www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/04/2010  -  stampato il 04/12/2016


Ma a quanta gente interessa la condizione delle carceri?

Di recente è triste constatare che oramai non fa, quasi, più notizia parlare di carceri sovraffollate, degradate, da terzo mondo.

Se ne è parlato talmente tanto da inflazionare (per così dire)  la notizia, da annoiare l’opinione pubblica fino al punto da indurre l’uomo comune a rispondere «...chissenefrega di come si vive dentro il carcere, dopotutto quelli sono delinquenti... chiudeteli dentro e buttate la chiave.»
Sembra brutto, cinico e crudele dire queste cose, ma è la sacrosanta verità.
Il carcere, e le sue sofferenze, interessa soltanto chi - per scelta, per dovere o per condanna -  viene a contatto con il suo mondo.
Mi diceva, qualche tempo fa, un alto dirigente del Dap: «Qui in questo palazzo, abbiamo perso il senso della realtà. Pensiamo che il carcere sia l’ombelico del mondo, che tutta l’Italia(politica, governo, stampa, opinione pubblica) sia disponibile  ad ascoltarci e pronta ad aiutarci. Invece la verità è che del carcere non frega niente a nessuno e noi siamo autoreferenziali ed emarginati dalla società.»
Condivido, pienamente, la sua opinione.
In realtà, basta soffermarsi, anche superficialmente,  ad analizzare il fenomeno carcere dal punto di vista sociologico per comprendere come sia vero quanto affermato da quel dirigente.
Quanta gente è interessata al carcere ?
Proviamo a fare due rapidi calcoli.
Le persone condannate o in custodia cautelare che entrano ed escono dal carcere, nel corso dell’anno, sono (più o meno) centomila. Familiari, parenti ed amici, dovrebbero essere una media di tre ciascuno per un totale di trecentomila.
Avvocati, Magistrati e personale dell’amministrazione giudiziaria, diciamo centomila.
Associazioni di volontariato, presumibilmente, diecimila. Altrettanti diecimila tra insegnanti, religiosi, esperti e consulenti.
Personale della Polizia Penitenziaria e personale civile  conta in totale meno di cinquantamila persone alle quali, ammesso e non concesso siano interessati, si possono aggiungere i familiari, per diventare potenzialmente duecentomila.
Consideriamo, per eccesso, qualche altra decina di migliaia di persone in qualche modo interessate, tra politica, locale e nazionale, sanità, ditte esterne e altre figure.
In totale, come possiamo vedere, si arriva ad assommare all’incirca sette/ottocentomila persone.
Ciò vale a dire, poco più dell’uno per cento del totale della popolazione italiana.
E il dato assume un valore ancor più significativo se confrontato con quello di altri settori della società. Si pensi, ad esempio, alla scuola che interessa decine di milioni di persone, o alla sanità che interessa - praticamente - tutti. 
E’ immediatamente evidente l’enorme predominanza numerica rispetto al mondo penitenziario. E altrettanto si può dire della sicurezza, dell’informazione, della politica, del turismo, dei trasporti e così via.
Questa, seppur approssimativa, analisi dei numeri e delle percentuali ci dimostra inconfutabilmente che quasi il novantanove per cento della popolazione italiana è disinteressata al carcere e, probabilmente, non ne vuol nemmeno sentir parlare.
Per altro verso, è pur vero che in nostro soccorso sopraggiunge la solidarietà delle persone più sensibili (che, fortunatamente, non sono così poche) che si avvicinano alla realtà dell’esecuzione penale soprattutto quando si verificano gli eventi più tragici.
Ma è altrettanto vero, purtroppo, che spesso e volentieri proprio queste  persone più  sensibili alle  difficoltà carcerarie sono quelle che hanno minor  potere decisionale per la risoluzione dei  problemi e non possono far altro che esprimerci solidarietà e aiutarci a coinvolgere la restante  opinione pubblica.
 E la questione finisce per avvolgersi  sul suo stesso circolo vizioso.
Ovviamente, tutto ciò non significa affatto che siamo deputati a soccombere sotto le macerie di un sistema inevitabilmente  destinato al collasso sociale e strutturale.
Comunque, non soccomberemo senza combattere contro l’indifferenza della gente comune e contro l’autoreferenzialità dei nostri dirigenti troppo spesso indaffarati a difendere la propria poltrona situata negli ultimi piani delle loro torri d’avorio. 
Abbiamo disperatamente bisogno dell’aiuto della Casalinga di Voghera e del Commerciante di Benevento, ma abbiamo anche bisogno di un radicale rinnovamento della classe dirigente dell’amministrazione penitenziaria, troppo sedimentata sul potere ed arroccata a difendere le proprie rendite di posizione.