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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 07/12/2016


Retributivo, contributivo e misto...

Con la riforma del sistema pensionistico del 1995, i lavoratori con 18 anni di contribuzione maturata al 31 dicembre 1995, hanno mantenuto il c.d. criterio retributivo, con il quale, il computo della pensione viene calcolato unicamente in riferimento all’ultima fase dell’attività lavorativa, certamente più  favorevole, potendosi beneficiare degli scatti di anzianità, degli adeguamenti contrattuali, delle progressioni di carriera.
Chi in quella data aveva meno di 18 anni di anzianità contributiva è stato collocato in un regime misto di computo pensionistico, retributivo per il periodo anteriore al 31 dicembre 1995, contributivo, per il periodo successivo.
Gli assunti dopo l’anno fatidico sono assoggettati ad un regime di computo esclusivamente contributivo basato su una logica di capitalizzazione virtuale dei contributi versati durante l’arco dell’intera vita lavorativa. 
La sommatoria dei contributi versati determina un montante individuale che viene rivalutato annualmente, considerando come tasso di capitalizzazione la variazione media del PIL (Prodotto Interno Lordo) calcolato dall’Istat.
I rallentamenti economici, come quello attuale, si riflettono sulle rivalutazioni del montante pensionistico, che deriva dalla conversione in rendita del totale delle somme accantonate al raggiungimento dell’età pensionabile, moltiplicandolo per un coefficiente di trasformazione che tiene conto delle probabilità di sopravvivenza dell’assicurato alla pensione di povertà, assolutamente inadeguata al sostentamento primario.
Viene in mente la famigerata Legge 180, quella dei malati di mente; la disposta chiusura dei manicomi avrebbe dovuto avere, come correlato, la creazione di specifici centri di cura e di assistenza, che non sono stati mai attivati, con un disastroso effetto sui familiari, gravati dalla esclusività nella gestione dei malati, nonchà sulla comunità sociale.
Analogamente, con la riforma del sistema pensionistico, sarebbero dovuti decollare i c.d. Fondi Pensione che, per la maggior parte dei lavoratori, non hanno trovato concretezza, a causa del rimbalzello politico di rinvio, per la sconvenienza nell’attuazione da parte dei Governi di turno.
Cosa ancor più grave è che la carenza e la frammentarietà dell’informazione non ingenerano, nei lavoratori la sana percezione del pericolo di avere un domani a disposizione una pensione che non permetterà assolutamente di sbarcare il lunario.
Chi va in macchina non percepisce spesso il pericolo della velocità e muore; chi lavora e non percepisce il pericolo pensione è destinato a morire di fame.
I saggi, ricchi di pregiata esperienza, quelli che un tempo erano i riferimenti della comunità sociale, saranno costretti, claudicanti, a cercarsi, finché avranno forza, una occupazione in nero o, alternativamente, a mendicare.
La longevità, già penalizzante nel vecchio sistema pensionistico a causa del congelamento dell’assegno di pensione a fronte del lievitare dei costi di sostentamento ordinario, sanitario e di assistenza, con il nuovo regime pensionistico diventerà fattore di deflagrazione sociale.
E’ necessario fornire ai lavoratori esatte informazioni sul pericolo pensione, mettendoli in condizione di effettuare scelte di salvataggio.
E’ urgente che la classe politica di governo crei i giusti compensativi di garanzia attuando i correlati meccanismi di salvaguardia previsti all’atto della riforma del sistema pensionistico, per scongiurare l’imponente pericolo ed assicurare dignità a chi lavora onestamente per una vita. 

Bisogna attivarsi, ora, per scongiurare l’imponente pericolo, assicurando dignità a chi lavora onestamente per una intera vita.