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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 03/12/2016


Funzione riuducativa della pena, tutela della collettività e delle vittime di reati

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1 .4. Riorganizzazione del sistema e prospettive future
Partendo proprio da questo possiamo affermare che la pena detentiva, quindi, il carcere, svolge anche una funzione di sicurezza, isolando dalla società quei soggetti che sono pericolosi, per un tempo più o meno lungo.
Per garantire tutto ciò, sicurezza da una parte e emenda dall’altra, è necessario procedere ad una riorganizzazione degli istituti penitenziari, attraverso la previsione di tre tipologie diverse, nell’ambito di ciascuna regione. Bisogna creare istituti di massima sicurezza, dove dovrebbero essere reclusi gli appartenenti alla criminalità organizzata ed i terroristi, istituti a custodia attenuata, destinati ai soggetti meno pericolosi, ed istituti a trattamento avanzato, dove possono accedere coloro che sono in una fase avanzata del programma di recupero.
La pena detentiva non è sempre e comunque utile, significando con ciò che molte volte sarebbe più utile una espiazione della pena in forma diversa da quella detentiva. A volte c’è un eccessivo ricorso alla pena detentiva, soprattutto per reati che non destano grave allarme sociale e per soggetti ai quali il carcere non è in condizione di garantire un’adeguata protezione, assistenza e, quindi, tutte quelle iniziative finalizzate al recupero sociale e alla prevenzione. Tossicodipendenti, malati di mente ed emarginati hanno più bisogno di chi si fa carico dei loro bisogni, piuttosto che del carcere. Il carcere non ha nulla da offrire a questi soggetti bisognevoli di cure ed assistenza; non ha nulla da offrire, se non il momentaneo isolamento dalla società civile, la  c.d. incapacitazione. 
Il nostro ordinamento prevede che i soggetti tossicodipendenti condannati a pena detentiva fino a sei anni, quattro anni per reati di particolare gravità, possano essere ammessi all’esterno, attraverso gli istituti della sospensione della pena e dell’affidamento terapeutico, qualora abbiano terminato positivamente, ovvero intendano sottoporsi, ad un programma di recupero. Nonostante il nostro ordinamento contempli una normativa all’avanguardia, i tossicodipendenti continuano a rimanere in carcere. Le maggiori difficoltà derivano dalla presenza di molti detenuti stranieri, la maggior parte dei quali extracomunitari e senza fissa dimora. Le istituzioni devono fare di più per affrontare questo problema. C’è anche bisogno di un maggiore impegno degli enti locali.
L’altro aspetto problematico, rispetto al quale il carcere può fare ben poco, è rappresentato dal disagio mentale che non riguarda solo gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma tutti gli istituti penitenziari, dove molti soggetti soffrono di patologie che è difficile curare. Spesso questo tipo di disagio si combina con quello derivante dalla tossicodipendenza. I tanti detenuti che compiono gesti di autolesionismo o suicidari, ricordiamo che dal 2000 ad oggi ci sono stati più di 500 suicidi (14 dall’inizio di quest’anno) e circa 1400 tentativi di suicidio, sono quasi sempre persone che vivono questo tipo di disagio. 
Se è vero, come è vero, che in ogni suicidio c’è il fallimento dell’istitituzione penitenziaria, è altrettanto vero che alcune sentenze dei tribunali civili sconcertano non poco gli addetti ai lavori. I tribunali di Milano, Roma e Bologna, (in quest’ultimo caso c’è stata anche la pronuncia in appello) hanno condannato l’Amministrazione penitenziaria a risarcire i familiari dei detenuti morti in carcere, perché l’Amministrazione non avrebbe assolto al suo obbligo di protezione della persona detenuta, nel primo caso evitando che inalasse il gas della bomboletta in dotazione, nel secondo caso evitando che assumesse sostanze stupefacenti, nel terzo caso evitando che si impiccasse. 
Il rischio maggiore di tutte queste vicende è che qualora dovesse essere riscontrata la colpa grave si agirebbe in rivalsa nei confronti del personale.
Se la pena così com’è non è sempre utile bisogna evidentemente trovare delle forme alternative che siano più efficaci. 
Dal 1975 ad oggi il nostro ordinamento è stato adeguato ai principi della citata sentenza n. 204 del 1974, attraverso la previsione di varie forme di detenzione alternativa che, nel corso del tempo, hanno dimostrato di essere efficaci, laddove sono state applicate a persone meritevoli. Distorsioni ce ne sono anche qui: non si comprende come sia stato possibile concedere dei benefici ad un soggetto come il mostro del Circeo, basterebbe guardarlo in faccia per capire chi si ha di fronte. 
Detto ciò, però, è ampiamente dimostrato che coloro che passano direttamente dal carcere alla società esterna hanno una recidiva molto più alta, circa il 70%, rispetto a quelli che passano attraverso il filtro delle misure alternative che, è bene ribadirlo, costituiscono una modalità diversa di espiazione della pena, ma sono pur sempre una pena.                                             
Probabilmente è giunto il momento di pensare anche a qualche altra forma di espiazione della pena, sicuramente più efficace del carcere. Che senso ha condannare ad una pena detentiva chi ha rubato in un supermercato? Sarebbe molto più efficace fargli pulire il supermercato per un certo periodo, così come sarebbe molto più utile far pulire i muri a chi li imbratta. Il lavoro sostitutivo, come misura alternativa alla detenzione, per alcuni reati di minore entità e che non destano grave allarme sociale, potrebbe essere un efficace e utile deterrente, rispetto all’espiazione della pena in carcere. 
Ci convincono le iniziative del ministro della Giustizia Alfano, relativamente alla possibilità di far scontare agli arresti domiciliari l’ultimo anno di detenzione, così come ci convince anche l’istituto della messa in prova per i condannati alla pena della reclusione fino a tre anni. Sono due iniziative che hanno anche una funzione rieducativa, oltre che deflattiva, proprio perchè consentono al condannato di espiare tutta la pena, ovvero la parte residua, fuori dal carcere.
Il piano carceri consente di assumere 2000 agenti della polizia penitenziaria, un’iniziativa importante, anche se bisogna fare di più, visto che ne mancano oltre 5000. 
La pena detentiva, ma qualsiasi tipo di pena, diventa inutile, anzi, dannosa, quando viene inflitta ed espiata a distanza di molti anni dalla commissione del reato. Rispetto a questo problema diventa fondamentale la possibilità di celebrare i processi in tempi rapidi, assicurando alla giustizia i colpevoli dei reati. E’ questo l’aspetto fondamentale rispetto al quale, a mio avviso, deve essere incentrato il discorso sulla certezza della pena.
2. Tutela della collettività e delle vittime di reati.
La pena è certa quando viene inflitta dal giudice in sentenza, è incerta fino a quando è solo comminata, cioè prevista dal codice e dalle leggi speciali.
Quindi, certezza della pena vuol dire capacità di individuare i responsabili dei reati, riuscire a condannarli in tempi brevi e fargli scontare la pena inflitta dal giudice, nel rispetto dei principi dell’ordinamento.
Oggi, purtroppo, nel nostro Paese l’80% degli autori dei reati restano ignoti, su 100 delitti solo 40 circa vengono portati a conoscenza della giustizia penale, meno di dieci arrivano al processo, più della metà ottengono l’assoluzione o il proscioglimento. Solo l’1% di coloro che delinquono vengono condannati. Pertanto, coloro che commettono reati lo fanno con la consapevolezza di restare impuniti nel 99% dei casi.
Tutto ciò non fa che accrescere il senso di insicurezza nei cittadini. Se solo l’1% di coloro che commettono reati vengono puniti, come fa la gente a sentirsi tutelata dallo Stato? Ci sono reati rispetto ai quali, ormai, c’è una profonda rassegnazione da parte dei cittadini, molti dei quali fanno la denuncia ai soli fini statistici, consapevoli del fatto che non saranno mai risarciti del mal tolto. Altri, a volte, evitano di denunciare. Le statistiche ci dicono che i reati sono in calo. Visto l’autorevolezza della fonte, il Ministero dell’Interno, bisogna crederci, anche se ritengo che, probabilmente, sono in calo solo alcuni reati. 
In passato si è pensato sempre troppo poco a coloro che i reati li subivano, cioè le vittime ed i loro famigliari. Al centro dell’attenzione c’è sempre stato colui che il reato lo commetteva. 
Per molti anni sono prevalse certe concezioni sociologiche della devianza, frutto di teorie antiproibizionistiche, che consideravano il reo vittima di una società oppressiva e incapace di comprendere le sue esigenze e le sue idee, i suoi disagi. Esigenze e idee che erano spesso prive di qualsiasi utilitarismo sociale. Ciò è avvenuto per il fenomeno del terrorismo, ma anche e troppo spesso per fenomeni delinquenziali comuni. Caino era sempre al centro dell’attenzione ed Abele finiva dimenticato da tutti.
Si tratta di quelle teorie che consideravano anche il carcere un’istituzione inutile e da abbattere. Credo che nessuno sia innamorato del carcere, come luogo di espiazione della pena. Il carcere come tale, però, serve, è utile, con tutti i distinguo e le lacune che sono state evidenziate. Certo, sarebbe meglio poter vivere in una società di onesti, dove non c’è bisogno del carcere, della polizia, dei magistrati. 
Questa realtà, purtroppo, non esiste: è l’isola dell’utopia. Finora, nessuno è riuscito a trovare qualcosa di meglio e di più efficace, se non altro al fine di isolare dalla società quanti sono veramente pericolosi.
Negli anni, ci si è spesso dimenticati che la pena, oltre alla funzione di emenda, aveva ed ha anche una funzione retributiva, intesa come retribuzione per la violazione del precetto, ma anche come retribuzione per il danno arrecato alle vittime del reato, tra le quali gli appartenenti alle Forze di polizia ed alla magistratura annoverano tanti eroi.
Da alcuni anni a questa parte, grazie soprattutto all’impegno delle associazioni, la situazione è migliorata, sia per quanto riguarda l’attenzione posta dalle istituzioni a questo problema, sia per quanto riguarda le iniziative concrete. 
Esiste una legge nazionale, la n. 512 del 1999, che prevede la costituzione di uno speciale Fondo di solidarietà, per garantire l’effettivo risarcimento dei danni liquidati in sentenza.
La Regione Emilia Romagna, nel 2003, ha approvato una legge, la n. 24, che ha previsto l’istituzione di una fondazione per il risarcimento dei danni, nonché la figura del referente per la sicurezza. Si tratta di un’iniziativa importante, anche se non conosco quali siano i risultati applicativi.
L’altro aspetto importante di questa legge, sia come affermazione di principio, sia come concreta possibilità di realizzazione, riguarda la sicurezza integrata, ovvero partecipata.  Fermo restando che lo Stato e, quindi, le agenzie a ciò preposte, hanno l’obbligo e il compito di tutelare la collettività, garantendone la sicurezza, ogni buon cittadino deve contribuire a garantire la propria sicurezza e  quella della collettività in generale. Ciò può avvenire esclusivamente se ci sono dei valori fondamentali condivisi da tutti, ovvero dalla maggioranza dei cittadini onesti; valori che afferiscono al principio di legalità. 
La sicurezza e la giustizia sono dei corollari del più generale principio di legalità che deve essere salvaguardato sopra ogni cosa. Se viene meno la legalità vengono meno sia la giustizia, sia la sicurezza e, quindi, la tutela della collettività.
La cultura della legalità deve essere il valore fondante di ogni società. 
La famiglia e la scuola  sono le istituzioni che più di ogni altra devono svolgere un ruolo determinante da questo punto di vista, perché sono quelle deputate più di ogni altra all’educazione dei giovani, soprattutto nella fase che va dall’infanzia all’adolescenza. Pertanto, bisogna fare molto da questo punto di vista, mettendo da parte, proprio all’interno di queste istituzioni, soprattutto della scuola, ogni velleità politica e lasciando che i giovani si formino il proprio convincimento attraverso lo studio, la conoscenza e le esperienze di vita. 
La cultura e, quindi, il rispetto della legalità sono sicuramente i migliori deterrenti per la tutela della collettività. A ciò bisogna evidentemente contribuire anche attraverso la riduzione del deficit, inteso come disagio e carenze socio-culturali ed economiche. La difesa sociale e, quindi, la tutela della collettività, passano necessariamente attraverso la prevenzione; una prevenzione che, ormai, non può più essere affidata esclusivamente alle agenzie a ciò preposte.
Oggi non si può più parlare di sicurezza e di tutela della collettività nel senso tradizionale del termine, nel senso, cioè, che tutto è demandato alle Forze di polizia. 
Le Forze di polizia sono gli attori principali, coloro che sono responsabili della sicurezza in generale, ognuno per la propria parte di competenza, ma di sicurezza e di tutela della collettività si deve parlare in maniera integrata, con la partecipazione di tutti, per quanto possibile,  e con l’ausilio delle tecnologie, per un controllo più efficace delle zone a rischio, così come è necessario, in ogni città, un adeguato piano edilizio, per evitare che si formino agglomerati urbani tendenti al degrado.

Oggi, ogni cittadino deve rendersi parte diligente. Esiste sicuramente una dimensione pubblica della tutela della collettività che solo lo Stato può e deve garantire, ma ce n’è anche una privata rispetto alla quale il cittadino deve cominciare a pensare da sé,  almeno per quanto riguarda la difesa dei propri beni.