della Polizia Penitenziaria e non è da escludere che sia già in atto. Del resto, basterà aspettare qualche anno e tra pensionamenti, mancate assunzioni, effetti del riordino e dei concorsi interni, già nei prossimi mesi ci saranno talmente tante carenze che forse non si riuscirà nemmeno a coprire i turni di servizio già ridotti all’osso. Solo una persona in mala fede oppure una prossima al punto di rottura, riuscirebbe a considerare come soluzione, quella di cercare di recuperare un centinaio di agenti distaccati nelle sedi centrali per farli rientrare nelle sezioni a cercare di sanare la carenza di migliaia di unità. Se pensate che la persona in mala fede sia io, allora iniziamo, da domani, a parlare del personale nella segreteria del Capo del Dipartimento...

Secondo scenario: la Polizia Penitenziaria viene smantellata e il personale diviso tra chi vorrà rimanere in carcere come Corpo di Giustizia senza funzioni di polizia (soprattutto di polizia giudiziaria) e il restante transiterà nella Polizia di Stato con funzioni tutte da scoprire.

Lo specchietto per le allodole è quello del miraggio dei Marshals americani. La proposta la lanciò la Commissione sulla giustizia presieduta dal Procuratore Gratteri, incarico ricevuto dopo la sua mancata nomina a Guardasigilli, ma lui proponeva anche l’abolizione del DAP! Sentire oggi la proposta di affidarci il controllo delle misure alternative dalle stesse persone che vogliono depotenziare la Polizia Penitenziaria nelle carceri, senza mettere in discussione le responsabilità di magistrati e dirigenti che hanno portato il DAP al fallimento, suona quantomeno come una presa in giro. Solo un disperato gli può credere. La conseguenza più o meno diretta, attuando una soluzione simile, è quella che in breve tempo le carceri raggiungeranno un livello simile a quello del cosiddetto modello sudamericano, con la sostanziale autogestione degli istituti da parte della popolazione detenuta. Traffici illeciti inclusi, anzi, potenziati rispetto a quelli che già avvengono oggi grazie al regime aperto e sorveglianza dinamica.

Terzo scenario: contingente di Polizia Penitenziaria nell’anello esterno delle carceri quale unità di pronto intervento per risolvere eventuali problemi tra detenuti o aggressioni al restante personale civile interno. Ebbene sì, c’è anche tra noi che crede che questa potrebbe essere una soluzione attuabile. Come se, sempre considerando i piani di coloro i quali oggi non perdono occasione per accusare i Poliziotti penitenziari di aggressioni se non di torture vere e proprie, ci potrebbe venir concessa la possibilità di un intervento di emergenza all’interno delle sezioni come nei film delle forze speciali.

Quindi, è inutile stare qui a parlare o a sognare un eventuale passaggio nella Polizia di Stato perché, al netto delle possibili soluzioni attualmente in discussione, bisogna comunque tenere in vista lo scenario più ampio. Qualunque sia la soluzione che forse (forse ...) ci sarà dato scegliere, è necessario tenere bene a mente quali sono le linee guida di quello che sta avvenendo e che va nella direzione dello smantellamento del concetto stesso di carcere oppure, in subordine, del suo sostanziale annacquamento (peraltro già in atto) e ricorso quanto più possibile alle misure alternative, con conseguente organizzazione di servizi e cooperative gestite a basso costo da persone raggiunte da provvedimenti cautelari o detentivi.

Di sicuro, la scusa principale che sarà utilizzata è quella della riduzione delle spese o un sempre attuale, “ce lo chiede l’Europa”.

Ma le spese non diminuiranno. Anzi i costi, semmai, si moltiplicheranno. Sarà solo più difficile controllarli a livello centrale. Saranno finanziati tali e tanti progetti di reinserimento che a quel punto, ogni assessore alle politiche sociali di ciascun Comune, avrà a disposizione un gruzzoletto con cui poter foraggiare a destra e a manca, senza controllo.

E secondo voi ...chi e soprattutto cosa, foraggeranno?

A questo punto, qualunque Forza di Polizia entri in contatto con una organizzazione simile, che gestirà parecchi fondi e parecchio consenso elettorale, non potrà che entrare in una ulteriore fase di conflitto con chi sta prendendo certe decisioni e che presumibilmente, non ha nulla a che fare con lo Stato, o almeno, nulla a che fare con il concetto di Stato sul quale ogni Poliziotto penitenziario ha prestato giuramento.

Esiste un’alternativa? In teoria sì, ma bisognerebbe ripartire dal nostro Corpo, dal significato di quel motto

“al servizio del Paese”.

E’ necessario che il canale tra il personale nelle sezioni e il Comandante di Reparto sia la regola e non l’eccezione. Bisognerebbe ripartire dall’appropriazione, da parte di veri e qualificati Commissari e Poliziotti, della gestione dell’immagine della Polizia Penitenziaria (da sempre solo al servizio del DAP).

Ripartire dalle banche dati, vero patrimonio della Polizia Penitenziaria che potrebbero davvero incidere nella lotta alla mafia (non a caso sminuite e quasi smantellate dal DAP, mentre altri hanno cercato in tutti i modi di appropriarsene). Bisognerebbe mettere mano ai dati reali per smascherare i disegni di qualche dirigente generale, per contrastarli, incrociando le statistiche sul personale, detenuti, pagamento degli straordinari, traduzioni, assenze per malattie, eventi critici. Oggi più che mai, bisognerebbe stringerci a Coorte e isolare chi nel Corpo è un elemento che pensa solo a moltiplicare i propri interessi: in biologia tale comportamento si chiama Tumore...

E’ tempo di scegliere se rilanciare il Corpo di Polizia Penitenziaria, oppure se assecondarne lo scioglimento, accettando passivamente, e anzi auspicando, un salto nel vuoto; perché l’eventuale resa della Polizia Penitenziaria e l’abbandono della frontiera delle carceri, avrà pesanti ricadute per tutti. Purtroppo, per ora, ad accorgersene è solo chi sta tenendo fede, in silenzio, al proprio giuramento allo Stato... non ad altri.

 

Bicentenario costruito a tavolino per liquidare la Polizia Penitenziaria